Il Devoto Oli, il Grande Dizionario Garzanti della Lingua Italiana ed il Vocabolario Treccani concordano nell'attribuire al termine coppia un significato proteiforme in virtù dei diversi possibili contesti d'utilizzo.
Nell'accezione più comune coppia (/'kɔppja, 'koppja/) indica un insieme di due oggetti o persone che si trovano in una qualche stretta relazione; due persone, due animali o cose uniti per uno scopo e considerati come un'unità organica; due persone di sesso diverso unite fra loro da un rapporto amoroso; un uomo ed una donna che si fanno vedere spesso insieme;
in Sociologia: specificatamente l'insieme di due partner;
in Matematica, o più precisamente nella Teoria degli Insiemi, la coppia ordinata è una collezione di due oggetti tra i quali si possa distinguere un primo componente o membro da un secondo componente (caso più semplice del concetto generale di ennupla ordinata): la coppia che ha come primo componente un oggetto identificato da a e come secondo un oggetto identificato da b viene denotata con la scrittura (a, b);
in Fisica: l'insieme di due forze uguali parallele, di senso contrario e risultante nulla, applicate in due punti diversi di un corpo;
in Cinematica ed in Meccanica: l'insieme di due elementi meccanici collegati in modo da avere reciprocamente una sola definita libertà di movimento (prismatica: pattino-guida; rotoidale: perno e cuscinetto; elicoidale: vite-madrevite; superiori: due elementi rotolanti uno sull'altro come due ruote dentate);
nella terminologia propria della Bimetallica: parte di un congegno termoregolato costituito da due strisce di metalli diversi saldati insieme che, riscaldate, si incurvano a causa del diverso coefficiente di dilatazione;
nella Pratica Sportiva: due atleti che gareggiano abbinati (come la gara a coppie del ciclismo) o due atleti che si alternano in pista contro altri equipaggi;
in alcuni Giochi di Carte: indica un punteggio (come nel Poker) o due giocatori abbinati (come nel Bridge 1).
Curioso (ed eloquente) l'ideogramma che indica il termine coppia nella lingua Giapponese:
Il termine coppia sembra derivare dal latino còpla, forma contratta dell'originale e più antico vocabolo copula(m) 2.
Tale espressione, a sua volta, trarrebbe origine dalla fusione di una preposizione semplice e di una forma verbale: cum apio, ovvero legare con.
Nella letteratura latina 3 gli autori utilizzano questa terminologia nei contesti più disparati:
La Lingua Italiana (nel secolo scorso)
L'edizione del 1917 del Dizionario Petrocchi della Lingua Italiana evidenzia come l'evoluzione del nostro linguaggio abbia operato una distinzione prima inesistente, nobilitando il regno dell'umana esperienza mediante la sua separazione da quello animale e dagli ambiti propri degli oggetti o "cose".
Il risultato è la differenza di significato che sussiste fra il termine coppia ed il termine paio.
"Due cose della stessa specie messe insieme" recita il Petrocchi "ma va smettendo l'uso...[...]...Di cose non mangerecce e di animali più comune è paio o pìccia. Non si direbbe: una coppia di polli, di scarpe o di guanti ma un paio; non si direbbe una coppia di fichi secchi, ma una pìccia."
Continua l'Autore: "Di persona invece: una bella coppia di sposi, andare a coppie detto di gemelli o di due o più ragazzi della medesima altezza".
Giulia Petracco Sicari, nei suoi Studi4 linguistici sull'anfizona Ligure-Padana cita un testo che concorda con la linea del Petrocchi e sottolinea come
La parola sintomo deriva dal greco ed ha due diverse accezioni, con qualcosa
in comune. Il primo significato descrive la natura del sintomo: accidente, avvenimento fortuito; mentre
il secondo si riferisce maggiormente alla sua funzione: urtare insieme, scontrarsi. Quando si parla di sintomo, solitamente
ci si riferisce alla prima accezione, interpretandolo come indizio o segnale da
essere preso in considerazione. Ma unendo i due significati si ottiene
un’alternativa sistemica interessante: scontro
tra più persone che attiva un accidente o segnale, o accidente o segnale che attiva lo scontro tra più persone (fonte
internet).
In particolare, per ciò che concerne
l’argomento qui esposto, vale a dire il sintomo inteso come personalità
disfunzionale, Matteo Selvini e Anna Maria Sorrentino descrivono come disturbo della personalità “una
configurazione pervasiva del carattere di una persona, che rappresenta
un’organizzazione difensiva rispetto ai vissuti soggettivi di sofferenza,
rispetto agli stress relazionali ed esistenziali, rispetto alle sfide
evolutive; essa è caratterizzata da un funzionamento ripetitivo, per lo più non
funzionale, proprio per il tipo rigido di risposta che viene messo in atto”
(2004, p. 1). I sintomi emergerebbero, quindi, quando le organizzazioni
difensive della personalità collassano o devono essere ulteriormente irrigidite
per tenere a bada una nuova ondata di sofferenza. Si dovrebbe quindi ritenere normale
la variabilità degli assetti difensivi riconoscibili in ogni individuo, ma
patologica la sua rigidità, che si esprime in un impoverimento del
funzionamento psichico. Quindi, più è importante la patologia, più queste
caratteristiche della persona saranno rigide, inappropriate all’età e alla
situazione, tali da procurare ulteriori quote di disagio soggettivo ed
interpersonale.
Gli stessi autori, suggeriscono
l’utilizzo del concetto di tratti,
più che di disturbi di personalità, poiché appaiono più utili per entrare in
sintonia con le persone, immaginare una possibile evoluzione e ipotizzare un
approccio terapeutico rispondente ai loro bisogni (Ibidem).
Il terapeuta non si propone di
riequilibrare i tratti in genere, tratti che danno specificità ad ogni singola
personalità, ma lavora solo su quelli disfunzionali, che appaiono direttamente
correlati alla sofferenza del soggetto e che stanno alla base dei sintomi.
Fino agli anni ‘50 si
riteneva che i sistemi orientati ad uno scopo potessero essere spiegati solo se
si attribuiva ad essi un principio vitalistico; come superamento del
meccanicismo precedente. Questo atteggiamento, proprio di una scienza ancora
salda sulle teorie positivistiche, fu messo in discussione con l'introduzione
della Teoria dei sistemi.
Tale teoria si sviluppa
quando viene riconosciuto che fenomeni fisici e biologici possono presentare in
sé la caratteristica di essere un’entità intera, dove parti fra loro differenti
sono interconnesse e interagenti, ma tali per cui la loro somma è comunque
diversa dall’intero ed un qualsiasi cambiamento in una di esse influenza la
globalità del sistema. (Ganda e Giuliani, fonte internet).
La teoria dei sistemi ha
costituito una rivoluzione che ha fatto sperare di poter presto costituire una
scienza unificata e onnicomprensiva dei sistemi. Von Bertalanffy affermava
infatti che sia che si tratti di organismi, sia che si tratti di società, le
caratteristiche essenziali dell’organizzazione sono costituite da nozioni quali
quelle di “totalità, crescita, differenziazione, ordine gerarchico, ascendenza,
controllo, competizione ecc.” (Ibidem). Insomma il tutto è più della somma
delle sue parti, perché è un tutto integrato, le cui proprietà derivano dalla
relazione delle sue parti, oltre che dalle loro caratteristiche. Non basta cioè
conoscere bene gli individui di un insieme per sapere cosa fanno ed è
necessario perciò passare dall'attenzione ai singoli elementi all’attenzione
per le relazioni che uniscono questi elementi.
Il concetto di sistema
(dal greco systanai, “porre insieme”) permette di ampliare la
prospettiva di osservazione e, di conseguenza, le possibilità di cambiamento.
L’unità di osservazione e il focus del lavoro è la relazione anziché la mente
individuale, e il contesto in cui essa si trova. È un salto di prospettiva che,
nella terapia, implica l’assunzione di una prospettiva che coglie la complessità
delle relazioni.
Relazione sul laboratorio creativo in un asilo nido
giovedė 17 dicembre 2009
Relazione sul laboratorio
creativo, attività svolta dal mese di febbraio
al mese di luglio 2009, con cadenza settimanale all’interno di un asilo nido,
dalla Dott.ssa Valeria Bianchi Mian, psicologa, psicoterapeuta individuale e di
gruppo, psicodrammatista.
Ritengo di fondamentale importanza accennare all’evoluzione che
i piccoli ospiti del nido hanno avuto nel corso del tempo, ai progressi che ho
notato, anche se in questa relazione mi riferirò principalmente alla dinamica
del gruppo nel suo complesso, non essendo questa la sede per argomentare nello
specifico di eventuali casi singoli.
Pensando al progetto del laboratorio, inizialmente ero
partita strutturando una serie di incontri organizzati come sotto:
Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è una diagnosi che viene spesso utilizzata quando si manifestano delle conseguenze in seguito ad un trauma psichico. Il PTSD è solo uno dei possibili esiti di un trauma psichico, ed infatti solo al 40% delle persone che subiscono un trauma viene fatta questa diagnosi. Si manifesta in modo molto sfaccettato, con livelli di interferenza diversi sulla capacità adattive.
Tuttavia si può ricondurre ad alcune caratteristiche distintive, elencate dal manuale diagnostico ICD-10 (Decima Revisione della Classificazione Internazionale delle Sindromi e dei Disturbi Psichici e Comportamentali):