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Disturbi dell’età evolutiva

I SEGNALI DI DISAGIO PSICOLOGICO NEI BAMBINI

Un bambino, soprattutto se molto piccolo, non dispone di una capacità di introspezione o di comunicazione dei propri stati affettivi simile a quella degli adulti. Egli spesso non è in grado né di capire né di comunicare quella vaga sensazione di disagio che sente. Diventa allora importante prestare attenzione ai diversi canali comunicativi attraverso i quali il bambino esprime tale disagio. Nell’età evolutiva i canali comunicativi principali sono quelli somatici e quelli comportamentali, con delle differenze legate sia all’età del bambino o al suo livello evolutivo, sia al contesto familiare e sociale in cui cresce.
Ogni bambino può avere una sua specificità rispetto ai sintomi con cui esprime il disagio: ad esempio un bambino potrebbe esprimere la propria ansia attraverso un gran mal di pancia (senza che ci sia un disturbo organico); un altro bambino potrebbe manifestarla con un comportamento dirompente o oppositivo o, al contrario, con un improvviso ritiro dai giochi e dalle relazioni; un altro potrebbe manifestarla con disturbi del sonno o ricominciando a bagnare il letto; per un altro potrebbe invece essere una rabbia incontenibile e apparentemente immotivata quel campanello d’allarme che fa sì che il genitore si interroghi e si rivolga poi al clinico. Tra i vari segnali di disagio psicologico nell’infanzia troviamo spesso anche un calo del rendimento scolastico, tristezza e pianto eccessivi, variazioni dell’appetito e del peso, un ritorno a comportamenti tipici di fasi precedenti, paure e ansie apparentemente ingiustificate. Lo stesso bambino, inoltre, man mano che attraversa le varie età e fasi evolutive, potrebbe modificare la sintomatologia con cui esprime il disagio.

SVILUPPO, COMPITI EVOLUTIVI E DISTURBI

Lo sviluppo di un bambino è un processo complesso che ha alla sua base numerosi fattori, che coinvolgono le relazioni reciproche tra bambino, contesto e figure di accudimento (di solito la madre o il padre).
Ogni bambino durante lo sviluppo deve affrontare una serie di compiti evolutivi per poter raggiungere le fasi evolutive seguenti, acquisire nuove capacità di autoregolazione e funzioni cognitive, emotive e relazionali più adattive; per fare ciò passa attraverso successivi momenti di adattamento e disadattamento. Ciò avviene in modo non lineare, ma con successive riorganizzazioni che dipendono dalle molte variabili coinvolte. Il fatto che la progressione non sia lineare significa che ogni nuova capacità, ogni nuova funzione, ogni nuova struttura che emerge dal superamento (o dalla difficoltà) di un determinato compito evolutivo non sostituisce le precedenti, ma si integra ad esse e le incorpora. Questo significa che le esperienze precedenti nello sviluppo vanno ad influenzare e a vincolare le successive riorganizzazioni nel processo di sviluppo, e pertanto possono andare a costituire dei fattori di vulnerabilità (che possono favorire lo sviluppo di disturbi) oppure dei punti di forza (che proteggono da eventuali disturbi). Diventa pertanto importante cogliere subito eventuali segnali di disagio ed intervenire al più presto.
È importante ricordare che non sempre un segnale di disagio si traduce in una patologia. Un bambino può trovarsi semplicemente alle prese con una crisi evolutiva o con una crisi adattiva: queste sono componenti normali dello sviluppo che si manifestano quando la maturazione si arresta temporaneamente o regredisce in presenza di fattori precipitanti esterni (crisi evolutiva; ad esempio scatenata dai cambiamenti del corpo in preadolescenza) oppure in presenza di fattori precipitanti meno rilevanti (crisi adattiva).
Ci sono inoltre situazioni in cui il bambino si trova a dover affrontare eventi che possono essere fisiologici o legati al ciclo di vita della famiglia (ad esempio un lutto o la separazione dei genitori) oppure eventi traumatici (ad esempio un abuso sessuale o un maltrattamentomaltrattamento) che possono mettere a dura prova la sua integrità psichica, e possono favorire lo sviluppo di patologie.
Quando le “deviazioni” dal normale percorso di sviluppo assumono caratteristiche più stabili e durature, e portano a manifestazioni di sintomi che ostacolano la quotidianità e lo sviluppo, allora siamo in presenza di un disturbo psicopatologico, e diventa opportuno pianificare un intervento. La plasticità del funzionamento mentale del bambino consente di ipotizzare che l’esito sarà tanto più positivo quanto più precoce sarà l’intervento.

VALUTAZIONE E INTERVENTO PSICOLOGICO CON I BAMBINI

Quando un bambino manifesta un disagio è necessario innanzitutto fare una corretta valutazione, che tenga conto degli aspetti evolutivi e di plasticità del funzionamento mentale del bambino e del suo modo di manifestare i sintomi in base all’età, della sua capacità cognitiva e affettiva, del suo mondo interno, nonché del contesto relazionale e sociale in cui è inserito, oltre che di tutta la storia del suo sviluppo.
La relazione tra psicologo e bambino è sempre sostenuta da strumenti adatti al livello evolutivo del piccolo. È lo psicologo che scende al livello del bambino e lo va a “cercare” proprio nel punto evolutivo in cui lui in quel momento si trova. Si utilizzano pertanto oltre al colloquio anche strumenti quali il gioco, il disegno o le fiabe che consentono al bambino di comunicare su un piano simbolico quanto accade dentro di lui.
L’intervento psicodinamico consente di indagare le dinamiche inconsce che stanno alla base del disturbo, gli affetti, le paure, le rappresentazioni, e di ristabilire nuovi equilibri più “sani” e adattivi, rimettendo in moto un naturale processo evolutivo che ha temporaneamente subito una battuta d’arresto.
È fondamentale la collaborazione tra psicologo e genitori: essi si fanno portavoce del disagio che il bambino non riesce ancora ad esprimere, forniscono le informazioni, possono a volte essere presenti in seduta (con i bambini più piccoli, regrediti o inibiti), e soprattutto diventano una grande risorsa nel processo di cura. I genitori infatti costituiscono l’ambiente relazionale fondamentale del bambino, in cui i progressi man mano raggiunti in terapia possono essere consolidati o, al contrario, accidentalmente ostacolati. I genitori vengono quindi sempre coinvolti nel percorso terapeutico al fine di favorire e sostenere un lavoro efficace con i bambini.

ALCUNE DELLE PRINCIPALI CLASSI DI DISTURBO SONO:

Per ogni dubbio sullo sviluppo del tuo bambino, contatta il CPP – Centro di Psicologia e Psicoterapia di Torino