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Intervista a M.A. Massimello, traduttrice del Libro Rosso di C.G. Jung

A cura della Dott.ssa Luisa Ortuso, psicologa e psicoterapeuta

con la collaborazione della Dott.ssa Giuliana Bitelli e del Dott. Claudio Michieli.

 

 

«È importante avere un segreto,

una premonizione di cose sconosciute.

L’uomo deve sentire che vive in un mondo che,

per certi aspetti, è misterioso;

che in esso avvengono e si sperimentano cose

che restano inesplicabili.

Solo allora la vita è completa.»

                                                                                                                          (C. G.Jung, Libro Rosso)

 

INTRODUZIONE

 

Il Liber Novus, detto Libro Rosso dal colore della copertina del volume, è un testo importantissimo e fondamentale per comprendere l’opera di Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, fondatore della Psicologia Analitica. Il Libro Rosso è anche uno dei manoscritti inediti più importanti nella storia della psicologia del ventesimo secolo, nel quale Jung annotò meticolosamente, attraverso l’uso dell’immaginazione attiva, il suo percorso interiore, le sue fantasie, i suoi sogni nel sonno e nella veglia.

Si tratta di un testo un po’ enigmatico e controverso, al punto che Jung ed eredi decisero di tenerlo segreto per circa 80 anni ma, in tempi recenti, esso ha visto finalmente la luce. Nel 2009 la casa editrice americana W.W. Norton ne ha presentato una prima edizione in inglese curata da Sonu Shamdasani.  Nel 2010 è arrivata anche la versione italiana, edita da Bollati Boringhieri, tradotta da Maria Anna Massimello.

La presente intervista, animata da un sentimento di gratitudine nei confronti della traduttrice per aver reso accessibile l’opera al lettore italiano, nasce dal desiderio di condividere questa sua importante esperienza. L’intervista è solo uno dei tasselli che ha composto un intero ciclo di appuntamenti con Maria Anna sul Libro Rosso, sviluppati su iniziativa della dott.ssa Giuliana Bitelli e promossi dal CPP Centro di Psicologia e Psicoterapia.

Nel materiale che abbiamo raccolto si possono trovare strumenti di approfondimento preziosi per chi già conosce l’opera di Jung e, allo stesso tempo, nutriamo la speranza che i contenuti emersi possano rappresentare per tutti un viaggio affascinante nel mondo della traduzione e della psicologia.

 

INTERVISTA

1.

L.O.: “Benvenuta, Maria Anna. Possiamo affermare che una delle difficoltà della traduzione consista nel conciliare la conoscenza delle lingue, in questo caso tedesca e italiana, con il pensiero dell’autore. Tu conoscevi già le opere di Jung prima della traduzione del Libro Rosso? Avevi già tradotto qualche scritto di Jung?”

M.M.: “Sì, ho conosciuto gli scritti di Jung all’inizio degli anni ’80, quando lavoravo come redattrice presso la casa editrice Boringhieri. Allora non era ancora la Bollati Boringhieri di oggi, perché c’è stato un passaggio di proprietà nel 1987, quando l’editore Paolo Boringhieri ha ceduto il 51% delle sue azioni a Bollati, per cui è diventato direttore Giulio Bollati, che proveniva anche lui (come Paolo Boringhieri) dalla redazione Einaudi.

Il mio primo impatto con Jung è stato a 24 anni, con la redazione dell’Indice analitico del Volume XI delle Opere, Psicologia e religione. Per stilare l’Indice analitico si passa in rassegna tutto il testo, per estrapolare i concetti più significativi. Sono poi stata assunta dalla Boringhieri per la redazione degli indici analitici di tutte le opere di Freud. E anche in questo caso c’è stata un’immersione totale nelle opere di Freud.

In seguito ho scoperto il filone degli scritti junghiani, con la rilettura e la revisione in casa editrice dell’antologia La saggezza orientale, scritti vari sul pensiero e la filosofia orientale, da Il Segreto del fiore d’oro alle cento lettere junghiane, che sono state pubblicate nei saggi con il titolo di Esperienza e mistero. Diciamo che c’è stata una sorta di colpo di fulmine nei confronti di Jung e, insomma, sono diventata fervente “junghiana”; e anche nel privato ho affrontato un percorso analitico junghiano.

Nel 1984 ho avuto l’opportunità di assumere la cura e la traduzione di volumi delle opere di Jung, e dal X volume in avanti, fino al XVIII, sono stata messa di fronte alla necessità di una scelta, ossia di licenziarmi dalla redazione per assumere questa collaborazione esterna. Insomma, innamoratissima di Jung non ho potuto fare altro che accettare, e così ho passato 5-6 anni in immersione nelle sue opere, lavorando a casa, mentre crescevo i miei figli, che erano piccoli e avevano bisogno di una presenza in casa”.

 

2.

L.O.: “Cosa ti ha aiutato di più nella traduzione: la conoscenza della lingua tedesca o la passione per la materia?”

M.M.: “Direi entrambe le cose, soprattutto la passione per la materia, perché ho sempre avuto la fortuna di tradurre i libri che avrei voluto leggere. Come dice Calvino: ‘Tradurre è il miglior modo per leggere un libro’. E alla base di tutto c’è stato un interesse personale per la psicologia, per lo studio della psiche e per la conoscenza di me stessa”.

 

3.

L.O.: “Ci hai raccontato come è nato il tuo interesse per Jung e come ti sei avvicinata al suo pensiero. Come si è sviluppato nella tua vita di traduttrice questo processo?”.

M.M.: “Prima è stata una casualità, perché sono andata a lavorare nella casa editrice che pubblicava le opere di Jung, e poi, una volta conosciuto il suo pensiero, è stata una passione, un proseguire con un incontro che per me è stato molto fruttuoso.

Nell’ambito delle sue opere ho tradotto e rivisto molti scritti. Ricordo comunque in particolare l’impegno per la traduzione del Mysterium Coniuctionis, che mi ha assorbito per quasi due anni, degli scritti su Paracelso e degli Studi sull’alchimia.”.

 

4.

L.O.: “Da dove nasce la tua esperienza come traduttrice?”

M.M: “Ho sempre avuto la passione per la traduzione, anche quando frequentavo il liceo classico D’Azeglio, con professori di latino e greco molto severi, e quindi ho appreso a essere molto fedele, attenta nelle traduzioni, dal greco, dal latino e dal tedesco. Quanto al tedesco, l’ho studiato anche a scuola, prima alle scuole medie e poi al ginnasio. In quel caso non fare errori era davvero molto importante per la sopravvivenza, perché, se bocciati, si perdeva un anno. Per cui mi è rimasta l’ansia di ottenere un lavoro ben fatto; di qui la ricerca spasmodica anche della svista, del fraintendimento: questo mi accompagna dagli anni del liceo. Avevo cominciato a tradurre dal tedesco e dal francese all’età di 19 anni, per i Quaderni dello Stabile; poi all’Università ho tradotto testi del filosofo Georg Simmel, e infine ho incominciato a tradurre per Boringhieri, entrando nel filone della Psicoanalisi e della Psicologia, in particolare Helm Stierlin, autore del volume Dalla Psicoanalisi alla terapia della Famiglia, e Karola Brede, autrice di Socioanalisi dei disturbi psicosomatici. Poi ho proseguito con alcuni testi di Freud (in special modo il suo carteggio con Lou Andreas Salomè), alcuni scritti della stessa Salomè, di Erich Neumann e di Alice Miller. Ultimamente ho tradotto un testo di Ruth Amman, anche lei autrice junghiana, e di Hermann Strobel, Psicoanalisi del mal di denti, che mi è piaciuto moltissimo, e che purtroppo non ha avuto molto successo editoriale. Ho avuto anche un intermezzo relativo alla storia delle religioni, perché ho tradotto i tre volumi di Mircea Eliade Storia delle credenze e delle idee religiose per Sansoni, poi riedito da Rizzoli: questo tanti anni fa, insieme a Giulio Schiavoni. Quest’ultimo era un libro che ci era stato dato dall’editore per gentile segnalazione del nostro compianto amico Furio Jesi, a cui sono grata perché è stato molto importante per la mia formazione”.

 

5.

L.O.: “In una delle occasioni di incontro preliminare a questa intervista, mi avevi accennato alle tue esperienze estive e alle ripetizioni che davi ai ragazzi. Hai incominciato con il tedesco da giovanissima”.

M.M.: “Sì, sì. Innanzitutto quando ero ragazzina, perché – come ho già detto – studiavo il tedesco alle medie; poi d’estate andavo in Toscana in villeggiatura: c’erano i primi turisti tedeschi e, ovviamente, sulla spiaggia non c’era nessuno che conoscesse il tedesco. Mi esercitavo a fare da interprete tra i ragazzi del posto e le bellezze teutoniche [ride]; comunque mi piaceva molto tradurre, interpretare, fare in modo che le persone si capissero e poi… sì, quando frequentavo l’Università, ho dato lezioni facendo il doposcuola alla Manzoni, ai ragazzini delle medie in cui si studiava il tedesco”.

 

6.

L.O.: “Raccontaci come è cresciuta, nel tempo, la tua professionalità”.

M.M.: “Innanzitutto attraverso molti soggiorni all’estero. In particolare ricordo una Borsa di Studio alla Humbold-Universität di Berlino Est negli anni ’80, che mi ha fatto conoscere la realtà del mondo dell’est al di là del Muro. E’ stata un’esperienza molto formativa. Veramente, mi ha fatto crescere molto. Sono rimasta sempre in contatto con il mio tutor, un professore di Berlino, e con la sua famiglia, e tutti gli anni sono sempre ritornata per aggiornarmi e rinfrescare il mio tedesco. In seguito ho avuto delle borse di studio presso Il Collegio dei traduttori di Procida, dove c’erano traduttori da tutto il mondo che soggiornavano per un periodo di due o tre mesi in Italia, traduttori dall’italiano in altre lingue europee, e quindi è stato molto bello avere scambi con queste persone: ci si aiutava reciprocamente nei dubbi o nei problemi. È stata una buona scuola anche quella. Soprattutto è stato importante il contatto con i miei colleghi in casa editrice. Allora non esistevano ancora le scuole di traduzione, sorte in seguito, e la traduzione era un po’ considerata come un lavoro artigianale. Tra i miei colleghi più anziani, ho conosciuto Renata Colorni, traduttrice delle Opere di Freud, Anna Colli, la sorella di Giorgio Colli, curatore delle Opere di Nietzsche, e tanti altri colleghi, che ricordo con riconoscenza, perché mi hanno insegnato un po’ il mestiere”.

 

7.

L.O.: “Come mai il tedesco?”

M.M.: “È stato un caso, o meglio una sincronicità. Mia madre mi aveva iscritto in ritardo alle medie, alla Foscolo, dove restava posto unicamente nella sezione di tedesco, perché nessuno voleva studiare questa lingua, in quanto considerata troppo difficile. E poi ho avuto subito delle offerte di lavoro, perché non sono in tanti quelli che conoscono il tedesco. Erano in tanti quelli che traducevano dal francese o dall’inglese, invece con il tedesco c’era meno concorrenza, diciamo così”.

 

8.

L.O.: “Con quali case editrici hai collaborato nella tua vita?”

M.M.: “Innanzitutto con la Boringhieri che è stata fondata da Paolo Boringhieri nel 57’. Paolo Boringhieri era un redattore della casa editrice Einaudi, dove fu collega di Pavese, di Cassola, di Calvino. Lui aveva ripreso quattro collane editoriali dalla Einaudi: la Collana Viola, di studi antropologici e psicologici diretta da Pavese e De Martino, la Collana Grigia di Fisica ed Economia, quella dei testi scientifici e dei manuali. Ha cominciato il suo percorso editoriale da queste quattro collane di carattere scientifico; si è ritagliato questo campo senza prevedere la narrativa. Poi.nell’’87, dopo il nuovo cambiamento di proprietà [vedi inizio dell’intervista], è entrata anche la narrativa e sono aumentate le collane editoriali. Diciamo che si è persa un po’ la specificità della Boringhieri delle origini.

In seguito ho collaborato con Einaudi per un libro di Karl Kerényi Il rapporto con il divino, con Sansoni per Mircea Eliade, con Moretti & Vitali per Erich Neumann, e soprattutto con le edizioni E/O, per le quali ho tradotto diversi libri di Christoph Hein, uno scrittore della Germania orientale. I suoi erano romanzi che ho trovato avvincenti”.

 

9.

L.O.:  “Quindi avevi già collaborato con la Bollati Boringhieri, e la casa editrice ha deciso di affidarti la traduzione di questa opera magnifica e importantissima. Segno di stima e apprezzamento della tua professionalità. Ma tu, come hai reagito alla proposta di tradurre il Libro Rosso?”

M.M.: “Con grande gioia e anche con ‘timore e tremore’, per dirla con Kierkegaard, con enorme curiosità perché in realtà nessuno ancora aveva potuto leggere il libro, perlomeno in Italia. L’acquisto era stato fatto a scatola chiusa, in quanto non era ancora stato pubblicato neppure nella versione inglese. Ho avuto i primi capitoli nel dicembre 2008. Anzitutto devo ricordare che mi ero infortunata, per cui sono stata costretta a letto per un mese proprio quando era arrivato il primo capitolo del Libro Rosso, che poi era un capitolo centrale, l’Anacoreta, e allora Francesco Cataluccio, il direttore della casa editrice, ci scherzava su, dicendo che era stato Jung ad azzopparmi, in modo che avessi più tempo per tradurlo! E difatti, siccome nulla capita per caso, può darsi che sia stato così”. [Ridiamo].

 

10.

L.O.: “Qual è stato il tuo primo impatto con il testo?”

M.M.: “Ho lavorato su giri di bozze, mai definitivi, perché ogni due-tre mesi compariva una nuova versione, che non era mai l’ultima, ma la penultima, perché, nelle note, Shamdasani ha dovuto operare dei cambiamenti per motivi di diritti: aveva citato sia passi di lettere inedite, sia passi del testo Ricordi, Sogni, Riflessioni che non sono mai stati pubblicati. Sì, perché Sogni, Ricordi, Riflessioni è stato tagliato al momento della pubblicazione e ci sono pagine che sono state omesse, però presenti nell’archivio dell’ETH di Zurigo, e Sonu Shamdasani vi aveva potuto accedere. Però al momento della pubblicazione, gli eredi della Jaffé, credo, hanno protestato perché quei passi erano fuori diritti, e quindi lui ha dovuto sostituire tutte le citazioni con delle parafrasi in inglese: ho dovuto ritradurre tutte queste note. E’ stato abbastanza faticoso e mi ha fatto perdere molto tempo”.

 

11.

L.O.: “E dal punto di vista delle emozioni? Quali sensazioni hai sperimentato durante la traduzione di questo testo?”

M.M.: “Direi tutta una gamma di emozioni, dall’angoscia per le scene più raccapriccianti e cruente, come quella dell’assassinio sacrificale in cui Jung deve mangiare il fegato della bambina uccisa, scena un po’ pesante. Poi anche divertimento e vera e propria ilarità per certe scene come quelle dei dialoghi con il Cavaliere Rosso, il diavolo, i dialoghi nel manicomio, oppure anche neile parole di Filemone sulla magia. Ci sono delle scene molto divertenti, di vero e proprio umorismo. La parte più bella è stata il coinvolgimento nei pensieri più profondi. Anche nel Layer two – come lo si chiama – , il secondo strato, cioè il commento che Jung stesso ha posto alle sue visioni, che è un po’ un riflettere sulle sue fantasie – ci sono veramente delle perle da cui attingere a piene mani. Mi ha molto interessata il suo non-trascurare il rapporto con l’Ombra, con il male, con Satana, un rapporto abbastanza inquietante che si tende a rimuovere. Chi legge riflette sulla propria Ombra. E poi ci sono delle pagine meravigliose che esprimono il rapporto con il divino. Ad esempio mi sono trascritta una preghiera al dio orfico Fanes, che non è presente nel Libro Rosso stesso ma è trascritta in nota ed è presa dal Libro nero 6. E’ veramente bella questa preghiera, e ogni tanto la rileggo.

Il 28 settembre del 1916 Fanes è descritto come una figura dalle ali d’Oro nel Libro nero 6. Il 20 febbraio 1917 Jung si rivolge a lui in quanto messaggero di Abraxas, il 20 maggio Filemone afferma che diverrà Fanes”.

L’11 settembre Filemone lo descrive nel modo seguente:

Fanes è il Dio che esce luminoso dalle acque

Fanes è il sorriso dell’alba

Fanes è il giorno radioso

È l’oggi che mai tramonta

E’ fragore dei fiumi

È il sussurrare del vento

E’ fame e sazietà

E’ amore e piacere

È mestizia e consolazione

È promessa e compimento

È la luce che illumina ogni oscurità

E’ il giorno perenne […]

È l’abbraccio e il sussurro dell’amore

È il calore dell’amiciziaE la speranza che ravviva il vuoto

È lo splendore del sole ritrovato.

E’ la gioia a ogni nascita.

È la luce che emana dai fiori.

È l’ala vellutata della farfalla.

È il profumo dei giardini in fiore […].

È il canto della gioia…

E poi va avanti ancora. Questo che ho ricordato mi pare un esempio di quella che è la sua idea del divino.

Ogni testo andrebbe letto nella sua lingua originale, direi, perché puoi apprezzare di più il ritmo, il suono delle frasi, anche la specificità del linguaggio dell’autore. Quindi diciamo che il vantaggio della traduzione è quello di poter leggere il testo nell’originale e avvertire le emozioni in prima battuta, direttamente, mentre il lettore che legge poi nella traduzione lo legge, come dire, un po’ filtrato attraverso le emozioni e le parole del traduttore.

Devi cercare dentro di te il corrispettivo di ogni parola nella tua lingua. Lo soppesi molto di più, c’è proprio il corpo a corpo con le parole. Ogni parola va proprio ponderata, vissuta. Inglobata. Però naturalmente ci si emoziona molto anche quando si leggono testi tradotti. Ad esempio ho letto Dostoevskij. Non l’ho letto in russo, ma piangevo a calde lacrime ugualmente. Se il traduttore è bravo, ecco, non ti dà fastidio leggerlo in traduzione. Dovrebbe essere così.

[…]

Ero anche molto legata nel tradurre le parole e non potevo sgarrare; magari mi sarebbe anche piaciuto. Faccio un esempio: il tedesco Lust significa normalmente ‘piacere’. E’ una parola che è connotata nella storia della psicoanalisi, “Lust” è “principio di piacere”. Non potevo tradurre con “desiderio”. I francesi invece l’hanno tradotto con ‘désir’, desiderio. Ma desiderio è un’altra parola in tedesco. Se Jung avesse voluto usare desiderio avrebbe impiegato un’altra parola, quindi io sono stata legatissima alle parole, o ai neologismi che ha creato lui. Non è un’opera di fantasia la traduzione! È un’opera molto tecnica, precisa e fedele. Questo è importante”.

 

12.

L.O.: “Il Libro rosso rappresenta una straordinaria sperimentazione artistica, sia per l’accuratezza del viaggio della psiche, sia per la ricchezza estetica e simbolica. L’edizione della Bollati Boringhieri riproduce il testo calligrafico e le tavole disegnate da Jung, che ricordano la tradizione del manoscritto medievale. Vuoi raccontarci tu come si presenta la versione italiana?”

M.M.: “La versione italiana ha riprodotto la veste esteriore a somiglianza del Libro Rosso originario. Riproduce il formato in-folio dei codici medioevali e consiste di due parti: una prima parte di riproduzione anastatica delle pagine originali e delle illustrazioni, dei dipinti di Jung; la seconda parte è la traduzione con i rimandi alle pagine del manoscritto, rimandi che si leggono nel margine. I capoversi in effetti sono mutati, perché rispettano l’edizione americana, sono stati stabiliti in base alla trascrizione del Libro Rosso fatta da Cary F. Baynes, allieva e collaboratrice di Jung. Infatti il manoscritto del volume calligrafico è scritto molto fitto, all’inizio anche per risparmiare spazio; nella traduzione si sono introdotti dei capoversi, degli stacchi, per facilitare la lettura. Inoltre è riportato il corredo critico – direi enorme, gigantesco – di Sonu Shamdasani che confronta le varie stesure dell’opera, i libri neri, la minuta manoscritta, la minuta corretta. I passi omessi a volte sono integrati nelle note, per cui è molto complesso anche da leggere ed è una versione completa. In più il curatore ha aggiunto anche le Prove. Questo capitolo finale delle Prove non era stato trascritto da Jung nel Libro Rosso, ma è stato trovato tra gli inediti ancora in dattiloscritto. Shamdasani ritiene che faccia parte del Libro Rosso perché è stato trascritto dai libri neri; però Jung non ebbe il tempo o la volontà di trascriverlo nel Libro Rosso”.

 

13.

L.O.: “Il Libro Rosso deve il nome al colore del cuoio che ne raccoglieva le pagine. Tu stessa hai accennato ai Libri Neri. Dobbiamo dedurne che esistano altri libri di altri colori?”

M.M.: “Esiste il primo Libro Marrone, il taccuino in cui Jung scrisse le sue visioni o gli appunti diaristici, poi è passato ai Libri Neri, ossia a dei taccuini con la copertina nera, dove ha scritto dal 1913 al 1916. Di giorno continuava il suo lavoro con i pazienti, la sua opera di studio, viveva insieme alla famiglia, frequentava amici e colleghi, eccetera. Invece la notte si metteva a ripercorrere il suo itinerario nell’inconscio, a sprofondare nell’inconscio, a incontrare queste figure che gli parlavano. Lui interagiva con loro secondo la ‘tecnica dell’immaginazione attiva’, che ha per la prima volta teorizzato nella Funzione Trascendente. Dai Libri Neri ha estratto alcune visioni, alcuni sogni, ma non tutti, che ha poi commentato. Ci sono due strati: la parte dei dialoghi, la parte profetica e, direi, biblica delle visioni, e poi c’è la parte razionale – diciamo, un po’ più razionale – in cui Jung commenta le immaginazioni. Preparò un Manoscritto che chiamiamo la Minuta manoscritta. Poi da questa Minuta manoscritta ha ricavato un dattiloscritto, battuto a macchina, e su questo dattiloscritto lui e altre persone che l’hanno letto hanno apportato delle correzioni, e Jung ne ha ricavato la Minuta corretta. Poi – dalla Minuta Corretta – ha iniziato a trascrivere il testo nel Volume calligrafico. In un primo tempo ha trascritto il Liber primus su fogli volanti: io ho potuto vederli alla mostra di Zurigo sul Libro Rosso. Ci sono 7 fogli di pergamena staccati e quindi scritti fitto fitto, perché Jung non pensava che questo suo lavoro prendesse tanto spazio, e solo dopo ha commissionato il volume: ha scritto sul Volume calligrafico il Liber Secundus.

Shamdasani nelle note segnala le cancellazioni, le omissioni, le integrazioni dei Libri Neri, quello che Jung non ha desunto dai Libri neri, ma che ha ritenuto essere interessante, oppure quello che Jung ha cancellato dalla Minuta Corretta, e quindi non ha riportato sul Libro Rosso. L’edizione di Shamdasani è un edizione per studiosi, per filologi; per chi voglia percorrere l’origine del pensiero junghiano, è un grandissimo strumento. Questi, come puoi vedere [Maria Anna mi mostra alcune pagine del Libro Rosso], sono i fogli di pergamena che lui ha scritto fitto fitto, istoriati, miniati, con scrittura gotica. Questo nel Liber primus. Infine, quando gli è arrivato il volume in pelle rossa commissionato, ha iniziato a scrivervi in gotico ornato un vero e proprio codice antico, miniando i capilettera, tracciando i margini delle immagini con le righe a matita, che si vedono ancora adesso. Il volume conteneva 600 pagine, lui ne ha utilizzate poi solo 200.

 

14.

L.O.: “Il modo in cui lo sfogli fa vedere quanto per te è stato prezioso questo libro e quanto lavoro c’è dietro”.

M.M.: “L’ho poggiato su un cavalletto da pittore, era di mio padre; lui ci metteva le tele da dipingere, adesso io ci ho posato il Libro Rosso aperto, che altrimenti è difficile da consultare. Un libro prezioso.

 

15.

L.O.: “Come si presenta l’opera nella sua interezza? A traduzione conclusa hai potuto osservare se c’è una progressione nel pensiero di Jung, oppure se ogni capitolo ha una sua autonomia?”

M.M.: “Sì, senz’altro c’è una progressione nel pensiero di Jung e anche nei personaggi con cui Jung dialoga, i personaggi della sua psiche, perché compaiono nei primi capitoli, poi si rivedono anche verso la fine, e c’è un’evoluzione, si trasformano, anche uno nell’altro, come succede per Atmavictu (il Soffio viale), Izdubar, il serpente e Filemone. Sono personaggi del suo profondo con cui si confronta, e nel confronto con la coscienza essi si trasformano inevitabilmente, non sono più come prima e soprattutto lui se ne libera. Io ho avuto la sensazione che tutti quanti, sia Ammonio, un retore divenuto eremita nel deserto, sia il Cavaliere Rosso, che è il diavolo, sia Elia, Salomè, sia anche Satana, un altro aspetto del male, evolvono, e alla fine Jung si accomiata da loro, li lascia andare. E questa è la funzione del suo confronto con l’inconscio. Non sono più immagini che lo opprimono, che si impongono quasi in maniera prepotente, ma lui riesce a tenerle un po’ sotto controllo e soprattutto a integrarle, altrimenti sarebbe piombato nella psicosi. Di questo Jung era molto consapevole, dice: ‘Sì, facciamo affiorare dall’inconscio le immagini profonde da integrare poi nell’Io cosciente, ossia da assimilare in quella che Jung chiama personalità N. 1, quella che si esprime cioè nella vita di tutti i giorni, nella famiglia e nel lavoro; poi c’è la personalità N. 2, un po’ pericolosa se dovesse esplodere, in quanto annullerebbe la personalità N.1’. Lui ha mantenuto i piedi in due staffe, come dice: un piede sul freddo e un piede sul caldo, un piede sul gelo, un piede sul fuoco. C’è anche l’esperienza del Dio, l’incontro con Izdubar, il nome più antico di Gilgamesh, un dio pagano dell’oriente: questo Dio muore perché viene sopraffatto nell’incontro con l’occidente, ma rinasce come bambino divino, rinasce dentro Jung, all’interno dell’anima, non è più un Dio esterno, ma interno”.

 

16.

L.O.: “Quale compito ti sembra di avere svolto con la traduzione del Libro Rosso in italiano?”

M.M.: “Nel 1921 Walter Benjamin parlò della funzione del traduttore nel suo testo Il compito del traduttore: lasciare trasparire il testo originale e far rivivere un’opera, renderla accessibile a un pubblico più vasto che altrimenti ne sarebbe tenuto a distanza, a causa delle barriere linguistiche. Il compito di aver fatto rivivere un testo che nella lingua originale non poteva essere fruito da un pubblico italiano che non conoscesse la lingua tedesca. Aver dato la possibilità a tanti di accedere a questo messaggio”.

 

17.

L.O.: Cos’è che caratterizza il Libro Rosso rispetto ad altre sue opere?”

 

M.M.: “Anzitutto è un libro che non è un libro: non è stampato, è come un codice medioevale, un libro scritto a mano, è un’opera poetica legata allo spirito del profondo, un’opera multimediale con immagini e testo, più legata alla personalità n. 2 di Jung, mentre le sue opere e i suoi scritti scientifici, pubblicati sulle riviste scientifiche, hanno un’altra impronta, più l’impronta della logica, della razionalità. Il Libro rosso invece è più immediato, esprime un linguaggio nuovo che parte dal profondo, un linguaggio innovativo, immediato diretto”.

 

18.

L.O.: “Realizzato tra il 1915 e il 1930, dapprima è stato gelosamente custodito nella sua casa di Küsnacht, in seguito è stato conservato per 23 anni nel caveau di una banca svizzera (l’United Bank of Switzerland). Ci sono motivi per cui Jung stesso e i suoi eredi hanno deciso di non autorizzarne la pubblicazione per tutti questi anni?”

M.M.: “Sì. Jung stesso aveva invitato a non pubblicare il Libro Rosso prima che fossero passati parecchi anni dalla sua morte e fosse stata completata la pubblicazione dei suoi scritti scientifici, perché temeva che ne fosse compromessa non solo la sua immagine pubblica, ma anche la sua teoria scientifica. Non voleva che prevalessero questi aspetti irrazionali e non voleva passare per visionario o per psicotico. Il superamento del divieto di pubblicazione fu dovuto alla tenacia dello studioso di origine indiana Sonu Shamdasani, ricercatore del Welcome Institute di Londra, sulla storia e sulla medicina, anche fondatore della Philemon Foundation, che si occupa della pubblicazione degli inediti junghiani.  Shamdasani ha già scritto parecchi testi, tra cui Jung messo a nudo dai suoi biografi, e poi Jung e la creazione della psicologia moderna. Nel 1997 Sonu Shamdasani parlò con gli eredi (il libro era custodito, come abbiamo detto, nel caveau di una banca svizzera) proponendo la pubblicazione del Libro Rosso. Intanto era morto Franz Jung, il nipote di Jung che si opponeva strenuamente alla pubblicazione di questo testo. Shamdasani addusse il seguente argomento convincente in favore della pubblicazione: esistevano di certo almeno due (e forse altre) copie dattiloscritte del Libro Rosso, presenti una nella biblioteca di Yale, in America, nell’archivio dell’editore Kurt Wolff, e l’altra posseduta da Ximena de Angulo, la figlia di Cary Baynes che aveva trascritto gran parte del volume calligrafico nel 1925. C’era perciò il pericolo che qualcuno lo leggesse e ne pubblicasse magari solo alcuni stralci che avrebbero travisato l’opera e messo in cattiva luce l’autore. E questo argomento convinse due nipoti che si occupavano dei diritti delle opere. Soprattutto erano passati quasi 50 anni dalla morte di Jung e i suoi scritti scientifici si erano già imposti in tutto il mondo. Probabilmente i nipoti avevano anche previsto il grande successo editoriale che il volume avrebbe avuto nel mondo”.

 

19.

L.O.: “Inizialmente vicino alle concezioni di Sigmund Freud, Jung se ne allontanò definitivamente nel 1913, stesso anno in cui inizia a scrivere le pagine del Libro Rosso.

I disaccordi tra Jung e Freud iniziarono a diventare evidenti già nel 1912, quando Jung pubblicò Trasformazioni e simboli della libido. Il conflitto con Freud giunse al culmine nel 1914, quando Jung si dimise dalla presidenza dell’I.P.A. (International Psychoanalytical Association). Pensi che possa essere una coincidenza significativa?”

 

M.M.: “Inizialmente Jung si era trovato in sintonia con il pensiero di Freud, ma era arrivato autonomamente alla teoria dell’inconscio e anche alla valorizzazione dei sogni, delle fantasie. Si era confrontato con Freud, era diventato il suo allievo prediletto, quello a cui Freud avrebbe destinato la successione nel movimento psicoanalitico, ma si è trovato a dover dissentire con Freud riguardo alla sua dogmaticità. Freud non ammetteva critiche al suo pensiero, non aveva un pensiero fluido, ma piuttosto dogmatico. Jung non voleva censure. Per esempio ci fu il famoso episodio del 1909 durante il viaggio in nave verso l’America, dove rimasero insieme 3 settimane: Jung avrebbe voluto analizzare un sogno di Freud, ma Freud non volle. Non volle rispondere alle domande di Jung perché disse che avrebbe perso la sua autorità, svelando il proprio intimo, la propria interiorità; Jung comprese che Freud in quel momento aveva già perso autorità e autorevolezza nei suoi confronti. Volendo conservarle, le aveva perse. Dal punto di vista delle idee, della teoria, Jung era più orientato verso una costruttività dell’interpretazione psicoanalitica. Considerava l’interpretazione freudiana piuttosto riduttiva, un po’ ripetitiva: si faceva una diagnosi del passato, si restava legati al passato di una persona, mentre per Jung i sogni sono un’apertura sul nostro futuro, non sono tanto la realizzazione di un desiderio, quanto la compensazione che ci indica la strada che dovremmo imboccare. Le sue interpretazioni sono più costruttive, più dinamiche, e soprattutto considerano l’energia vitale, la libido, non semplicemente come un’energia sessuale, come invece sostiene Freud. Forse Jung era molto più libero sulla sessualità rispetto a Freud, che proveniva da una famiglia borghese, forse repressa; quindi questa grande importanza data alla sessualità nasceva proprio da una forma di compensazione, se si vuole, rispetto a un atteggiamento unilaterale. Per Jung la libido è invece un’energia vitale che pervade tutti gli aspetti dell’essere umano, non solo la sessualità. A causa di questo e dell’importanza che Jung dava ai sogni e all’irrazionale, Freud e Jung si sono divisi. Dopo che Jung ebbe pubblicato nel 1912 Simboli e trasformazioni della Libido, Freud rimase scandalizzato per l’importanza data ai miti, alle culture primitive, all’inconscio collettivo. Quindi è certo che esiste un legame tra questo suo nuovo orientamento verso lo studio del profondo e la rottura con Freud. Anche perché in quel periodo Jung interruppe i rapporti con tanti ambiti di lavoro, con tanti colleghi, rinunciò alle lezioni all’università, nel 1909 si era licenziato dal Burghölzli, dove avrebbe potuto avere una splendida carriera, e tutto questo per essere in sintonia con se stesso e dare ascolto alla voce del profondo.

 

20.

L.O.: “Il Libro Rosso ha rappresentato per Jung uno strumento terapeutico. Può esserlo anche per i lettori, secondo te?”

M.M.: “Certamente. Perché ripercorrendo la sua analisi, il suo “esperimento più difficile” come lui l’ha definito, Jung può aiutare chiunque legga il suo libro a ritrovare dentro di sé delle immagini analoghe, non le sue perché quella è la sua via, però a compiere un percorso di individuazione come ci ha indicato. Jung ripete più volte che quella è la sua vita, non quella di qualcun altro, che l’imitazione non può portare da nessuna parte, che ognuno dev’essere creativo alla sua maniera. Questo l’ha ripetuto molte volte. Non si tratta assolutamente di imitare il percorso, le immagini che lui ha trovato, , ma di trovare dentro di noi i nostri sogni o le nostre fantasie, anche di dedicarci all’immaginazione attiva, perché no? e di attingere alla nostra parte più creativa”.

 

21.

L.O.: “Cosa ti è rimasto dell’esperienza di traduzione di quest’opera molto complessa?”

M.M.: “Anzitutto l’esperienza di aver portato a termine un compito difficile, di non essermi scoraggiata. E poi una miniera, uno scrigno di gioielli, spunti di riflessione. Mi piace poter sfogliare il Libro Rosso e andare a rileggere delle frasi, aprirlo a caso e vedere cosa mi può dire in quel tal giorno, in quella tale situazione, avere un consiglio da Jung come se fosse un amico”.

 

22.

L.O.: “La prima edizione integrale del Libro Rosso è quella americana, pubblicata nel 2009, a ottobre, cui hanno collaborato tre diversi traduttori. In genere ci sono più traduttori per la stesura di una singola opera? Come è stato per il Libro Rosso nell’edizione italiana?”

M.M.: “Ci sono diversi metodi, diversi modi per affrontare una traduzione. Ad esempio, per l’edizione americana c’è stato un progetto presentato da Sonu Shamdasani, insieme a due altri traduttori, uno dei quali stava a Zurigo, un altro in America, e Sonu Shamdasani a Londra. Hanno presentato un progetto con richiesta di un certo finanziamento, con un tempo preciso di consegna all’editore, e credo anche che questo progetto abbia trovato degli sponsor privati, dei clienti legati al mondo junghiano. Mark Kyburz, che ho conosciuto personalmente, ha redatto la prima stesura della traduzione, l’ha mandata agli altri due traduttori che l’hanno rivista, hanno apportato delle correzioni, hanno fatto un lavoro di confronto e a volte anche di scontro perché spesso non erano d’accordo sul modo di tradurre alcuni termini particolarmente difficili, e quindi forse il risultato non convinceva tutti e tre, perché magari dove ha convinto uno, l’altro ha dovuto rinunciare con la sua proposta ed è rimasto anche scontento.

Per l’edizione francese, sempre a motivo della grande urgenza editoriale, per la mancanza di tempi lunghi, si è stabilito di distribuire i capitoli a cinque traduttori diversi, con la supervisione di un’unica traduttrice, Cristine Maillard dell’Università di Strasburgo. Anche in Francia ci saranno stati dei confronti abbastanza serrati, mi auguro, per poter uniformare il testo.

In Italia ho avuto il contratto per la traduzione del Libro Rosso e anche per le Prove, solo che durante l’iter della traduzione ci sono stati degli slittamenti dovuti anche alle varie versioni dell’edizione americana che venivano cambiate e che mi hanno fatto perdere un po’ di tempo. Nel frattempo è anche cambiata la proprietà della casa editrice: essa è passata infatti da Romilda Bollati, che ha venduto al gruppo editoriale Mauri Spagnol, e il nuovo direttore amministrativo ha temuto che io non rientrassi nei tempi giusti, perché dovevo consegnare a febbraio, e, per non rischiare di uscire in ritardo, ha voluto cercare un altro traduttore per le Prove, con cui avessi già collaborato in passato in altre traduzioni; si è pensato che fosse meglio avere un traduttore vicino piuttosto che a km di distanza, e quindi abbiamo trovato Giulio Schiavoni con cui c’erano state altre collaborazioni. Io ho rivisto tutta la sua parte, lui ha riletto anche la mia e ci siamo confrontati su termini comuni e su alcuni problemi. Devo anche ringraziare l’amica Lieselotte Mangels, che si è prestata a rileggere il dattiloscritto, e l’accurato redattore Giovanni Niccoli, che ha preparato il testo in casa editrice”.

 

23.

L.O.: “L’11 dicembre 2010 c’è stata una presentazione del libro alla Cappella Farnese di Bologna. Sempre l’11 Dicembre 2010 c’è stato un convegno ad Ascona organizzato dalla Fondazione Eranos. Il 14 dicembre L’Università di Milano-Bicocca ha ospitato un’intera giornata di studi dedicati al Libro Rosso.  In Italia sono stati organizzati Convegni o Seminari in concomitanza con la pubblicazione del Libro Rosso?”

M.M.: “Sì, se ne sono organizzati parecchi, in tutta Italia. A Torino, c’era stato, nel 2011, un convegno che ha suscitato un grande interesse, con interventi di Sonu Shamdasani, Augusto Romano, Gianpiero Quaglino, Romano Madera, Renato Oliva e Antonio Vitolo, di Napoli”.

 

24.

L.O.: “Ci sono stati riscontri del tuo lavoro di traduttrice da parte dei lettori e in particolare da parte dei professionisti della psiche?”

M.M.: “Sì ci sono stati dei riscontri in parte su riviste o quotidiani. In alcune recensioni, sono stati nominati anche i traduttori, in particolare su Tutto Libri da parte di Augusto Romano e sul Manifesto.  In particolare sono stata invitata a un Convegno dell’AIPA a Firenze, poi a Torino dal C.P.P. (Centro di Psicologia e Psicoterapia) in due appuntamenti, presso la libreria Legolibri e presso il centro Benenzon, e a febbraio mi recherò a Milano per partecipare a una presentazione presso la LISTA (Libera Scuola di Terapia Analitica)”.

 

25. 

L.O.: “Pensi che il tuo lavoro sia stato valorizzato a livello delle istituzioni? Quanto in Italia è riconosciuta la figura dei traduttori?”

M.M.: “In Italia, come in America e in tante altre nazioni europee, il traduttore è una figura quasi invisibile, anche se spesso un successo editoriale è determinato anche da una certa traduzione, piuttosto che da un’altra. Però a volte accade che il nome del traduttore non figuri neanche sul frontespizio; anzi, spesso è posto sul retro del frontespizio, scritto a caratteri piccolissimi. Questo è un discorso complesso. C’è un libro di Luciano Bianciardi, La vita agra (edito nel 1962 e riedito nel 2001), che presenta molto bene la vita del traduttore che deve lavorare duro e produrre ogni giorno un certo numero di cartelle per potersi mantenere. Oltretutto le tariffe sono rimaste ferme per vent’anni e addirittura adesso tendono a diminuire. La crisi editoriale fa sì che le case editrici abbiano sempre meno risorse da destinare a chi traduce o edita i libri. Tuttavia è un lavoro meraviglioso per comprendere al meglio un testo. Come diceva Calvino: ‘Per leggere bene un testo bisognerebbe tradurlo’. Io ho avuto la fortuna di tradurre esattamente i libri che avrei voluto leggere, come ho già detto”.

 

26.

L.O.: “In America la prima pubblicazione integrale del Libro Rosso è coincisa con l’esposizione del manoscritto originale in una mostra ad esso dedicata al Rubin Museum of Art di New York. Titolo della mostra: Il Libro Rosso di C.G.Jung. Creazione di una nuova cosmologia. Anche tu hai avuto occasione di visionare il tomo originale. Ci racconti in quale occasione?”

M.M.: “Si tratta di una mostra itinerante che è stata allestita dapprima in America a New York e a Washington, e poi è approdata a Zurigo. E’ stata portata anche a Parigi e a Ginevra. Insomma, sto cercando di trovare qualche sponsor per farla arrivare anche in Italia, ma non so se sarà possibile.

La mostra presentava l’originale del Liber Novus, scritto di pugno da Jung. Sotto la teca c’era questo volume di 600 pagine, di cui solo 200, come abbiamo detto, sono scritte, e ogni giorno un dispositivo girava una pagina nuova. Dicevamo anche che la prima parte del Liber Novus – il Liber Primus del Liber Novus – è stato scritto su fogli di pergamena sul recto e sul verso, cioè davanti e dietro, ed erano esposti a parte in una teca tra due vetri. Sono sette fogli del Liber Primus.

La mostra che ho visto a Zurigo comprendeva molti acquerelli, dipinti da Jung dal 1902 al 1920, e delle sculture in legno, tra cui Atmavictu – il soffio di vita, e quella per la tomba del suo cane morto nel 1920. E’ molto carina la leggenda che si è creata intorno a questo cane: la moglie di Jung vedeva che c’era un uccellino che andava sempre a posarsi sul luogo dove era sepolto il cane, e allora Jung pensò che fosse l’anima dell’animale, intagliò una figura in legno che mostra sia il cane, sia questo uccellino posto sulla sua testa che rappresenta la sua anima.

La mostra era accompagnata anche da un video che presentava Jung nell’atto di scolpire, nel 1950, una speciale pietra della torre di Bollingen a ricordo del suo settantacinquesimo compleanno. Un blocco a forma di cubo, una pietra scartata dai muratori perché troppo grossa, che richiama la pietra angolare scartata dai costruttori citata nel Vangelo di Matteo; a Jung aveva fatto venire in mente una formulazione alchimistica di Arnaldo da Villanova: ‘Qui sta la pietra comune il cui prezzo è assai modesto. Quanto più disprezzata dagli stolti, tanto più è amata dai saggi’. Su quel blocco granitico egli scolpì un occhio e al suo interno il Cabiro Telesforo.

Al termine dell’esposizione c’era un maxi schermo su cui si poteva sfogliare il Libro Rosso in versione digitale”.

 

27.

L.O.: “Che cosa pensi del parallelismo che si può fare tra lavoro di traduzione dei linguaggi verbali dal tedesco all’italiano e il lavoro psicoterapeutico dall’inconscio al conscio, dal simbolo al significato?”

M.M.: “Direi che la traduzione è implicita in ogni forma di comunicazione, quindi la traduzione tra due lingue diverse è solo un’applicazione particolare di questo principio. Senz’altro la traduzione parte proprio dall’ascolto del testo come di una persona in analisi, dall’ascolto del suo ritmo, della sua problematica, ed è anche un cercarne la melodia, come dice Augusto Romano nel suo bel libro Musica e Psiche. E’ anche importante creare una certa empatia con il testo che traduci, cioè immedesimarsi nell’atto creativo che l’ha prodotto, e poi soprattutto creare anche una distanza. Nel momento in cui lo si rivede, bisogna porsi al di fuori del testo, al di fuori anche dei propri vissuti per non proiettarli e quindi interpretare arbitrariamente quello che è tradotto. Il traduttore deve sempre fare attenzione anche ai propri angoli bui, ai propri punti ciechi, perché a volte si proietta sul testo scritto quello che uno ha in testa, o nell’anima”.

 

28.

L.O.: “Hai appena introdotto il concetto di quello che potremmo definire una sorta di ‘controtransfert del traduttore’. Il traduttore deve fare attenzione a non immettere contenuti personali che possano allontanarsi troppo dal testo originale, farsi influenzare il meno possibile da essi o comunque esserne consapevole, eventualmente per usarli ai fini del lavoro di traduzione”.

M.M.: “Sicuramente. Ho lavorato in casa editrice e quindi ho rivisto tante traduzioni. Vedi proprio errori che ti fanno dire: ‘Ma questa persona stava pensando proprio a quello che ha scritto lei!’ Il traduttore, cioè, si è distratto perché stava pensando a cose sue, quindi non ha visto quel che diceva il testo.

Una cosa è l’impossibilità di tradurre certi termini nella lingua di arrivo, perché non esiste quel concetto o un termine parallelo. Per esempio, in tedesco die Kneipe sarebbe un bar particolarissimo, il bar dove si ritrovano sempre gli Stammkunden, cioè i frequentatori abituali, dove si chiacchiera, si mangia, eccetera, e dove una volta si fumava. Questa Kneipe non esiste da noi, dove invece ci sono i bar. Magari, con l’omogeneizzazione delle culture e la globalizzazione, sicuramente si metteranno delle Kneipen anche qui! Oppure, i pub irlandesi non li puoi tradurre con “bar”. Quindi a volte non esiste proprio il concetto adeguato. Poi però ci sono gli errori che possono derivare dalla mancata conoscenza della lingua, perché c’è chi si improvvisa traduttore senza conoscere bene la struttura della lingua. Mi sono imbattuta in vari traduttori che travisano il significato, oppure che non conoscono la materia, oppure che compiono errori di distrazione, o che proiettano sul testo contenuti propri. Questo avviene perché non ce se ne accorge, perché si sta pensando ad altro”.

 

29.

L.O.: “Penso alle difficoltà che si incontrano nelle consultazioni di psicologia transculturale. Ti rendi conto di quanto sia fondamentale collaborare con un mediatore linguistico capace di andare al di là della traduzione letterale per restituire il significato profondo della comunicazione. Il mediatore, in quei casi, è soltanto un tramite linguistico, ma anche un prezioso alleato per far transitare significati culturali e antropologici.

M.M.: “Tradurre è un’operazione complessa, e si possono generare tanti equivoci”.

 

30.

L.O.: “Pensavo alla funzione del terzo. Abbiamo uno scrittore, un traduttore, un lettore. Chi è il terzo in questo caso? La funzione del terzo può essere intesa come un’area di creatività all’interno della coppia. Tradizionalmente, secondo la psicoanalisi ortodossa, per la diade madre-bambino il terzo era considerato il padre, colui che avrebbe contribuito alla separazione madre-bambino e a promuovere la crescita autonoma dell’infante. Il terzo è anche una zona intermedia di intersoggettività. Fu Thomas Ogden ad introdurre il concetto di “terzo analitico” (1994, 1997, 1999), ossia un terzo soggetto nell’analisi inconsciamente co-creato da paziente e analista.  Concetto che dà rilievo al contributo della soggettività sia dell’analista sia dell’analizzato e, allo stesso tempo, può costituire uno strumento di lavoro della terapia.

M.M.: “Sì, anche qui ci sono tanti aspetti diversi, complessi. Sul piano della teoria della traduzione, ad esempio c’è stato in particolare un traduttologo, Lawrence Venuti, che invece ha deprecato il fatto che il traduttore sia invisibile, perché per essere invisibile deve tradire il testo originale, allontanarsi di più dal testo originale per favorire il lettore, ossia la cultura di arrivo, dato che così non ci si accorge della diversità. Per restare all’esempio di poco fa: se traduci ‘Kneipe’ con ‘bar’, sembra quasi italiano; però si perdono le connotazioni tipiche, proprie dell’originale. È una questione di lana caprina. La traduzione ha infatti anche una storia. La traduzione cambia nel tempo. Abbiamo visto che a partire da San Gerolamo, e poi via via da Lutero, Foscolo e Leopardi, a seconda dell’epoca storica c’è un diverso atteggiamento nei confronti della traduzione. Per cui c’è chi dice che deve essere fedele all’originale, c’è chi dice che dobbiamo essere liberi di interpretare secondo la nostra epoca, la nostra cultura”.

 

31.

L.O.: “Così come nel campo della recitazione lo stile interpretativo si è evoluto, privilegiando il realismo e l’essenzialità rispetto alla ridondanza e all’enfasi della recitazione teatrale più classica. In psicoanalisi si è tanto dibattuto in merito al concetto di neutralità dell’analista, arrivando a sostenerne la sua impossibilità. Così come per l’analista, anche per il traduttore – e per l’attore – le rispettive soggettività, così come lo spettro emozionale e il controtransfert, possono rappresentare strumenti preziosi per avvicinarsi alla comprensione dell’altro o del testo dell’altro. Del resto la stessa traduzione affidata a traduttori diversi ha delle sfumature differenti”.

M.M.: “Certo. I testi antichi, per esempio di Seneca o di Catullo, sono stati tradotti da tantissimi studiosi. Le opere dei lirici greci, che sono state tradotte da Quasimodo e da tanti altri poeti nel corso dei secoli, hanno sfumature diverse. Certo è che se confrontiamo la traduzione dell’Eneide fatta da Annibal Carocon quella più recente realizzata dalla Rosa Calzecchi Onesti, vediamo grandi differenze nel testo. Quindi, quando si traduce si interpreta sempre nella mentalità, nel linguaggio attuale. Anche se Jung ha scritto il Libro Rosso all’inizio del ‘900, non l’ho tradotto nel linguaggio ad esempio di Pirandello, l’ho tradotto nel linguaggio odierno, semmai con qualche sfumatura arcaicizzante; ma se lo si ritradurrà tra cent’anni, avrà di certo altre caratteristiche”.

 

32.

L.O.: “Chissà come avresti tradotto tu le Prove!” [Ridiamo].

Maria Anna, potremmo proseguire ancora a lungo con questa intervista, aprendo altri capitoli interessanti. Abbiamo tralasciato qualche aspetto che ritieni importante e che non ti abbiamo mai chiesto? Una nota a margine che vorresti aggiungere?”.

M.M.: “L’insoddisfazione che il traduttore ha sempre quando vede l’opera finita. Si vorrebbe che la traduzione non finisse mai, la si vorrebbe sempre rivedere, si vorrebbe scoprire sempre nuove valenze in certe parole. Almeno, io non sono mai contenta della mia traduzione, vorrei sempre perfezionarla. Poi si arriva a un certo punto in cui non è più possibile farlo, anche perché ti allontaneresti troppo dall’originale. Quindi c’è un po’ questo senso di insoddisfazione, bisogna proprio staccarsi dalla traduzione e dire: ‘Va’ per la tua strada, non mi appartieni più’ ”.

 

33.

L.O.:  “Tu sei psicodrammatista, filosofa, traduttrice, madre. Hai altri progetti per il tuo futuro?”

M.M.: “Progetti? Sì, vorrei anzitutto continuare a tradurre qualche testo junghiano, dato che ci sono ancora molti inediti. Poi vorrei approfondire a livello teorico i fondamenti della Psicologia analitica, per cui mi propongo di andare a Zurigo a frequentare le lezioni e i seminari, respirare un po’ quell’aria: l’aria magica dell’Istituto di Zurigo. In fondo, la vita è imprevedibile.

Il mio desiderio è di continuare, fin che posso, ad essere in ricerca”.