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Psicologo e psicoterapeuta a Torino - Psicoterapia di coppia - Relazione di coppia

Le relazioni di coppia

Dott. Massimo Campisi

 

Il presente articolo è stato utilizzato come traccia per la relazione tenuta in occasione del seminario “Siamo in …2? tenuto presso il  centro CPP – Centro di Psicologia e Psicoterapia nei giorni 10 e 11 Ottobre 2008.

Nel definire la coppia, partiamo da una domanda, perché si sta insieme? Perché quando non siamo in coppia ci sentiamo incompleti e cerchiamo disperatamente l’altro? Forse la vecchia storia delle due metà spezzate che vanno alla ricerca continua l’uno dell’altro per ricostituire la totalità perfetta ha una sua fondatezza..

A un livello superficiale stiamo insieme per tanti motivi, perché si aspira al matrimonio, oppure per fare dei figli, per non soffrire la solitudine, per andare al cinema con qualcuno,  per condividere  il mutuo oppure a volte non si sa nemmeno perché si condivide la vita con quella persona, però non se ne può fare a meno..

La risposta alla domanda perché stiamo insieme? Non la troviamo a questo livello ma a un livello più profondo: stiamo insieme perché la relazione ci aiuta a soddisfare dei bisogni di base..

 

Stiamo insieme perchè:

La relazione costituisce un bisogno primario

per l’essere umano (non secondario come sostenuto dalla psicoanalisi).  Molti psicologi e psicoanalisti si sono interrogati sull’importanza delle relazioni sociali per ognuno di noi. Le conclusioni a cui sono giunti è che la relazione è un bisogno primario per l’essere umano, un po’ come mangiare, bere, respirare. E’ vero, senza relazioni non si muore biologicamente  ma si muore psicologicamente. In altre parole possiamo essere pienamente noi stessi solo se attiviamo una serie di legami con gli altri entro il quale noi ci definiamo.

 

Relazione di coppia e Rispecchiamenti narcisistici.

E’ nella relazione che diventiamo noi stessi. Se dovessimo descrivere chi siamo noi, cosa vogliamo, cosa pensiamo, quanto valiamo, ecc… se dovessimo descrivere il nostro Sé, allora probabilmente questa descrizione sarebbe il frutto di un sedimentarsi di tante informazioni che noi traiamo su noi stessi nelle infinite relazioni che abbiamo avuto fin dalla nascita. Sono le relazioni che ci plasmano, che ci danno forma compiuta. Senza la relazione siamo una pellicola fotografica su cui non è impresso nulla.  E’ all’interno della relazione che si struttura il mondo interno, che emerge un Sé continuo e integrato e coeso . Il senso di continuità è l’impressione di essere noi stessi giorno dopo giorno, di essere quelli di ieri e che domani saremo uguali. L’integrazione è avere sempre la stessa immagine di noi stessi, per esempio non sentirmi in certe situazioni o momenti come una specie di Dio onnipotente e in altri, come completamente inadeguato, incapace, ecc… ma percepirmi come una persona che riunisce pregi e difetti. La coesione è il fatto di non crollare nell’autostima e nell’idea che abbiamo di noi non appena qualcuno ci critica. E’ la capacità di avere un sentimento di noi che resiste agli attacchi esterni.

Ecco perché siamo, chi più chi meno, alla costante ricerca dell’altro. La natura umana richiede l’attivazione di relazioni di intimità per rinnovare il sentimento di continuità e integrità di noi stessi.

Stando in coppia due soggetti traggono rappresentazioni e sentimenti di Sé, dall’interazione reciproca. E’ come se l’altro mi fornisse le parole che mi servono per definirmi. Naturalmente questo apre un problema: se quelle parole non sono buone ma cattive, non potrà che costituirsi una rappresentazione sminuita, decrepita o semplicemente irrealistica, o ingiusta. Questo o viene vissuto come disagio oppure viene accettato compiacentemente senza alcuna opposizione: in entrambi i casi la dinamica di coppia sarà scossa da venti di tempesta.

 

Relazione di coppia e molteplicità del Sé

Inoltre, non solo però noi ci definiamo nell’incontro con gli altri, ma oltretutto agiamo a seconda del contesto in cui ci troviamo aspetti di noi diversi: Per esempio può succedere che siamo sicuri, forti e determinati sul luogo di lavoro, arrendevoli e remissivi nella relazione col partner, spaventati di fronte ai genitori, ecc.. L’idea che esista una individualità, una identità invariabile,  è illusoria. Noi siamo fatti di tanti aspetti, ognuno con i suoi bisogni, le sue prerogative, i suoi obiettivi. Dentro di noi è come se ci fossero tante persone, ognuno tira la coperta verso di sé. Allora possiamo pensare che l’impegno costante nel quale siamo impegnati è quello di dirigere questa orchestra di strumenti diversi, perché globalmente i suoni non stonino tra loro ma compongano una qualche melodia. Ma la melodia (che rappresenta il Sé globale, che siamo noi), non deve farci dimenticare che esso è la risultante di strumenti parziali: i Sé parziali.

Se vediamo le cose da questo punto di vista, allora può succedere che certi aspetti nella vita di coppia siano considerati e altri trascurati. Le parti trascurate potranno allora minare il rapporto. Per esempio se io sto nel rapporto di coppia e questo nutre il mio bisogno di sicurezza, protezione, calore, coccole,ecc… allora può succedere che i miei bisogni di sperimentare e trasgredire, di fare esperienze avventurose, emozionanti, sempre diverse, il bisogno di evasione, ecc.. non ascoltato crei problemi. Sembrano cose lontane dalle beghe in cui forse si trovano molte coppie che litigano e non si capiscono;apparentemente i motivi dei disaccordi sono altri, ci si scontra su questioni relative al lavoro, la casa, i figli, i genitori, ecc.., ma in realtà spesso tali scaramucce sono il frutto di parti di noi che non ascoltate e soddisfatte ce la fanno pagare o la fanno pagare all’altro.

Ma allora ci chiediamo, quali sono queste parti di noi? Cosa cercano nella relazione con il partner?

Esse sono legate ai nostri bisogni fondamentali. Questi sono cinque (cinque sistemi motivazionali Lichtemberg):

 

  • La necessità di regolazione psicologica delle richieste fisiologiche. (Questo bisogno è secondario nella vita di coppia. Ci possono essere casi in cui lo stare con l’altro è motivato dall’assicurarsi cibo ma sono casi piuttosto estremi)
  • L’attaccamento affiliazione (prossimità e contatto al fine della sicurezza). C’è una parte di noi che possiamo vedere come un  bambino che desidera dal partner coccole e protezione. Che cerca nell’altro un genitore, un mamma o un papà.
  • L’esplorazione e l’affermazione di Sé (Come se dentro di noi ci fosse una parte identificabile come l’avventuriero, il Viaggiatore, L’eroe, una parte desiderosa di dimostrare il proprio valore, di mettersi alla prova, di osare, di costruire qualcosa di importante, attraverso la carriera, lo sport, )
  • In questo ambito possiamo comprendere anche il bisogno di individuazione: Le dinamiche affettive di coppia dipendono molto anche dalla possibilità per l’individuo di soddisfare il bisogno di affermazione, e il senso di efficacia. Il mantenimento di una chiara individuazione, costituisce un elemento di arricchimento della vita di coppia, non solo sul piano sessuale ma anche su altri piani. Al contrario legami simbiotici o idealizzanti può alla lunga portare molti disagi e sofferenze.
  • Il piacere sensuale e l’eccitamento sessuale.
  • Reagire avversativamente alla sofferenza tramite antagonismo o ritiro (unico sistema che non cerca di ottenere qualcosa ma cerca di evitare qualcosa: la sofferenza)

Questi bisogni fondamentali possono entrare in conflitto: Normalmente in ognuno di noi tali bisogni sono organizzati gerarchicamente. Uno di essi tende a dominare. Per esempio per una persona è fondamentale trovare sicurezza e protezione per un’altra è fondamentale vivere la dimensione di evasione e avventura, per altri ancora l’occupazione primaria è difendersi dalla sofferenza. Da ciò derivano anche i significati attribuiti al partner qualcuno tende a vedere nel partner la mamma, qualcun altro la possibilità di  evasione, qualcun altro ancora un persecutore cattivo da attaccare per difndersi. Questo naturalmente può essere alla base di conflitti se non c’è soddisfazione reciproca dei bisogni dominanti. Per esempio se per me è importante la dimensione di sicurezza e per l’altro è invece importante la trasgressione, le cose non collimano…

 

Monitoraggio affettivo reciproco

In realtà non è solo la motivazione presente nei due attori presi isolatamente che caratterizza la relazione affettiva della coppia. Lo stato affettivo della coppia, cioè il grado di sintonia, vicinanza psicologica che ognuno sente nei confronti dell’altro, ciò che ci fa dire “ Io sto bene con il mio/a partner,  dipende da un delicato gioco di influenzamenti psicologici reciproci.

In realtà la relazione di coppia svolge funzioni auto regolative dei propri stati mentali attraverso  un complesso gioco di reciprocità, interscambi, influenze reciproche, comunicazioni inconsce, alternarsi di sintonie e dissonanze. Lo stato affettivo in altre parole non può più essere compreso in un’ottica intrapsichica ma va vista in un’ottica intersoggettiva.  I partner di una relazione sono impegnati a mantenere l’allineamento relazionale, attraverso una continua  attività di monitoraggio dei propri stati affettivi e di quelli dell’altro.  In questo gioco reciproco, indipendentemente da cosa ci si dice o cosa si fa, si comunica il proprio stato affettivo, l’eventuale  perdita di sintonia, la richiesta di riallineamento. Inoltre  si “scannerizza” continuamente lo stato affettivo dell’altro per accertarsi che la sintonia è mantenuta. Tutto questo avviene tramite momenti di reciprocità (io dico la mia, tu dici la tua e troviamo un compromesso) o alternanza (io parlo, tu ascolti, ti adegui; tu parli, io ascolto, mi adeguo) come se si trattasse di una grammatica di fondo degli scambi affettivi, con suoi ritmi propri. La relazione che funziona non è  caratterizzata da contenuti particolari ma è caratterizzata dai giusti ritmi di allineamento – disallineamento, da cadenze specifiche,  da una regolazione e autoregolazione reciproca degli stati affettivi dei due partner.

 

In quest’ottica la serenità affettiva della coppia, dipende da una sorta di danza relazionale. Una danza come quella tra Claudia Cardinale e Burt Lancaster nel Gattopardo di Luchino Visconti, in cui ad ogni piccolo segnale dell’uno corrisponde una risposta adeguata e complementare dell’altro e viceversa. Solo così la danza risulta fluente ed ognuno dei due danzatori ha l’impressione di fluidità, libertà, leggiadria. L’impressione  che l’abbraccio con l’altro arricchisca e sia foriero di creatività e bellezza.

Al contrario la situazione di non sintonia alla base della sofferenza nella coppia è data dalla difficoltà di “danzare”: i due partner tengono ritmi differenti, si pestano i piedi, non riescono a coordinarsi, l’altro risulta sempre da un’altra parte, più avanti o più indietro. I partner vivono tutto questo come un senso di costrizione, goffaggine, non naturalità. L’altro è come una “protesi”dolorosa, che ci limita o ci blocca del tutto.


L’uso dell’altro:

Torniamo alla domanda iniziale: perché stiamo insieme? Cosa ci lega all’altro? Cosa significa amare?Noi stiamo con l’altro perchè abbiamo bisogno dell’altro, l’altro viene in un qualche modo usato. Viene utilizzato in una certa misura a rispondere a certe esigenze del Sé. Noi abbiamo bisogno dell’altro per equilibrarci, ecco perché creiamo legami.

 

La ripetizione nella relazione di coppia.

Ripetizione

Le esperienze relazionali passate si fissano in copioni nella mente e tendono a tramutarsi in prototipi relazionali, cioè in modalità relazionali che cercano di ripetersi nelle relazioni successive. In altre parole, l’esperienza relazionale con le figure significative è caratterizzata da esperienze specifiche di sé, dell’altro e da sentimenti correlati e queste cercano di ripetersi nelle relazioni future. Per esempio se ho vissuto una relazione serena con i miei genitori, in cui mi sentivo ascoltato e capito, da adulto mi avvicinerò alla relazione con le persone con quello stesso senso di serenità e sicurezza e tenderò a percepire nell’altro una persona che probabilmente mi capirà. Se invece, supponiamo, ho avuto genitori incuranti, e indifferenti, percepirò il mio partner come colui che mi abbandona, che non mi considera, non mi ascolta, mi sentirò abbandonato. Il bello è che facendo così mi farò davvero abbandonare. Poi darò la colpa all’altro ma in realtà ho fatto tutto io da solo!

Queste rappresentazioni procedurali di sé in relazione con l’oggetto  e dell’oggetto in relazione con Sè, se derivano da relazioni non sufficientemente buone,  sono caratterizzate da un elevato grado di coazione a ripetere, cioè alla tendenza molto forte a essere rimesse in atto nelle relazioni attuali.

Questo naturalmente significa che modelli relazionali disadattavi vissuti con le figure significative soprattutto durante l’infanzia, tendono a riprodursi

Perché ripetiamo?
Ma perché rimettiamo in scena copioni che ci hanno fatto soffrire in passato? Innanzi tutto perché spesso sono gli unici modelli disponibili .  Poi perché Per la mente non esiste nulla di più pericoloso che allontanarsi da ciò che è conosciuto, poiché ciò che si conosce è prevedibile e da sicurezza.Questo è frutto di una predisposizione addirittura filogenetica: Per i nostri progenitori allontanarsi dalle cose conosciute poteva significare morire, ecco perché gli esseri umani tendono a muoversi sempre in terreni conosciuti.

Come conseguenza della ripetizione delle nostre  relazioni passate,  vi è l’imporsi di relazioni interne non funzionanti su quelle reali e questo porta a fallimento l’aspetto ripartivo delle relazioni umane che abbiamo già visto. Ci sono persone portatrici di esperienze  prototipiche pesanti, le cui speranze di vivere le relazioni precoci in senso positivo (possibilità di trovare nell’altro le funzioni di contenimento, sintonizzazione, ecc…) sono state sempre deluse: quando costoro si trovano di fronte a una esperienza relazionale nuova  si mette in moto una aspettativa molto potente:quella relazione sarà dolorosa come quelle passate, l’altro cesserà in un certo qual modo di essere la moglie o il marito e sarà visto invece come qualcuno che rifarà ora la parte del proprio padre, madre, fratello, sorella, zio, ecc

Nelle situazioni più gravi si ingloba l’altro nei propri schemi di aspettative. Quando invece subiamo questo processo, rimaniamo a bocca aperta perché abbiamo l’impressione di non essere stati capiti, di essere stati fraintesi, addirittura che le proprie intenzioni siano state distorte dall’altro per cercare di dimostrare le proprie tesi sul mio conto.

Modello operativo della coppia

Inoltre, non solo le rappresentazioni interne dell’altro e di sé proiettate nel partner possono distorcere la relazione di coppia. Ma esiste anche una rappresentazione operativa interna della relazione di coppia  che deriva dall’introiezione della coppia genitoriale nelle sue diverse fasi: Come i miei genitori si relazionavano tra loro nella mia infanzia, nel periodo edipico e nell’adolescenza. La relazione di coppia può essere vista allora come spazio a due in cui viene dispiegata la coppia rappresentata, ossia il modello operativo interno di coppia di cui ognuno è portatore, lo schema inconscio che orienta le attese sull’essere insieme e a civiene affidata una porzione rilevante della vita affettiva. La rappresentazione interiorizzata della coppia è una stratificazione di rappresentazioni della coppia genitoriale nei vari momenti evolutivi: la coppia idealizzata dell’infanzia, quella proibente dell’epoca edipica e quella smembrata dallo spirito critico e dalla contestazione in adolescenza.

Il modello interno della relazione di coppia sarà facilitante o non facilitante la capacità di instaurare rapporti futuri di coppia.

 

Identificazione proiettiva.
Un meccanismo importante che condiziona pesantemente la relazione di coppia  è chiamato, in ambito psicoanalitico, Identificazione Proiettiva. Questo fenomeno è alla base dell’influenzamento reciproco degli stati affettivi nelle relazioni tutte, e a maggior ragione nelle relazioni intime come quelle di coppia. Attraverso questo concetto si vogliono descrivere fenomeni mentali che partono da me ma poi dilagano e investono anche gli altri.

Le menti di ognuno di noi sono estremamente permeabili e vi è una profonda influenza reciproca fra gli stati mentale miei e degli altri. In altre parole, io in questo momento posso essere me stesso con voi perché non ci conosciamo, ma se io approfondisco una relazione con una persona, e questa relazione diventa addirittura molto intima e profonda, allora comincerò ad essere influenzato da quella persona, mi mette nella testa le sue emozioni, sentimenti, preoccupazioni, e io comincio a sentire cose che non mi appartengono.  Posso anche comportarmi in modi che non sono miei. Questo fenomeno è quello che fa dire a volte: “da quando si è messa insieme con …. Non è più la stessa!” Come se l’altro l’avesse cambiata.

Io vengo indotto a pensare ed agire dall’altro in un certo modo. L’altro mi mette dentro cose che non mi appartengono. Tutti questi fenomeni è impossibile vederli quando si è coinvolti, sono inconsci.

In riferimento alle relazioni di coppia possiamo individuare due tipi di influenzamento  o identificazione proiettiva:

Da una parte c’è un’ identificazione buona dall’altra una cattiva.

Nel primo caso c’è un uso  dell’altro come risorsa, come aiuto psicologico nel gestire e contenere parti di me indigeribili (Bion funzione di Reverie).

Il fatto che il partner si offra a accogliere e contenere parti scisse e negate incontenibili( parti di Sé o oggetti interni) da la possibilità di elaborare e integrare con l’aiuto dell’altro quelle parti e così riappropriarsene (reverie). Questo tipo di esternalizzazione è alla base della complementarietà inconscia tra i 2 partner: cioè una sintonizzazione con l’altro, data dal fatto che l’atro accoglie le proiezioni, che tende a costruire una parte del sé che si adatta alle proiezioni ricevute. Siamo nell’ambito di quello che abbiamo definito monitoraggio affettivo reciproco. Si tratta di relazioni all’insegna dell’integrazione e dell’arricchimento reciproco.

Nel secondo c’è invece l’influenzamento è cattivo, siamo davanti a un assedio, una colonizzazione, cioè utilizzo ostile dell’altro.

L’altro non è usato come risorsa per elaborare parti di sé ma usato evacuativamente, all’insegna della coazione a ripetere, del controllo e dell’aggressività. In questo caso parliamo di collusione.

 

Nella concezione classica, l’identificazione proiettiva è un atto ostile,  l’oggetto viene ridotto ad essere  appagatore di pulsioni scisse e proiettate. In tal senso si trattava di una concezione dell’id. proiett. come atto ostile di occupazione psichica. Questo tipo di identificazione proiettiva è quella che istituisce relazioni narcisistiche o perverse.

Successivamente nelle concezioni più recenti invece, l’oggetto svolge la funzione di ospitare parti del Sé del soggetto (l’oggetto non è più intercambiabile, ma viene scelto in base alla sua capacità di accogliere le parti da dare in custodia).. Nelle concezioni più recenti  (Rosenfeld) l’id. proiettiva è il meccanismo attraverso cui usiamo l’altro con l’obiettivo di stabilizzare il nostro stato affettivo, in accordo con l’idea intersoggettivista che i nostri stati mentali sono regolati nell’interazione con l’altro. In tale senso l’id. proiettiva non ha necessariamente valore negativo ma è alla base dell’empatia, del mettersi nei panni dell’altro, della comunicazione non verbale, L’id proiettiva più che un’occupazione è una comunicazione.

Per esempio una coppia: lei non riesce a raggiungere obiettivi di lavoro soddisfacenti, si perde d’animo, si scoraggia e lui accoglie questo sentimento negativo, sente anche lui la sfiducia della moglie, si mette nei suoi panni ma l’aiuta a occuparsi dell’obiettivo di trovare un lavoro gratificante e di non disperdere tante energie a demoralizzarsi.

Es : “Ieri mi sono arrabbiata con l’amministratore, avevo deciso di denunciarlo,  perché… Meno male che c’e mio marito, perché poi vedo come le prende lui le cose, e capisco che forse a volte esagero”.

Il marito accoglie la parte arrabbiata della moglie che lei non riesce a gestire e l’aiuta a elaborarla, renderla digeribile.

Esempio di id. proiettiva cattiva: Una donna la cui problematica è il potere, lotta per essere superiore agli altri, disprezza l’altro per renderlo piccolo e impotente, insignificante,. Con il marito l’ha ridotto una ameba, un cagnolino scodinzolante. Perché fa questo? E’ lei che si sente impotente, butta sull’altro la sua impotenza e l’altro l’accogli e diventa piccolo piccolo. Se l’altro accoglie remissivamente la coppia regge se invece l’altro si ribella, la coppia scoppia.

Le cose si complicano se si considera che la proiezione che fa da sfondo ai fenomeni di complementarietà e collusione, non è come abbiamo considerato fin qui monodirezionale, ma bidirezionale. Il campo psicologico di coppia ospita allora, proiezioni e identificazioni incrociate.

La relazione di coppia si articola in definitiva fra complementarietà inconscia, che implica capacità di condivisione e intimità, e collusione cioè la presenza di elementi inconsci di ciascuno “incastrati” nella relazione con l’altro. La risultante di un nuovo incontro non può che essere alla lunga una sorta di compromesso o negoziazione tra aspettative di cambiamento e incastro di modalità difensive in relazione alle reciproche costanti relazionali positive e negative, sebbene la dinamica sia aperta a modificazioni derivanti dalle vicende del ciclo di vita.

L’uso dell’altro si colloca su un continuum che va dall’uso riparativo – creativo a quello collusivo. Nel primo caso l’autoregolazione interna è cercata attraverso la ricerca di una riparazione e disconferma del proprio modello operativo interno, nel secondo invece l’autoregolazione interna viene ottenuta garantendo continuità, prevedibilità, all’esperienza così da conferire coesione al Sé. In questi casi il modello operativo interno, per quanto doloroso e negativo, viene mantenuto e riconfermato attraverso la ripetizione (transfert ripartivo-ripetitivo).