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Psicologo e Psicoterapeuta a Torino - Psicoterapia e individuazione

Il processo di individuazione tra processo creativo artistico e processo alchemico. Una rilettura di Jung

Dott.ssa Giuliana Bitelli

 

Ciò che appare all’inizio della terapia

 è come un archetipo ontogenetico da esplorare

Machella 2000

 

Proviamo qui a tratteggiare il percorso di individuazione, che chi sceglie di esplorare se stesso compie, mettendolo in relazione con il processo creativo artistico e il processo alchemico.

Jung descrive l’individuazione come una forma di energia dinamica, che, al pari di ciò che avviene per il patrimonio genetico attraverso i caratteri somatici, tende alla piena realizzazione delle potenzialità umane di ogni individuo (Scategni 2001, pag. 163).

Jung in Psicologia e Alchimia (Jung 1944) fonda le basi per una analogia fra l’immaginario alchemico e il processo personale di scoperta di sé che attinge all’Inconscio Collettivo, che chiama Processo di Individuazione.

Machella riprende tale analogia per allargare il parallelo alla creazione artistica.

Tutti e tre i processi (individuativo, alchemico, artistico) hanno in comune molti elementi che sinteticamente illustriamo: l’unione degli opposti, fuoco e acqua o terra e aria, maschile e femminile, asciutto della tela e bagnato del colore; la trasformazione della materia, metalli, psiche o tempere; l’avere un luogo di laboratorio e di “macinazione” o “cottura” degli elementi da trasformare, l’Athanor o forno, o altrimenti da intendere come la base sicura della relazione con la “madre adottiva analitica”; il dare forma e ottenere un prodotto finale considerato di maggiore raffinatezza rispetto alla partenza, l’Oro o Pietra Filosofale, il quadro, il Sé; il non arrivare mai ad un punto definitivo ma essere immessi in un processo ciclico, che arrivato al culmine riparte da capo per rifondare in altre forme la perfezione dell'”Opus”.

L’Alchimia era detta “Arte Regia” e gli alchimisti si consideravano “filosofi” e “artisti” in quanto ricercavano la conoscenza seguendo l’opera della natura e nel contempo trasformavano se stessi nel profondo.

L’artista, similmente, coglie il materiale grezzo del contesto di vita e dei materiali artistici: li anima della sua propria vita interiore e li rende viventi rivelando il potere latente del creatore che dorme dentro di noi, in quanto questa è la nostra facoltà più prossima al divino (Harding [1]1973, cit. in Machella 2000, pag 51).

Colui che sceglie di esplorare se stesso attraverso il percorso analitico parte, analogamente all’alchimista e all’artista, dal caos psichico iniziale, è poi alimentato dagli archetipi dell’inconscio collettivo che si miscelano con i temi propri dando loro forma specifica, e arriva infine alla individuazione del proprio Sé, centro e fulcro della propria psiche rigenerata.

L’oro o Pietra Filosofale è dunque anche un simbolo della ricchezza spirituale che l’operatore consegue, ovvero della Sapienza, della luce di rivelazione e di bellezza estratta con travaglio dalle tenebre della condizione umana (Calvesi [2] cit in Machella 2000, pag 7-8).

Il senso delle analogie tra alchimia, arte e analisi risiede nel fatto che, dice Jung (1944, pag. 414), le immagini e le leggi delle tre sapienze hanno origine nell’anima, sono frutto di elaborazioni psichiche, anche se, come nel caso dell’alchimia e dell’arte, il materiale da trasformare è anche fisico e concreto; sono alimentate dal proprio inconscio e da quello collettivo archetipico.

A questo riguardo, infatti, esiste, dice Jung, una sorta di impressione archetipica nell’anima: Archetipo significa “l’impronta del principio“, da “arché”  =  principio, e “tùpos” = colpo, impronta (Jung 1944, pag. 19)

Ci sono quattro tappe del processo di trasformazione nei tre ambiti, e consideriamo il processo alchemico la nostra traccia e la metafora per gli altri due.

Esse sono contrassegnate dai quattro colori che caratterizzano chimicamente il punto di trasformazione alchemica dei metalli, e che diventano simbolici per gli altri due ambiti.

Seguendo Calvesi (1995) consideriamo quattro fasi in successione che tratteggiano un sistema simbolico e ciclico di traformazione, di cui l‘alchimia diventa il cardine, compendiando in sé, e a sé subordinando, ogni altra quadripartizione antropologica e cosmica: quella degli elementi della natura, terra e acqua, aria e fuoco; quella dei momenti del giorno, notte, alba, meriggio e sera; quella delle quattro età dell’uomo, fanciullezza, giovinezza, maturità, vecchiaia; quella delle stagioni, inverno, primavera, estate e autunno; e anche quella dei quattro umori dell’uomo, malinconia, irrequietezza, ardore, calma.

Le manifestazioni in continuo divenire della vita e dell’universo sono così spiegate in chiave di reciproche e speculari analogie.

Secondo Durer, che ha portato le antiche tradizioni alchemiche fino a noi, [3] le fasi sono: la prima è detta nigredo, la materia al nero, la putrefactio, contrassegnata dal colore nero e dal piombo, dalla separazione e dalla solitudine; la seconda è l’albedo, contrassegnata dal bianco, unione di molti colori simboli della compresenza e dell’unione dei contrari; la terza è la citrinitas, contrassegnata dal colore giallo, apertura epromessa di successo; la quarta è la rubedo, il rosso e l’oro o Pietra Filosofale, l’esito perfetto, ma non definitivo, della dolorosa trasformazione degli elementi (anche Jung 1944, pag. 227).

L’alchimia, come ci richiama Machella (2000, pag. 51) esorta alla conoscenza saturnina, a quell’entrare nella propria notte che chiamiamo inconscio, per riemergerne con l’opera compiuta.

Grazie all’esperienza clinica di cui la psicoterapia si è arricchita nel tempo, si può dire che le quattro fasi di trasformazione psichica del processo individuativo analitico, mutuate dalla metafora alchemica, sono le seguenti:

1. la nigredoè il momento in cui il paziente scopre il disagio, percepisce il dispiegamento dell’angoscia all’interno della relazione terapeutica già percepita come sicura e accogliente;

2.  l’albedoè la fase della scoperta, da parte del paziente e del terapeuta, delle risorse personali del paziente e dell’affacciarsi della speranza di risoluzione dei propri nodi;

3.  la citrinitasè il periodo dell’acquisizione del linguaggio simbolico e della possibilità reale di trasformazione; è il momento in cui paziente e trapeuta iniziano a giocare; nella relazione terapeutica si inizia ad essere in due soggetti che comunicano reciprocamente attraverso il  simbolo;

4.  la rubedosegna la trasformazione e la coscienza di essa, il loro consolidamento nella nuova materia psichica, a cui seguirà il desiderio del paziente di separarsi dalla sua guida e di camminare con le proprie forze; prendendo le mosse dai quattro elementi della natura che avrà riscoperto in sé, il paziente lascia indietro l’acqua delle lacrime, affonda i piedi nella terra del radicamento in sé,  si sente addosso l’aria dello spirito, si porta dentro il fuoco e la nitidezza della visione di sé.

Galimberti, nel suo bellissimo saggio L’uomo nell’Età della Tecnica (2007), presentato nel 2005 al Convegno Nazionale del CIPA, e nel libro del 2002 sullo stesso argomento [4] , ci rimanda l’angoscia rimossa e non più riconosciuta del nostro tempo, in cui l’uomo è stato espropriato del suo vero Sé per essere ridotto a servire la Techne, nuovo dio dalle leggi severe: nell’età della tecnica ci sono solo più le esigenze di una rigida razionalità puramente funzionale, che premia chi “meglio funziona”, ossia chi meglio interpreta il proprio ruolo di mero strumento (Galimberti 2007, pag. 191).

In questo scenario in cui si fronteggiano ostilmente individuo e società contendendosi il campo l’un l’altro, Galimberti si chiede come possa svilupparsi il processo di individuazione di ogni individuo, quando questi sia soverchiato dalla razionalità della tecnica che lo obbliga ad un adeguamento e un conformismo  funzionali e lo deruba della sua autenticità.

Se il processo di individuazione è strettamente connesso con la cosiddetta funzione trascendente, e mediante questa funzione vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via già tracciata da norme collettive (Jung 1921, pag. 463, 490, cit. in Galimberti 2007 pag. 193), ecco che allora si offre all’individuo la possibilità di de-situarsi dal collettivo ad etica razionale e strumentale, di oltrepassare la situazione che lo ospita e lo priva di autodeterminazione e libertà, e di ascoltare le proprie risonanze interiori.

Il Simbolo è per Galimberti dunque il tesoro illuminante che darebbe senso alla nostra vita e che deve essere rintracciato nella preistoria dell’uomo, a  monte  della tecnologia con le sue leggi totalizzanti, quando ancora l’uomo è vicino alla natura, ai desideri autentici. Se l’uomo riuscisse, nonostante la potenza della Techne, ad essere autentico e se stesso usando la sua verità individuale, se potesse conoscere se stesso che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima (gnothi seauton), avrebbe paradossalmente scarsa capacità di adeguamento funzionale al regime della tecnologia e sarebbe da essa etichettato come “patologico”, ma salverebbe l’anima (Galimberti 2007, pag. 194-196).

Per non perdere l’anima Galimberti suggerisce di restare accanto e fedeli al principio di individuazione che ha la sua radice in quel fatto ontologico per cui ogni uomo è per principio un discretum, un che di separato, come riserva di significati propri che resistono all’omologazione. Questa trascendenza interna dell’anima, se tenuta strettamente a contatto del proprio Sé e ricercata continuamente, àncora l’individuo alla propria verità interna e originale, e impedisce all’uomo di funzionare “perfettamente” come una macchina. L’individuazione, che ha nella trascendenza la sua radice interna, agli occhi del regime della moderna funzionalità è un ostacolo all’esigenza totalitaria implicita nella tecnica (Galimberti 2007, pag. 197).

La conclusione del processo alchemico, artistico, individuativo è rappresentato dal  Lapis o  Pietra Filosofale, esito dell’Opus, il processo appunto, come abbiamo visto, di “raffinazione” della materia psichica (Machella, Bologna 2000, pag. 27).

 

BIBLIOGRAFIA

CALVESI M.: Arte e Alchimia, Art Dossier, Giunti editore, Milano 1995.

GALIMBERTI U.: Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 2002.

GALIMBERTI U.: L’uomo nell’età della Tecnica, in La Psiche nell’epoca della Tecnica, sez. Mondo della Tecnica e disagio della Civiltà, Atti del XIII Convegno Nazionale del Centro Italiano di Psicologia Analitica, Milano 11, 12, 13 Novembre 2005, ediz. La Biblioteca di Vivarium, Milano 2007.

JUNG C.G. (1921): Definizioni (di Individuazione, Simbolo, Pensare, Irrazionale), cap. 11, in Tipi Psicologici – Opere, n° 6 – Bollati Boringhieri, Torino 1996.

JUNG C.G. (1944): Psicologia e Alchimia, – Opere, n° 12 – Bollati Boringhieri, Torino 1994.

HARDING E.: I misteri della donna, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1973.

MACHELLA M. (1999-2000): Dispensa n°5: Il Processo Creativo Artistico e il Processo Alchemico, Corso di Teoria della Percezione e Psicologia della Forma, Copisteria Asterisco, Bologna 2000.

SCATEGNI W.: Nel sogno attraverso il teatro, in Dentro il Presente (a cura di Terrile P.), La Psicologia Analitica di fronte ai conflitti contemporanei, La Biblioteca di Vivarium, Milano 2001

 

ALLEGATO

LA MELENCOLIA I DI ALBRECHT DÜRER (1470-1528), opera realizzata con la tecnica del bulino (acquaforte) che rappresenta il primo stadio del lavoro alchemico: immagine intensamente simbolica.

La Melencolia I di A. Durer

[1]    M. Esther Harding è stata allieva diretta di C. G. Jung negli anni venti e ha praticato la professione di analista fino alla sua morte nel 1971. Ha tenuto numerose conferenze negli Stati Uniti, in Canada e in Europa ed è autrice di Journey into SeifThe I and the Not-I e The Parental image. È stata membro fondatore della New York Association for Analytical Psychology, dell’Analytical Psychology Club di New York e della C. G. Jung Foundation, e patronessa del C. G. Jung Institute di Zurigo.

[2]    Maurizio Calvesi (Roma 1927) è un accademico, storico dell’arte, critico d’arte e saggista italiano. È professore emerito nell’Università di Roma La Sapienza, socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia Clementina di Bologna, è considerato uno dei più autorevoli storici dell’arte moderna in Italia. Ha curato diverse mostre e scritto numerosi saggi e articoli sulla storia dell’arte del Rinascimento, del Barocco e del XX secolo. La sua ricerca storico-critica si muove secondo linee innovative e spesso controcorrente. Rilevanti sono i suoi studi sulle simbologie alchemiche nell’arte, applicate poi allo studio di diversi artisti, anche del Novecento, come Marcel Duchamp. È stato fra i primi ad interessarsi della Neo-avanguardia e di artisti contemporanei di spicco.

[3]   Albrecht Durer Pittore tedesco rinascimentale e incisore. E’ possibile osservare in Allegato una sua opera, famosa nel campo dell’alchimia: La Melencolia.

[4]  Vedi Galimberti 2002 in Bibliografia.