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Terapia EMDR

1. DEFINIZIONE DI EMDR

EMDR è l’acronimo di “Eye Movement Desensitization and Reprocessing” ed indica una tecnica molto recente e innovativa che utilizza la stimolazione bilaterale (prevalentemente attraverso l’uso dei movimenti oculari, ma anche con altre modalità quali il tapping o la stimolazione acustica) per il trattamento di disturbi conseguenti a traumi e vari problemi clinici.

Sviluppatosi inizialmente grazie agli studi sul trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD), l’EMDR si è rivelato in seguito efficace in vari ambiti, patologici e non. Con esso infatti si possono trattare sia i cosiddetti “traumi con la T maiuscola” (i traumi gravi che mettono a rischio la vita stessa: incidenti, catastrofi, aggressioni, ecc.), sia i cosiddetti “traumi con la t minuscola” (prevalentemente traumi relazionali che, all’apparenza banali e piccoli, molto spesso vanno ad influenzare in modo consistente lo strutturarsi della personalità e la capacità di rispondere ad altre situazioni in modo adattivo).

L’EMDR è una tecnica psicoterapeutica, quindi il suo utilizzo è consentito solo agli psicoterapeuti formati in EMDR, e non agli psicologi non psicoterapeuti. Gli psicoterapeuti che utilizzano questa tecnica devono aver acquisito, a tutela del paziente, un adeguato livello di preparazione e di competenza per poter impiegare nella propria pratica clinica di questo strumento. L’elenco completo dei terapeuti autorizzati dall’associazione internazionale EMDR all’utilizzo di questa tecnica in Italia è disponibile qui. [http://emdr.it/index.php/terapeuti/].

I terapeuti formati in EMDR possono avere alla base della propria formazione orientamenti diversi (cognitivista, sistemico, psicoanalitico, ecc.); questa tecnica sembra quindi porsi come strumento di dialogo tra le diverse psicoterapie (Balbo, 2006). Quello che accade durante l’EMDR va al di là dell’orientamento terapeutico e accade in realtà ad un livello neurofisiologico.

L’EMDR è un metodo evidence based, è cioè supportato da numerosi studi ed ha importanti evidenze empiriche, e nel 2013 è stato riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come trattamento efficace per la cura dei disturbi traumatici. Di recente un gruppo di ricerca italiano ha pubblicato un interessante articolo (Pagani e coll., 2012) su Plos One, appartenente alla prestigiosa rivista Science. In esso viene dimostrata una base neurobiologica per la psicoterapia. In particolare lo studio evidenzia tramite monitoraggio EEG come l’EMDR provochi, in seguito all’esposizione al trauma, uno spostamento dell’attivazione prevalente da aree cerebrali a connotazione limbico-emozionale ad altre prettamente cognitive, segnalando così un rapporto causa-effetto tra la tecnica psicoterapica applicata e la neurobiologia del cervello.

2. LA PSICOPATOLOGIA E LE RETI NEURALI

Alla base dell’EMDR troviamo la concettualizzazione della psicopatologia come espressione di esperienze traumatiche che sono state immagazzinate nelle reti mnemoniche in modo non funzionale.

Per provare a capire meglio quanto accade, proviamo prima a pensare a cosa succede in una situazione di salute, e non di psicopatologia.

È già stato ampiamente dimostrato come l’esperienza possa dare una “forma” al cervello: attraverso le nostre esperienze e grazie alla neuroplasticità del cervello, cambiano le connessioni del cervello stesso; e cambiando le connessioni e le reti neurali, cambia di conseguenza anche il modo in cui funziona il cervello. Sappiamo ad esempio che mentre impariamo si formano nuove connessioni sinaptiche. Quindi i circuiti neurali si sviluppano in base alla loro attivazione: possiamo dire che più siamo stimolati e più si attivano i circuiti cerebrali e le diverse aree cerebrali, creando nuove connessioni e nuove reti. Ed infatti i neogenitori ormai da tempo cercano di stimolare i loro bimbi, avendo in mente l’idea generale che in qualche modo ciò possa favorirne un buon sviluppo cerebrale.

Ma ciò vale sia in positivo che in negativo: hanno un ruolo molto importante nel dare “forma” alle reti neurali non solo le esperienze fatte durante i primi anni di vita, ma anche i traumi, vissuti non solo nell’infanzia ma in qualunque periodo della vita.

Anche i traumi infatti, allo stesso modo delle esperienze positive, si “situano” all’interno delle reti neurali. In questo caso però accade qualcosa di diverso: è come se le modificazioni neuroendocrine e metaboliche che hanno luogo a seguito di uno stress “bloccassero” il ricordo, mantenendolo isolato dal resto della rete neurale, in modo non funzionale.

3. IL TRAUMA

Quando pensiamo ai traumi ci vengono subito alla mente situazioni estreme, catastrofiche, che vanno al di là delle esperienze normalmente vissute o prevedibili dall’individuo. Ed effettivamente già dai primi studi sul trauma fino ai più recenti troviamo indicazioni in questo senso. Ma non sempre è necessario un evento terribile o catastrofico perché si sviluppi una psicopatologia: a volte sono sufficienti eventi apparentemente molto meno gravi che però in qualche modo lasciano cicatrici molto profonde.

Francine Shapiro (1995) distingue due grandi categorie: i “traumi con la T maiuscola” ed i “traumi con la t minuscola”. I “traumi con la T maiuscola” sono eventi particolarmente gravi che comportano una minaccia all’incolumità: guerre, violenze, incidenti, catastrofi naturali (es. terremoto), e così via. Sono considerati traumi non solo gli atti di violenza subita chiaramente identificabili, ma anche le violenze assistite, cui si è stati testimoni, ed anche gli atti di omissione, e cioè i bisogni emotivi e fisici non soddisfatti, la mancata protezione e le separazioni durante l’infanzia e la non disponibilità genitoriale. I “traumi con la t minuscola” sono eventi che non mettono in pericolo la vita dell’individuo, appaiono oggettivamente non pericolosi, ma possono assumere a livello soggettivo caratteristiche di danno anche molto grave.

Per provare a capire perché alcuni traumi apparentemente non gravissimi possano portare alcune persone a sviluppare dei disturbi, dobbiamo fare riferimento alla visione multifattoriale della psicopatologia. In base ad essa possiamo trovare vari fattori di vulnerabilità (genetica, personale o psicosociale) che possono favorire lo sviluppo di una psicopatologia. Tra questi fattori possiamo ricordare: l’età (un trauma vissuto da un bambino è più difficile da elaborare perché non si dispone ancora delle risorse e delle strutture cognitive per elaborarlo); la presenza di altri traumi precedenti o di traumi ancora attivi al momento in cui si verifica l’evento; una rete sociale insoddisfacente che non offre protezione e contenimento; la presenza di psicopatologie nel contesto delle relazioni affettive e familiari; la personalità dell’individuo (Simonetta, 2010).

In ogni caso, quando siamo alle prese con un trauma, possiamo osservare come questo si palesi in vari modi, dando luogo a manifestazioni in cui il trauma sembra quasi riattivarsi in modo non controllabile attraverso risposte non adattive e disturbanti.

Ciò può manifestarsi a vari gradi di disturbo, fino ad arrivare alla situazione più grave del PTSD. In esso si osserva che, pur essendo passati da molto tempo l’evento traumatico o la situazione di pericolo, continuano ad aver luogo reazioni persistenti e prolungate a tali eventi. Queste reazioni si manifestano in vari modi: con pensieri intrusivi (incubi o immagini involontarie dell’evento: “ho sempre davanti la scena”), con risposte di evitamento (cioè evitando sistematicamente di entrare in contatto con persone, cose o situazioni che possono far ricordare l’evento traumatico; ad esempio non incontrando più l’amico che era presente durante la rapina subita per non doverla ricordare e rivivere), o con un aumento dell’arousal (quindi con un aumento dell’attivazione, disturbi del sonno, irritabilità). Tali reazioni possono essere considerate normali in una fase iniziale, subito dopo l’evento traumatico, ma dovrebbero progressivamente attenuarsi. Diventano invece patologiche quando si cronicizzano. In questi casi si ha la sensazione di non poter superare il trauma, il ricordo non si smorza e le reazioni permangono, e rimangono attive ben oltre il tempo iniziale.

A volte quindi è come se il ricordo rimanesse bloccato, non venisse integrato nel nostro sistema di conoscenze ed emozioni, e si riattivasse invece in modo non controllabile attraverso risposte non adattive e disturbanti. L’obiettivo dell’EMDR è di condurre progressivamente ad un cambiamento terapeutico, “sbloccando” l’elaborazione dei ricordi traumatici e favorendo la loro integrazione all’interno di reti neurali più ampie e adattive.

Per spiegare come l’EMDR vada ad agire facciamo riferimento al modello dell’Elaborazione Accelerata dell’Informazione.

4. IL MODELLO DI ELABORAZIONE ACCELERATA DELL’INFORMAZIONE

Il modello di Elaborazione Accelerata dell’Informazione (AIP) ha alla base il concetto che vi sia un equilibrio neurologico che permette all’elaborazione dell’informazione di procedere in modo innato, automatico, verso una “risoluzione adattiva”, cioè verso un nuovo equilibrio in cui si stabiliscono nuovi collegamenti tra reti neurali con le associazioni adeguate, consentendo così al soggetto di utilizzare l’esperienza in modo costruttivo integrandola in uno schema emotivo e cognitivo positivo.

È quindi un processo innato che porta verso una risoluzione adattiva. Quando questo sistema innato si blocca (ad esempio per un trauma), uno squilibrio nel sistema nervoso centrale fa sì che il sistema conservi l’informazione nel suo stato disturbante ed eccitatorio, che può essere riattivato da vari stimoli (sia interni che esterni) provocando flashback, incubi, e così via.

L’ipotesi alla base dell’EMDR è che i movimenti oculari (o altre stimolazioni bilaterali) attivino un meccanismo fisiologico che riattiva il sistema di elaborazione dell’informazione. Quindi “attraverso ogni set di movimenti oculari, noi spostiamo l’informazione disturbante – a una velocità accelerata – lungo i sentieri neurofisiologici adeguati fino alla sua risoluzione adattiva. Per esempio la risoluzione può avvenire quando l’informazione disturbante, precedentemente isolata, viene messa in contatto con informazioni adattive attualmente possedute (per es. “Non è stata colpa mia se mio padre mi ha violentata”). Uno dei presupposti di base dell’EMDR è che l’attivazione del ricordo del trauma si muoverà, in modo naturale, verso l’informazione adattiva necessaria per la sua risoluzione” (Shapiro, 1995).

Esiste quindi una tendenza naturale, innata, che porta il nostro cervello verso uno stato di salute mentale, che porta cioè verso una guarigione psicologica, allo stesso modo in cui il nostro corpo si muove verso una autoguarigione su un piano fisico quando ad esempio ci tagliamo. Quando si verifica un evento traumatico, questa tendenza naturale può bloccarsi: l’esperienza traumatica non viene codificata e immagazzinata bene, ma rimane isolata e non integrata. L’EMDR può entrare in azione proprio qui, riattivando la capacità innata di elaborazione grazie al lavoro sul ricordo traumatico.

Ed è infatti proprio sul ricordo che si va a lavorare con l’EMDR, in quanto proprio i ricordi immagazzinati in modo disfunzionale sono alla base della patologia: le risposte biochimiche elicitate da un evento traumatico (risposte che agiscono su adrenalina, cortisolo, ecc.) vanno infatti a bloccare il sistema innato di elaborazione dell’informazione, lasciando così in uno stallo neurobiologico le informazioni collegate al trauma. Tali informazioni rimangono quindi bloccate in una rete neurale, insieme alle stesse emozioni, convinzioni e sensazioni fisiche che erano presenti al momento dell’evento.

Durante l’EMDR il paziente riporta alla memoria i ricordi traumatici (precedentemente individuati insieme al terapeuta) e contemporaneamente viene sottoposto a dei set di stimolazioni bilaterali. La stimolazione bilaterale può essere di diversi tipi: movimenti oculari, che il paziente fa seguendo la mano del terapeuta (dando luogo a movimenti simili a quelli del sonno R.E.M.); stimolazioni tattili (tapping, ad esempio tamburellando alternativamente sulle mani del paziente); oppure stimolazioni acustiche, sempre bilaterali. L’obiettivo è di lasciare che il sistema di elaborazione dell’informazione del cervello crei nuove connessioni man mano che il paziente si focalizza sui ricordi, sui pensieri, sulle emozioni, sulle sensazioni e su quanto viene associato seguendo il protocollo EMDR nel corso dei set di stimolazione bilaterale, fino ad arrivare ad avere un ricordo che perde le sue caratteristiche disturbanti e viene vissuto in modo nuovo all’interno di nuove connessioni.

Il cambiamento terapeutico è quindi il risultato dell’elaborazione di questi ricordi all’interno di reti neurali sempre più ampie ed adattive. I ricordi trattati con l’EMDR si evolvono (transmutation) durante l’elaborazione e sono in seguito immagazzinati attraverso un processo di riconsolidamento.

Isabel Fernandez descrive così la sua lunga esperienza con i pazienti nell’EMDR: “Man mano che si procede con i set di movimenti oculari (o con le altre forme di stimolazioni alternate destra/sinistra), cambiano i contenuti e il modo in cui si presenta l’immagine del ricordo dell’evento target, il paziente riporta cambiamenti nelle emozioni concernenti il ricordo, le sensazioni fisiche si riducono di intensità e, una volta avvenuto questo fenomeno di desensibilizzazione, emergono nuove interpretazioni cognitive. Dopo l’EMDR, il paziente ricorda ancora l’evento o l’esperienza, ma sente che veramente fa parte del passato e il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adulta” (Fernandez, 1995).

Pertanto alla fine del trattamento EMDR i pazienti ricordano ancora l’evento traumatico, ma non lo vivono più come estremamente disturbante: lo sentono come una parte di sé che ora fa veramente parte del passato, un’esperienza che può ora essere usata in modo costruttivo dal paziente, che rimane nel sistema nervoso ma con una emozione appropriata e integrandosi in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.

L’EMDR quindi: consente di rivivere il trauma andando a lavorare sul ricordo, ma nella sicurezza garantita dal setting terapeutico; favorisce una desensibilizzazione nei confronti del ricordo; provoca un cambiamento della prospettiva cognitiva; sostiene la narrativa, il mettere in parole l’evento traumatico; produce una ricollocazione adeguata dell’evento nel passato; favorisce l’assimilazione ed integrazione dell’esperienza.

È un po’ come se il paziente potesse prendere solo la parte più costruttiva dei terribili eventi che gli sono accaduti, come se potesse alla fine riuscire a dire: “è accaduto, io sono il risultato anche di queste esperienze. E va bene così”.

BIBLIOGRAFIA

Balbo M. (a cura di), “EMDR: uno strumento di dialogo fra le psicoterapie”, Ed. McGraw-Hill, 2006

Fernandez I., “Presentazione dell’edizione italiana”. In Shapiro F., (1995) “EMDR– Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari”, Ed. McGraw-Hill, 2000.

Pagani M., Di Lorenzo G., Verardo A. R., Nicolais G., Monaco L., Lauretti G., Russo R., Niolu C., Ammaniti M., Fernandez I., Siracusano A., “Neurobiological correlates of EMDR monitoring – An EEG study”, Plos One, settembre 2012,
[http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0045753]

Shapiro, F., (1995): “EMDR – Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari”, Ed. McGraw-Hill, 2000.

Shapiro F., “Lasciare il passato nel passato”, Ed. Astrolabio, 2013

Simonetta E. (a cura di), “Esperienze traumatiche di vita in età evolutiva – EMDR come terapia”, Ed. Franco Angeli, 2010