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Sand play therapy

La terapia della Sand Play è un lavoro in cui sono coinvolti il corpo, la parola e i simbolli, e che sviluppa la capacità di gioco di cui ciascuno “è titolare” dall’età infantile.
È proprio sui giochi con la sabbia, infatti, che si basa la Sand Play Therapy: le emozioni sono rappresentate all’interno di una sabbiera dove il soggetto “gioca” e costruisce scene e quadri di sua fantasia.
Nella stanza di analisi sono collocate due sabbiere, una con sabbia asciutta, l’altra con sabbia bagnata, di forma rettangolare. Accanto alle sabbiere sono presenti degli scaffali che contengono in ordine oggetti in miniatura che rappresentano il “mondo”: sono procurati e scelti dal terapeuta che, secondo la propria sensibilità, personalità ed esperienza, orienta la sua ricerca delle miniature su uno stile personale.
La sabbiera è la scena vuota del “teatro” in cui prenderà forma la rappresentazione del mondo interno del paziente, è il campo di gioco dove la sensazione tattile e propriocettiva, accompagnata dallo sguardo del giocatore, diventa percezione corporea a servizo dell’immaginazione: è il luogo dove si condensano in forme concrete le emozioni e gli affetti attivi al momento.
La sabbia è un materiale naturale che può curare, secondo l’idea di Dora Kalff, l’ideatrice del metodo. La sabbia, come segnale della matrice terrestre da cui tutto origina, suscita un naturale bisogno di contattare sia le origini della terra sia le proprie origini.
Le mani diventano lo strumento di trasformazione dell’inconscio e dell’immaginazione. Esse lavorano istintivamente, scegliendo oggetti, collocandoli nello spazio della sabbiera, scavando fossati, costruendo isole, allargando, appiattendo, lisciando, accarezzando, stringendo, facendo montagne. Le mani permettono il contatto sensoriale con la sabbia e con gli oggetti e rappresentano gli “organi di emergenza delle emozioni”, il tramite dei ricordi affioranti, il mezzo organizzatore dei contenuti consci e inconsci da integrare.
Lo spazio della sabbiera ha un duplice significato di spazio libero ma protetto: i suoi limiti servono a offrire una superficie delimitata di espressione della fantasia che gioca, ma all’interno c’è la più completa libertà di agire creativamente.
Il Gioco della Sabbia dunque offre a paziente e terapeuta una rappresentazione non verbale di contenuti depositati nell’inconscio, quindi non ancora conosciuti da entrambi. Tali “figurazioni” sono portatrici di probabili significati latenti che nel corso della terapia giocheranno prendendo corpo nelle scene e negli oggetti delle scene (Ryce-Menuhin 2004 pag. 15), non necessariamente, come diceva la Kalff, a livello cosciente, ma sopratutto come materiale in ombra eppure trasformativo del profondo del paziente.