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Psicologo e psicoterapeuta a Torino - Psicoterapia come area di gioco tra paziente e terapeuta

Il gioco come dimensione centrale

Dott.ssa Giuliana Bitelli

 

L’uomo

è totalmente uomo

solo là dove gioca.

Schiller 1793-95 [1]

Il gioco è un tipo di atteggiamento del terapeuta e una coloritura della relazione paziente-terapeuta, e un possibile stile emotivo del paziente; esso sta alla base dell’attività creativa di ogni individuo, e contraddistingue in particolare la relazione tra paziente e terapeuta nel loro lavoro di scoperta della nuova identità del paziente.

La definizione di gioco nella sua dimensione affettiva e simbolica ci introduce in campo psicologico.

Nella letteratura psicologica c’è un primo e famoso giocatore: il nipotino di Freud gioca con un rocchetto, che scaglia lontano e poi riprende con soddisfazione (Freud 1920, pag. 201, e Freud 1899 pag. 422).

Freud ci dice che il bambino così facendo stava realizzando un gioco di sparizione e riapparizione, per risarcirsi della separazione dalla madre che se n’era andata lontano da lui: riproduceva il gesto dell’andare via della madre gettando lontano il rocchetto-madre, e il gesto del ritorno della madre con il ritiro del filo del rocchetto. Essendo lui in prima persona attivo nel gioco, poteva dominarlo e sopratutto dominare la situazione dolorosa rappresentandola nel gioco come in una pièce teatrale.

Inolte poteva rassicurarsi della sequenza degli eventi non in suo potere -la madre che va via, egli non può trattenerla e sopratutto  non sa se torna- con una sequenza di gioco in suo potere di cui prevedeva la fine positiva -il ritorno della “madre-rocchetto”-. Con il ritiro del filo poteva anticipare il piacere del ricongiungimento con la madre-gioco, e con il lancio lontano poteva dirle che si vendicava di lei gettandola via lui stesso, senza però rischiare di perdere il suo amore.

E’ chiaro che questo gioco rappresenta per Freud qualcosa d’altro che va oltre il gesto in sé, qualcosa che appartiene alla realtà in quanto coinvolge il corpo del bambino e un oggetto reale, e costituisce la gratificazione del bambino, ma allo stesso tempo è fuori della realtà concreta, in quanto allude a qualcosa che non si vede, che si suppone, che si può solo immaginare: è un fare umano simbolico.

Questo concetto anticipa di molti anni quello sviluppato poi da Winnicott in Gioco e realtà (1971); egli sottolinea il processo dinamico del giocare: giocare è fare; ma sopratutto identifica l’area  transizionale a metà tra mondo interno e mondo esterno, tra soggettivo e oggettivo, tra madre e bambino.

Si tratta inoltre di uno spazio che si crea all’interno di un rapporto fiducioso tra due persone in relazione.

Per di più è eccitante perchè è precario: secondo Winnicott la precarietà è dovuta proprio alla percezione di quella linea teorica o implicita che separa il soggettivo dal condivisibile (Winnicott 1971, pag.97).

Una nuova e dinamica definizione di gioco ci conquista dopo la lettura del libro di Winnicott: il gioco è un processo dinamico, uno strumento simbolico di comunicazione che avviene tra due spazi psichici, e che comunica universalmente stabilendo un linguaggio compreso da adulti e bambini (e animali); infine è uno strumento essenziale per la salute psichica e quindi è di per sé terapeutico.

Possiamo allora dire che per analogia anche l’area terapeutica può essere un’area di gioco: area dinamica in cui si attiva un gioco di linguaggi e di intese, di significati condivisi e allusi, di sfide e prove, di abbandoni e riconquiste.

Possiamo qui riaffermare, seguendo Winnicott, che la psicoterapia ha luogo dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano assieme (Winnicott 1971, pag. 82).

La psicoanalisi si è sviluppata in una forma altamente specializzata di gioco al servizio della comunicazione con se stessi e con gli altri (Winnicott 1971, pag. 84).

Gioco e Psicoterapia: due forme ludiche, dunque, una naturale, spontanea e universale, l’altra altamente sofisticata tipica del ventesimo secolo.

Il gioco sociale inoltre, anche nella sua qualità terapeutica, si sviluppa in un'”area ad alta intensità affettiva“, in cui pensiero non indirizzato e pensiero indirizzato, come direbbe Jung (1921, pagg. 468, 471), possono convivere per dar luogo a qualcosa di nuovo: due persone in relazione, bambini fra loro, adulti fra loro, adulto-bambino, quando giocano diventano creativi. Soltanto mentre gioca il paziente è in grado di essere creativo e far uso dell’intera personalità per riscoprire il sè. Il cercare può venire solo da un funzionamento sconnesso; e da uno stato non integrato della coscienza può comparire ciò che noi descriviamo come creativo. Questo aspetto, se rispecchiato, viene a far parte di una personalità individuale organizzata, capace di postulare l’esistenza di un sé (Winnicott 1971, pag. 102-103).

alcune metodologie terpaeutiche quali Il Gioco della Sabbia, l’Arteterapia e lo Psicodramma, offrono una esperienza di gioco la cui valenza simbolica favorisce un processo di individuazione.

Secondo Jung, l’esperienza ludica con i materiali e con gli oggetti provoca un particolare atteggiamento mentale, e questa possibilità ha le sue radici in una predisposizione archetipica: Il motivo del fanciullo non soltanto rappresenta qualcosa che è stato e che è passato, ma anche qualcosa di attuale; vale a dire esso non è soltanto un residuo, ma anche qualcosa che funziona nel presente ed è destinato a compensare le inevitabili unilateralità e stravaganze della coscienza (Jung 1940, pag. 153).

Per questo il gioco è parte dell’attività mentale e psichica di adulti e bambini, e attiva in entrambi un’area affettiva associata che si aprirà al “senso”.

Stiamo qui sottolineando che il simbolo e il gioco, come tramite dell’esperienza affettiva e simbolica nella vita dell’uomo, hanno una funzione riparatrice all’interno di quell’area misteriosa in cui inconscio del paziente ed inconscio del terapeuta vengono ad intersecarsi.

Il gioco allora diventa una realtà interiore dello spirito, un luogo di creazione e di trasformazione, il “luogo del senso”, lo spazio in cui si congiungono la serietà del giocatore e la leggera allegria di chi sa che la sua vita, seppur sensata, non è necessaria (Callois 1995, pag. 29).

In conclusione il gioco racchiude polarità opposte: interno-esterno, spirito-corpo, serietà-allegria, limite-libertà, pensiero indirizzato-immaginazione, ed è proprio in questa oscillazione fra gli opposti che si crea una tensione dinamica vitale: essa permette l’emergere, al cospetto di un Io che li tiene insieme, di quegli elementi simbolici capaci di indicare un nuovo “senso” (comunicazione orale della dott.ssa Napoliello, master Sand Play Therapy, Torino, 2010).

 

BIBLIOGRAFIA

CALLOIS R: I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Saggi Tascabili Bompiani, Milano 1995.

FREUD S. (1899): L’interpretazione dei sogni, Opere, volume 3, Paolo Boringhieri, Torino 1967.

FREUD S. (1920): Al di là del principio del piacere, cap. 2, in L’Io , l’Es e altri scritti, Opere – 1917-1923 – Volume nono, Paolo Boringhieri, Torino 1977.

JUNG C.G. (1921): Definizioni (di Individuazione, Simbolo, Pensare, Irrazionale), cap. 11, in Tipi Psicologici – Opere, n° 6 – Bollati Boringhieri, Torino 1996.

JUNG C. G. (1940): La Psicologia dell’Archetipo del Fanciullo, in cap. 6 Psicologia dell’archetipo del Fanciullo, in Gli Archetipi e l’Inconscio collettivo, – Opere n° 9* – Bollati Boringhieri, Torino 1997.

WINNICOTT D. W. (1971): Gioco e realtà, Armando Editore, Roma 1974.

 

ALLEGATO

 JOHANN CHRISTOPH FRIEDRICH SCHILLER nacque a Marbach, in Germania. Nel 1773 iniziò gli studi di medicina. Durante gli studi lesse Rousseau e Goethe e discusse gli ideali classici con i compagni di corso. In quegli anni scrisse la sua prima opera teatrale I Masnadieri.  Durante molti viaggi  iniziò l’interesse al Classico. Nel 1789 gli venne affidata, per intercessione di Goethe, la cattedra di storia e filosofia di Jena. Nel 1791 inizia lo studio di Kant e dell’estetica. Inizia la grande stagione dei capolavori di Schiller: nel 1800 scrive Maria Stuarda, nel 1801 La pulzella d’Orleans, nel 1803 La Sposa di Messina, nel 1804 il Guglielmo Tell. Questa prolifica attività letteraria fu interrotta solo dalla morte, avvenuta nel 1805 a causa della tubercolosi.

L’autore che ebbe maggiore influenza sulla preparazione e formazione culturale di Schiller fu senz’ombra di dubbio Kant, da cui il poeta Schiller assimilò specialmente la Critica del giudizio , come del resto tendevano a fare molti degli esponenti del circolo romantico. Da Kant Schiller mutua la consapevolezza che nell’uomo vi è una doppia natura: da un lato, l’uomo sensibile, sottoposto a bisogni, impulsi e, in generale, alle esigenze del mondo fenomenico; dall’altro, l’uomo morale, il soggetto noumenico, espressione di ragione e libertà. La prima di queste due dimensioni viene denominata la vita , ossia l’insieme di rapporti che determinano necessariamente l’esistenza fenomenica dell’uomo, e la seconda l’ ideale , il compito morale che deriva all’uomo dalla sua natura razionale. Ma tra sensibilità e ragione, tra vita e ideale, non intercorre un’opposizione assoluta, pretesa invece dal rigorismo etico di Kant, per il quale la repressione della sensibilità è condizione fondamentale per il compimento del dovere. Schiller è del parere che una conciliazione dei due aspetti sia realizzabile nell’ anima bella , in cui il dovere morale è compiuto in modo spontaneo e disinteressato, in piena armonia con l’inclinazione sensibile. L’accordo spontaneo tra la sensibilità e la morale, attuato nell’anima bella, prende il nome di grazia . Ma, se per caso l’impulso sensibile torna ad essere in contrasto con la legge morale, l’ anima bella deve diventare sublime e dominare con la forza la sensibilità tramite la ragione: la dignità prende così il posto della grazia. Nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (1793-1795), la conciliazione tra sensibilità e ragione viene affidata al sentimento del bello . Infatti, dato che la bellezza è data dall’equilibrio tra sensibile e sovrasensibile, tramite l’educazione estetica la natura umana realizza la propria completezza, secondo il modello greco kalos kai agapos , insieme bello e buono. Il mezzo basilare di cui si deve avvalere l’educazione estetica è il gioco , ossia un’attività che ha per fine se stessa. Nelle operazioni ludiche, infatti, la componente sensibile non è subordinata ad uno scopo razionale, nè il momento intellettuale è sacrificato all’impulso sensibile: anzi, in esse sensibilità e intelletto, materia e forma, esteriorità ed interiorità, essendo i due aspetti inseparabili di una sola attività, sono sempre espressione di bellezza. Nel gioco, quindi, si realizzano in modo armonico ambo le componenti fondamentali dell’umanità, per cui:

l’uomo è completamente uomo solo quando gioca ‘.

[1]  Per ulteriori dettagli su vita e opere di J.C.F. Schiller vedi Allegato