Fino
a poco tempo fa esistevano soltanto le separazioni e i divorzi, poi sono
arrivate le “famiglie ricomposte”, ora, da qualche tempo, il nome più diffuso è
“famiglie ricostituite”.
Di
quale fenomeno stiamo parlando?
Stiamo
parlando di un nuovo scenario ambientale dei nostri ragazzi adolescenti e dei
nostri figli più piccoli; stiamo qui avvicinando il fenomeno sociale della
separazione dei genitori, sempre più frequente e sempre più diffuso, a cui segue
una trasformazione della condizione di separato/a.
Le
coppie separate infatti, dopo avere elaborato il trauma della separazione e il
lutto della perdita del compagno/a e del padre/della madre dei propri figli, si
ricongiungono con nuovi partners e ricostituiscono una coppia genitoriale con
un effetto a cascata di ricomposizione della complessae allargata costellazione familiare.
Siamo
di fronte ad un profondo cambiamento della società e della cultura degli
affetti relazionali, siamo di fronte ad uno scenario ancora poco conosciuto ma
già enormemente allargato e penetrato capillarmente nei rapporti affettivi in
cui gli adolescenti crescono. Ciononostante non sappiamo come chiamare le nuove
famiglie, i membri delle famiglie ricostituite, non sappiamo quali confini
hanno le nuove famiglie, e soprattutto non conosciamo ancora bene le emozioni
forti scatenate da questa complessa e sottile rivoluzione.
Facciamo
degli esempi:
Mario
e Giuseppina, 45 anni lui, 42 lei, si separano: hanno 2 figli adolescenti,
Giorgio e Valeria.
Mario
trova una giovane compagna trentenne senza figli, Patrizia, decidono di formare
una nuova coppia per avere dei figli; avranno un figlio, Gustavo.
Anche
Giuseppina trova un nuovo compagno, si chiama Fabrizio e ha 3 figli, Mariangela,
Valentina e Leonardo, anche loro adolescenti. Avrà una figlia con lui, Aurelia.
Mario
non vuole perdere il rapporto con Giorgio e Valeria, per cui i due figli
frequentano il padre Mario, ma anche tutta la composizione familiare complessa:
devono infatti abituarsi alla nuova compagna Patrizia e al nuovo fratellino
Gustavo, ma, vivendo a settimane alterne con entrambi i genitori, devono anche
adattarsi a Fabrizio e a Mariangela, Valentina e Leonardo, nonché alla nuova
nata Aurelia.
Abbiamo
descritto la situazione più appariscente, ma dietro le quinte esistono anche i
nonni materni e paterni di Giorgio e Valeria, gli zii e i cugini materni e
paterni, oltre che i nonni acquisiti da Patrizia e gli zii e cugini a lei
legati, e i nonni, zii e cugini riferiti a Fabrizio. Stiamo disegnando una
popolazione parentale fino a poco tempo fa sconosciuta, a cui ancora non si sa
dare un posto, una funzione.
Possiamo
immaginare che Valeria e Giorgio siano sgomenti di fronte a tanta abbondanza di
parentele acquisite, oppure anche incuriositi e arricchiti da tanti legami
familiari nuovi. Sicuramente dobbiamo ipotizzare che il loro posto e la loro
dimensione, nonché la loro identità di adolescenti in crescita, siano non poco
messi in discussione: quale è la loro “vera” famiglia? Quali sono i confini? Di
chi sono “più figli”? A chi devono dedicare il loro affetto e da chi devono
aspettarsi protezione e priorità di interesse?
Una
tale costellazione familiare ricomposta ha origine da uno scollamento tra la
coppia genitoriale e la coppia coniugale: Mario e Giuseppina sono sempre i
genitori di Valeria e Giorgio ma non sono più coniugi fra loro; sono invece sia
coniugi sia genitori con altri partners, facendo derivare una discontinuità di
rapporto tra genitori biologici e figli.
I
figli, Valeria e Giorgio nel nostro esempio, fanno da ponte tra un nucleo,
quello del padre Mario, e l’altro, quello della madre Giuseppina. Dunque,
mentre il matrimonio originario resta indelebile nei suoi effetti sui figli, la
separazione genera uno scombussolamento delle reti affettive e familiari di
ancora incerto esito.
Sembra
di essere di fronte ad una famiglia allargata dei tempi patriarcali, ma non si
tratta della stessa situazione. La famiglia patriarcale infatti era presieduta
dai due patriarchi, genitori e coniugi al tempo stesso, e vigevano leggi
precise su chi tra i figli doveva restare e chi andare in altre case; chi
restava era in compresenza abitante con tutti gli altri membri della famiglia
allargata.
Qui
invece la coppia originaria che ha già avuto, come nel nostro esempio, dei
figli, va a ricreare, disgiuntamente, una coppia che costruirà una nicchia
abitativa e affettiva privata e separata, che potrà generare anch’essa nuovi
figli.
Il
fenomeno non è ancora sufficientemente studiato, soprattutto in Italia, ma dai
pochi documenti che abbiamo sappiamo che in passato la causa principale di
ricomposizione familiare era la morte e la vedovanza. Oggi le principali cause
sono la separazione e il divorzio, in numero pari tra uomini e donne, a cui
segue, rispetto al passato, una maggiore complessità nella ricomposizione dei
nuclei: ai genitori biologici si aggiungono i compagni acquisiti che spesso
diventano genitori loro stessi di nuovi nati, e si aggiungono i fratelli di
ambo le parti portati dai compagni acquisiti.
Negli
Stati Uniti il 50% di tutti i matrimoni sono rappresentati da famiglie
ricomposte, il 30% in Svezia, Gran Bretagna, Danimarca, Germania.
Dagli
anni Settanta in Europa si nota che sono in aumento i divorzi, sono in calo i
matrimoni ma in aumento le convivenze, quasi a significare che dopo un
matrimonio fallito non ci si coinvolge più in una impresa definitiva come il
matrimonio, ma si cerca nella convivenza una sistemazione degli affetti
soddisfacente ma anche più agile in caso di nuova crisi.
Ci
si può chiedere come funzionano queste nuove famiglie nel quotidiano: quali
sono gli aspetti critici e quali i punti di forza.
Su
un versante l’allargamento della rete parentale costituisce una risorsa
affettiva e relazionale senza eguali, nonché un miglioramento sul piano
economico per il partner più debole e una gratificazione consolatoria sul piano
affettivo dopo la “disfatta matrimoniale”.
Su
un altro versante di polo opposto l’allargamento della rete parentale
costituisce una serie di problemi e difficoltà.
Ad
esempio la figura del/la compagno/a acquisito/a non ha ancora un nome
definitivo, da tutti accettato, e per nominare il nuovo compagno della mamma si
usa il nome delle fiabe, patrigno. Quand’anche tale nome fosse emotivamente accettato,
il che non è per nulla scontato, con ciò non è ancora chiaro il ruolo che
costui ha nel nuovo nucleo familiare: farà il padre con i figli già adolescenti
della compagna? Farà l’amico? Il compagno di giochi e divertimenti? Oppure
soltanto il partner sessuale ed affettivo della madre dei ragazzi? Il ruolo
sociale, affettivo e psicologico del nuovo compagno è molto incerto, certamente
lasciato a ciascuna coppia e a ciascun nucleo familiare.
Intrecciata
a ciò si delinea una rete complicatissima di rapporti allargati familiari
interni, i cui confini sono molto labili e non stabiliti, né da leggi né ancora
da consuetudini sociali. Non esistono ancora modelli condivisi e regole,
seppure implicite e non espresse, consolidate, per cui ogni iniziativa relazionale
è improvvisata, trasportata dalle forti emozioni che governano il campo.
Fra
queste spesso troviamo i sentimenti di rivalità e invidia tra le due
donne-madri, quella della coppia originaria e quella acquisita, rivalità in
genere maggiore che tra i due uomini-padri. I fratelli di origine e quelli acquisiti
vivono molto spesso tra loro gelosie e invidie a volte sconvolgenti, che
disturbano profondamente la crescita dei soggetti e che frequentemente si
intromettono nella vita quotidiana dei giovani o bambini creando problematiche
psicologiche e relazionali ancora da studiare e da decodificare.
Mi
occupo da anni di centri di ascolto presso le scuole superiori e di
problematiche di crescita e relazionali dei ragazzi adolescenti. Ho accumulato
molta esperienza, non solo sul fenomeno adolescenziale oggi, ma anche sulle
composizioni-ricomposizioni familiari e sugli effetti psicologici ed emotivi
che esse generano nei ragazzi. La scuola è verosimilmente un osservatorio
privilegiato, in quanto vi si concentra la popolazione giovanile, e presso i
centri di ascolto, ormai diffusi in ogni istituto, si concentrano i ragazzi che
portano le difficoltà di apprendimento, di relazione con coetanei e con adulti,
di convivenza familiare, di modelli educativi.
Dal
vertice osservativo di un centro di ascolto di una scuola, infatti, dove uno
psicologo ogni giorno ascolta i giovani studenti che usufruiscono del servizio
per esporre i propri problemi quotidiani, si può notare come lo spostamento da
una casa all’altra per stare ora col padre ora con la madre e relativa
parentela acquisita, renda l’applicazione scolastica molto a rischio e la
concentrazione cognitiva molto sotto pressione.
I
ragazzi infatti, oltre al superamento del trauma dell’uscita di un genitore, ad
esempio del padre, devono affrontare la difficoltà dell’entrata di un nuovo
compagno della madre, e devono risistemare i loro riferimenti interni,
strutturali, relazionali e affettivi, tarandoli su un soggetto acquisito (ad
esempio appunto il convivente della mamma) che non è detto offra garanzie di
permanenza a lungo termine all’interno del nucleo già spezzato.
Inoltre
i genitori biologici separati devono a lungo regolare i loro rapporti,
concentrandosi sulla loro residua funzione di coppia, cioè quella genitoriale.
Ciò comporta, per i due ex-coniugi, un lavoro di graduale “pulizia emotiva”,
una specie di “funzione setaccio” che permetta alla coppia di resistere alle
gelosie e alle invidie spesso massicce, e di concentrarsi sul bene del figlio
in comune. L’alta conflittualità molto spesso fa perdere di vista la necessaria
collaborazione sui reali interessi dei figli biologici condivisi.
Si
può concludere dunque che i legami delle famiglie ricomposte, a differenza di
quelli biologici fondati sui legami di sangue, necessitano di volontà e di
intenzionalità per sopravvivere, maggiori che nelle famiglie biologiche, dove
il presupposto è il legame di sangue dunque profondo e indiscutibile: nelle
famiglie ri-costituite il presupposto è l’estraneità e la non-appartenenza.
Sia
la gelosia, sia le rivalità, la complessità negativa, la non-appartenenza e
l’estraneità, possono trasformarsi in ricchezza di legami e varietà di affetti,
ma per questo è richiesta una particolare intenzione e un preciso progetto,
maggiore di quelli presenti all’interno della famiglia di sangue. Normalmente
le emozioni forti scatenate dall’inclusione di soggetti estranei ai legami
originari generano conflitti, rabbia, solitudine, incomprensione, con gravi
conseguenze sulla mente dei ragazzi in crescita e sui loro equilibri
psicologici profondi.
Di
fronte ad una struttura familiare nucleare interiorizzata che si rompe e si
disarmonizza, si crea un male sociale e psicologico insidioso, si disfa quella
rete di modelli sociali –per la maggior parte impliciti- relativi alla famiglia
e alla regolazione degli affetti in cui ciascuno trovava la sua identità.
Se
si potessero offrire servizi pubblici e privati in favore di famiglie di questo
tipo, si potrebbero raggiungere alcuni obiettivi, tesi al miglioramento della
vita emotiva dei componenti dei fluidi nuclei ricomposti.
Ad
esempio si potrebbe proporre una maggiore collaborazione tra i genitori
biologici sul rispetto della nuova coppia ricomposta, che acquisirebbe così
dignità di esistenza e libertà affettiva; oppure una maggiore apertura al
genitore acquisito di spazi genitoriali ed educativi; inoltre si potrebbe
sostenere la costruzione di una coalizione genitoriale tra genitore biologico e
genitore acquisito sui rispettivi ruoli verso i figli, propri ed acquisiti;
infine si potrebbe promuovere una consapevolezza circa i confini flessibili dei
nuclei familiari nuovi, per favorire la pluriappartenenza, sia dei giovani sia
degli adulti, ai differenti nuclei dalla parte materna e dalla parte paterna.
I
molti lavori con genitori di ragazzi adolescenti che ho tenuto in questi anni
presso diverse strutture mi hanno aiutata a comprendere il fenomeno così
complesso delle separazioni e delle ri-composizioni familiari.
Le
riflessioni e le esperienze di questi genitori ci danno dei suggerimenti per
altri laboratori a tema, e suggeriscono proprio a noi operatori che ci sarà
molto da studiare, da approfondire e da conoscere in questa realtà nuova delle
famiglie non solo separate ma anche, poi, ricomposte.
Il
fenomeno come ben si vede sta dunque appassionando molti operatori sociali che
lavorano in punti strategici dell’osservatorio sociale (psicologi
dell’adolescenza, della famiglia e scolastici, educatori, docenti di ogni
ordine, sociologi, legali): essi stanno notando il sottile insinuarsi di nuovi
scenari sociali che avranno ripercussioni psicologiche, relazionali, legali e
progettuali molto potenti, e per ora imprevedibili, sulle generazioni a venire.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
C. Van CUTSEM (1998): Le famiglie ricomposte. Presa in carico e
consulenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.
A.
L. ZANATTA (2008): Le nuove famiglie,
Il Mulino