| La relazione terapeutica all'interno del setting di arteterapia |
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Giuliana BITELLI
La relazione terapeutica si basa sulla comunicazione tra
due soggetti distinti, ma parte dalla comunicazione con sé, intendendo per comunicazione, come dice Colli in
Quaderni ATI 2, l’essere in comunanza, sapere di condividere uno stesso sistema
e le sue regole interne, ossia un linguaggio analitico e di conoscenza del
profondo.
I due soggetti sono in posizioni dis-pari, in quanto il
terapeuta ha acceso da tempo una comunicazione interiore con le sue parti che
sono diventate col tempo parti individuate, mentre il paziente inizia a
conoscersi con l’inizio della psicoterapia, non ha ancora costellato il suo
mondo interno e non riesce ancora a dare significato alle sue espressioni, sia
verbali sia artistiche. Il paziente può esprimere
suoi contenuti interni senza comprenderne i messaggi, in quanto non può ancora
essere interlocutore del suo mondo interno. Solo quando anche il paziente
inizia a comunicare con sé è possibile accendere la comunicazione fra i due
soggetti della relazione terapeutica.
Quando
ho incontrato A. ho percepito subito quanto i nostri mondi erano distanti: lui
di 17 anni, maschio, vittima di bullismo, figlio unico, un padre con gravi
difficoltà di comunicazione, ragazzone docile che si esprime a frasi fatte e
porta contenuti concreti. Io una aspirante psicoterapeuta espressiva con
analisi personale alle spalle e molti interrogativi professionali. I disegni di
A. inizialmente erano magmi informi di colore, i temi erano partite, gare,
vittorie. Io ero poco interessata ai suoi racconti e alle sue opere.
Poi
A. ha iniziato a portare insuccessi scolastici e amicali, sconfitte degli eroi
dello sport, i disegni sono diventati dei recipienti di tanti oggetti
differenziati, io ho iniziato a fare con lui il tifo per quella squadra di calcio
o per quel campione di moto. Ho iniziato a volergli proporre la costruzione di
oggetti specifici e lui ci si è appassionato: ha compreso le sue capacità e ha
espresso nei disegni anche i limiti che sentiva di avere, accettandoli oppure
potendo arrabbiarsi e dicendolo.
Ora
il linguaggio si è molto avvicinato fra me e lui: quando parliamo di limiti
personali di ogni soggetto sappiamo che Andrea non farà mai il lavoro
“difficile” che fanno gli altri, ma per lui ci potrà essere un lavoro più
facile, adatto a lui, nel quale potrà avere grande gratificazione. Come avere
il numero delle scarpe proprio adatto al proprio piede.
Come elemento specifico dell’arte terapia, possiamo
individuare l’oggetto artistico come ciò che è prodotto dal paziente,
proiezione delle sue parti interne su una superficie esterna: il prodotto
artistico è dunque parte del paziente stesso, ma anche ciò che è visto e
osservato dal terapeuta, oggetto esterno, che può diventare, per il paziente,
realtà interna oggettivata grazie al sostegno del terapeuta.
Pertanto l’oggetto artistico, come dice Della Cagnoletta
in Q ATI 2, connette paziente e terapeuta attraverso la sua presenza reale e
anche attraverso ciò che rappresenta. Le due valenze, reale e simbolica
dell’oggetto artistico, sono strettamente connesse e concorrono a formare
quelle relazioni complesse contenute in ogni seduta di arteterapia.
Quando
M. G. ha iniziato a disegnare il fiume non sapeva dove questo l’avrebbe
portata: si è lasciata trasportare dai segni fluidi della mano. Io l’ho seguita
e anche accompagnata, condividendo l’ignoto del seguito del disegno. Quando
sono comparse le figure genitoriali su una sponda e quelle di lei e della
sorella sull’altra sponda si è aperta come una porta che ci ha incuriosite
entrambe: come mai genitori e figlie si stavano sistemando su due lati opposti
di un fiume? Alla fine del disegno la paziente ha potuto
guardare il suo prodotto artistico prendendone distanza: solo allora ha potuto
percepire che il contenuto del disegno era fortemente affettivo e poteva
diventare consapevole solo se avesse trasformato l’esperienza diretta e
spontanea del disegnare in parole accolte da un ascoltatore. Siamo diventate
entrambe testimoni di un quadro inaspettato: le due figlie avevano preso
distanza dai genitori ed erano andate ad appartenere al mondo colto e
universitario, diverso da quello culturalmente semplice di origine. La paziente
ha preso contatto con il piacere dell’emanciparsi e anche con il dolore di
distaccarsi e distinguersi. Anch’io accanto a lei, condividendo l’immagine ho
scoperto questa realtà emotiva profonda della paziente, sconosciuta fino al
momento dell’emergere del disegno.
Il setting di arteterapia vedrà tre attori sulla scena,
interdipendenti e in continua relazione reciproca: il paziente che
disegna, il disegno che porta messaggi del profondo del paziente e
attiva vissuti e affetti del profondo del terapeuta, il terapeuta che
risponde al paziente e al disegno.
La relazione terapeutica in arteterapia è caratterizzata,
sempre seguendo gli spunti di Della Cagnoletta, da ciò che lei chiama
“potenzialità creativa”, ossia non solo il prodotto artistico e nemmeno solo il
processo immaginale, ma uno scambio prevalentemente pre-verbale in cui lo
spazio che divide i due soggetti viene esplorato e trasformato da spazio
soggettivo a spazio comune, transizionale. E’ lo spazio della comunicazione.
In questo quadro il lavoro terapeutico si snoda
attraverso transfert e controtransfert, risonanze emotive, risposte empatiche e
non, ricerca di corrispondenze empatiche da parte soprattutto del terapeuta,
responsi empatici e non soprattutto da parte del paziente. Si gettano le basi,
in questo modo, per costruire uno spazio potenziale che contiene terapeuta e
paziente, e funge da ponte fra il mondo interno di entrambi.
All’interno di questo spazio, possono esprimersi gli
oggetti transizionali che aprono la via al processo di simbolizzazione, e anzi
diventano protosimboli.
A.
mi stava parlando della morte del suo amico come di qualcosa di piccolo,
inesistente quasi, il funerale era un “funeralino”, la sua presenza al funerale
inutile, la scomparsa dell’amico quasi invisibile. Non riuscivo a sentire nel
suo modo, sentivo anzi irritazione ma non capivo in quel momento cosa mi stesse
succedendo. Ascoltavo A. ma sentivo che dovevo ascoltare anche me e i miei
sentimenti suscitati dal suo racconto e soprattutto dal tono di voce con cui A.
stava raccontando. Dovevo farmene qualcosa di quella irritazione, forse se mi
ci mettevo in contatto sarebbe stato possibile usarla per la paziente dopo
averla trasformata. Solo quando sono riuscita a percepire la mia rabbia come
risposta al suo mettermi a distanza e tagliarmi fuori dal suo mondo, ho potuto
risuonare con la paura di A. a stare a contatto con la morte e l’angoscia di tale
esperienza proiettati su di me. Ho potuto contattare la paziente e percepire
uno stesso spazio emotivo che ci conteneva, di cui io potevo essere il sostegno
e lo svelamento, e lei il motorino d’avvio.
Dunque la relazione terapeutica è bene definita da Rose
che nel
In ogni caso sembra proprio che la relazione terapeutica
sia costituita da uno scambio continuo di andata e ritorno tra paziente e
terapeuta, dove l’oggetto artistico in arteterapia accentua e condensa il messaggio
del profondo di entrambi e permette, anche grazie alla funzione di contenitore
e supporto del terapeuta, l’avvio del processo trasformativo sia del mondo
interno del paziente, sia di quello del terapeuta, sia del contenuto condiviso
del setting.
Rosenfeld nel 1987 descrive la relazione terapeutica tra
analista-arteterapeuta e paziente come un gioco interattivo che coinvolge la
loro reciproca introiezione delle identificazioni proiettive dell’altro, e che
utilizza terapeuticamente da parte del terapeuta il materiale verbale e non
verbale del paziente, e il proprio materiale relazionale ed emotivo presente
nel dialogo. Infatti, secondo Hamilton, utilizzare terapeuticamente il
controtransfert dipende dalla capacità del terapeuta di essere consapevole delle proprie emozioni
e delle proprie difese, e delle proprie abilità a sostenere i forti sentimenti
portati dal paziente e proiettati sul terapeuta.
Ingredienti
della Relazione Terapeutica:
L’alleanza terapeutica vede da una parte il
paziente arrischiarsi al dare e al ricevere, propri di un dialogo davvero
trasformatore col terapeuta su quegli elementi conflittuali e complessi
autonomi, che, ad opera di una dissociazione difensiva, spesso compongono
inesorabilmente una personalità-Ombra persecutoria. Dall’altra parte
nell’alleanza terapeutica il terapeuta prenderà su di sé le parti inconsce del
paziente, permettendogli di sviluppare una comunicazione profonda interiore, e
utilizzando, per fare questo, la propria comunicazione profonda con le proprie
parti individuate.
Il terapeuta ha, fra le altre, la funzione di essere
accanto al paziente nel sostenere l’assalto di configurazioni distruttive
inconsce che si presentano all’Io ancora fragile del paziente, ancora troppo
incerto nelle proprie risorse vitali.
M.
A. ha portato la sua rabbia verso il mondo per molte sedute. Attaccava sé, i
parenti prossimi, la terapeuta. Distruggeva le relazioni e le trasformava in
persecutorie, ne scindeva gli aspetti affettivi. Attaccava anche il setting
terapeutico, arrivando anche a sospendere la relazione terapeutica da un
momento all’altro. Mi sentivo in pericolo continuamente, in ansia per il suo
meticoloso lavoro di smontaggio del lavoro insieme. Una madre accudente sul
piano pratico ma non su quello affettivo, un padre che ha permesso un gioco di
esclusione della madre dalla coppia genitoriale e la conquista del posto di
partner sessuale da parte della figlia, l’invidia rabbiosa della paziente verso
la madre controllante e invadente sono stati i temi protagonisti di molti
incontri. L’alleanza terapeutica è stata messa a dura prova, ma presupponeva
l’impegno della terapeuta di assumere su di sé le Ombre profonde e segnalarne
l’andamento evolutivo.
Quando
M. A. ha potuto finalmente disegnare una grande spiaggia con orme dirette verso
un cammino libero, delle case di rifugio sicuro, una barca a secco in attesa
della bella stagione per riprendere la pesca, è stato il momento in cui la
paziente ha incontrato la sua capacità di tenere in serbo energie vitali
proprie e separate dalle intrusioni materne, ma anche il momento in cui la
terapeuta ha potuto recuperare la fiducia nelle risorse della paziente
attraverso una propria esperienza di separazione proficua del proprio mondo
emotivo da quello materno invasivo e perturbante.
Altro ingrediente è il lavoro di individuazione e
coscientizzazione del terapeuta, circa i propri contenuti interni che
abbiano raggiunto le connessioni tra affetto, simbolo e coscienza: questo giova
alla capacità del terapeuta di cogliere la potenza sovra personale delle
rappresentazioni inconsce, e di mettersi in risonanza con le immagini
dell’altro, siano queste verbalmente espresse o rappresentate graficamente.
Una funzione del terapeuta, ingrediente essenziale nel
lavoro psicoterapeutico, è la sua continuità e coerenza di fare di se stesso
il ponte e il luogo di incontro tra i discorsi separati che giungono
dall’inconscio del paziente e dalla sua coscienza. Il terapeuta infatti si fa
interlocutore sia dell’Inconscio sia dell’Io del paziente nel suo livello
attuale di coesione e di coscienza.
A.
disegna dei delfini che nuotano nel mare. L’aiuto a rilevare che sono molto
affollati, si urtano, sono stretti, formano un corpo unico. Lei riconosce una
parte di sé che non percepiva: il bisogno di stare insieme e vicini altrimenti
ci si perde e si muore, ossia la sua paura di solitudine disintegrante. Mi
viene in mente un suo vecchio disegno in cui aveva fatto un vecchio col
mantello e con una maschera nera sul viso; il mantello nascondeva tanti pezzi
di corpi umani che comparivano da sotto il mantello e dalle sue pieghe.
Essendo
io per lei la memoria di quel particolare, le avevo permesso di paragonare quel
momento di disintegrazione e frammentazione a quello dei delfini e di percepire
la distanza emotiva tra il terrore di perdersi e il piacere della compagnia.
Questa coscienza ha in seguito portato la paziente a poter tagliare l’ambiente
affollato dei delfini e distribuirli in un ambiente più largo per dare loro più
spazio senza timore di perdersi e frammentarsi.
In arteterapia è necessario saper distinguere,
come dice Colli in Q ATI 2, ciò che è ancora soltanto espressione, un disegno che porta fuori contenuti profondi del
paziente, e invece ciò che costella una comunicazione
psicologica, ossia una accettazione, da parte del paziente, di contenuti
inconsci attivati dal disegno e diventati coscienti grazie ad esso, ossia ciò
che è diventato simbolo per il paziente.
Questa capacità di distinguere espressione da
comunicazione può avere, a mio parere, due funzioni:
A)
preserva il terapeuta da interpretazioni premature, in
quanto riconosce il processo individuativo del paziente e si astiene da
proporgli incontri ravvicinati con contenuti finora tenuti a distanza
difensivamente se il paziente non è pronto per accoglierli,
B)
parallelamente aiuta il terapeuta ad individuare un
orientamento di lavoro per aiutare il paziente ad acclimatarsi con contenuti
indigeribili e ad addomesticare i messaggi angoscianti che questi gli lanciano.
La speranza del terapeuta non deve mancare, in
quanto la forza vitale del processo trasformativo si alimenta anche di essa. Il
paziente, nella sua identificazione col terapeuta, potrà assumerla e provarla
in sé, e renderla un elemento importante della propria psiche che lo aiuterà a
entrare in relazione col suo mondo interno e con il terapeuta. Potrà cioè
diventare un proprio guaritore interno.
Adorisio, in Q ATI 2, prende in considerazione la figura
di Narciso, come il prototipo dell’impossibilità relazionale. In tutti noi c’è
un po’ della tragedia di Narciso: la sofferenza della separazione e della
conseguente, non necessaria per fortuna, angoscia di non essere riconosciuti,
rappresentano motivi universali che si traducono in senso di impotenza,
solitudine, rifiuto, abbandono. La ferita descritta dal mito di Narciso è
presente nella psiche collettiva, ed è alimentata dal dolore di non aver
trovato un essere Altro nel quale congiungersi per riconoscersi e da cui poi
differenziarsi. La fame di affetto ci fa protendere verso l’oggetto di amore,
senza però averne in cambio uno specchio reale che ci accolga nel corpo e nella
psiche. Questo fa perdere il contatto con noi stessi e ci fa o morire o
esistere senza esserci.
Secondo Heimann la risposta emozionale del terapeuta al
suo paziente è uno degli strumenti di lavoro più importanti. Il controtransfert
del terapeuta è uno strumento di conoscenza dell’inconscio del paziente, al
punto che l’inconscio del terapeuta capisce quello del paziente. Secondo Ogden,
è fondamentale, perché la relazione terapeutica avvenga, che il terapeuta
domini il gioco interattivo dinamico tra intrapsichico, proprio e del paziente,
e interpersonale.
Ci sono secondo Racker controtransfert concordanti e
complementari. Il primo permette di conoscere lo stato d’animo del paziente, il
secondo permette di conoscere la reazione del terapeuta al movimento proiettivo
del paziente, e quindi permette di conoscere il contenuto proiettato dal
paziente.
Pallaro, in Q ATI 2, riporta citazioni della letteratura
circa le sensazioni somatiche che il terapeuta vive in risposta al
paziente. Possono essere risposte pure (nausea, sonno, vertigini,
irrequietezza, vuoto, claustrofobia…) o emozioni somatiche (desiderio di
toccare-abbracciare il bambino-paziente, sentirsi invasi-pervasi dal paziente,
ignorati e messi da parte, fatti a pezzi…). Ma Dosamantes riflette che le
reazioni controtransferali sono utili quando sono selettivamente identificate
come reazioni pre-verbali e sono verbalizzate per esprimere commenti empatici o
interpretazioni; esse svolgono la funzione di riportare i pazienti ad una
relazione differenziata e di aiutarli ad auto-valutarsi come soggetti efficaci
e che lasciano traccia negli altri.
Stavo
sentendo una nausea e un giramento di capo quando F. raccontava di un sogno
orribile in cui uno spaventoso essere nero e viscido con un occhio solo era
spuntato dal pavimento di casa e lui era incerto se schiacciarlo con la punta
di un manico di scopa o lasciarlo vivere, decidendo alla fine di non
schiacciarlo. Il disegno era vivido e quanto mai caricato di colore nero. La
seduta successiva il paziente ricorda i tentativi della madre di “abortirlo”
spostando mobili pesanti nei primi giorni di gravidanza. Forse i miei segnali
controtransferali somatici
L’empatia significa letteralmente “dentro l’emozione dell’altro”,
e l’essere empatici, secondo Shaefer presuppone l’ azione di mettersi
accanto-dentro l’altro, sentire l’altro come qualcosa di proprio-non proprio,
oscillare tra l’osservazione dell’altro e la partecipazione affettiva alle
esperienze di un altro. Dalla capacità della propria madre di incontrare i
bisogni del bambino, si arriva, nell’età adulta, ad avere una sensibilità
interpersonale che esita in un mutuo rispecchiamento e riconoscimento da parte
dell’altro verso di noi e di noi verso l’altro. La qualità empatica del
terapeuta è ritenuta, da Kohut e da Winnicott ad esempio, cruciale per ogni
genere di efficace relazione terapeutica: in essa vengono incorporati dal
terapeuta i vissuti del paziente, che è così aiutato a metabolizzare ed integrare
parti scisse del Sé, a rivelare resistenze e difese.
Momenti
di un seminario presso ATI: proviamo a fare i terapeuti
Durante il seminario intensivo si è dedicato spazio per
un brain storming su cos’è relazione terapeutica. Oltre a concetti già
descritti sopra, quali: gioco di equilibri, nodo e legame positivo e negativo,
flusso emotivo circolare, alternanza di entrare e uscire, scambio, essere a
disposizione dell’altro, stare con, ascolto, accogliere, sono emerse anche
immagini potenti ed efficaci come: stomaco che digerisce, a cui aggiungerei di
entrambi i soggetti presenti, in quanto il paziente fa un lavoro di
apprendimento ad una nuova digestione e soprattutto ad un nuovo assorbimento
del materiale digerito, ossia ad una messa in circolo dei materiali elaborati,
prima sconosciuta.
Anche l’immagine della pelle è efficace e potente in
quanto la pelle contenitiva e definente i confini deve essere costruita dal
paziente “spellato”, con le emozioni esposte all’esterno e non gestite. Il
terapeuta che ha pelle può diventare temporaneamente la pelle del paziente per
poi lasciare gradualmente il corpo del paziente che via via si costruisce la
propria pelle con le proprie risorse interne gradualmente scoperte e
rafforzate.
Il terapeuta deve sapere sempre quale cappello mettere,
si diceva, ossia deve poter capire in quale ambiente si trova per poter gestire
la situazione, e proporre al paziente qualcosa che gli faccia bene, che lo
aiuti a trovarsi e conoscersi.
È un entrare nel flusso, un mettersi in gioco, un entrare
nello specchio per poter riflettere e stimolare la riflessione a carico del
paziente.
Il terapeuta deve avere pancia, testa, cuore, e sapere
che il territorio che andrà ad esplorare col paziente sarà un territorio simile
al cubo di Rubrick: con tante zone in relazione, ognuna in movimento in
relazione all’altra, ognuna con molte facce, e dove ogni movimento porta
qualcosa di imprevedibile che pone la questione del come procedere.
In particolare si tratta di un ambiente dove i
protagonisti sono entrambi soggetto e oggetto, ma solo uno è in grado di
sentire e pensare, mentre l’altro almeno inizialmente può principalmente agire.
La relazione terapeutica, si diceva, permette di
riattualizzare le esperienze emotive del passato ma in forma diversa dal
passato: sgomberandole dalle reazioni-agìti dell’ambiente circostante il
paziente, rendendole vere e autentiche nella vividezza emotiva, permettendo al
paziente di riprovare le stesse emozioni ora riproiettate su un sostituto del
passato che si relazionerà possibilmente in modo non collusivo col passato
doloroso del paziente.
Più tardi durante il corso del seminario, ci si dedica al
lavoro con i materiali, che vede all’opera gli studenti con pezzi di opere
fatte da pazienti e sparsi sul pavimento. Si deve scegliere un pezzo e
lavorarlo terapeuticamente.
G. sceglie una mano bianca impressa in supporto di colore
blu.
Il pezzo che G. ha scelto fa immaginare qualcosa del
paziente ipotetico: dice che è un bambino (dimensioni della mano), che vuole
chiedere aiuto, che vuole mettere in campo solo un pezzo di sé, il resto non
c’è o non lo conosce, che il mondo interno da cui emerge la mano è blu, è
profondo, è scuro; la mano bianca è direttamente immersa nel colore bianco e
impressa direttamente sul foglio, senza altre mediazioni.
G., per rispondere a questo stimolo, prende un foglio
grande bianco, ne dipinge una parte di blu con gessetti asciutti che poi spugna
bagnandoli per avvicinarsi all’esperienza bagnata del paziente, e con
pennellate di tempera bagnata che in altra forma avvicina al bagnato del
paziente. G. prende carta scottex bianca e la incolla sotto il suo blu,
iniziando a prendere contatto col bianco del paziente, che colora la sua mano;
G. sistema il frammento di opera del paziente al centro-basso del proprio
foglio, vicino alla pancia per poterlo sentire meglio, e si collega alla mano
del paziente facendo un’orma della sua mano imprimendola nella creta, e così si
avvicina alla pressione che il paziente ha operato con la mano intrisa di
colore bianco.
Il supporto dove si è stampata la mano di G. è differente
da quello su cui si è stampata la manina del bimbo, ma G. sente che così si
esprimono le differenze pur nelle somiglianze.
Poi dipinge il calco della propria mano nella creta con
colore bianco per riprendere e riprodurre la qualità della sostanza psichica
espressa dal paziente. In questo modo sente che il colore bianco rende la mano
esangue e impotente, e sente che diventa devitalizzata. Allora sceglie il
colore giallo dorato, caldo in risposta al freddo del bianco, per tracciare una
strada che passa dal mondo del paziente bambino (il suo frammento) allo spazio
circostante che diventa calcato e vissuto anche da G., diventa uno spazio
comune, in cui compaiono materiali di entrambi: essi possono ora stare in
relazione empatica, si affiancano, si toccano, si intrecciano. La speranza di
G. di un percorso benefico “si fa strada” e apre future nuove possibilità per
entrambi.
Il lavoro terapeutico di G. è di tipo,
contemporaneamente, rispecchiante, complementare, contenitivo, immedesimante,
evolutivo. Ci sono azioni contrapposte ma anche affini, ci sono materiali
simili ma non uguali.
L’ azione terapeutica di G. si snoda tra la modalità
sensoriale e quella simbolica.
È stato molto interessante l’esperienza in sé e il
seguito di essa, nello scambio di sottogruppo, dove si sono intraviste le
differenze di modalità espressive e di trattamento del frammento d’opera del
paziente. Ci sono state azioni simbiotiche fusionali, contenitive, una presa di
distanza dall’identificazione, c’è chi ha lasciato spazi di respiro, chi invece
ha messo nel paziente propri bisogni, chi ha sentito il pericolo di intrusione
e chi si è sostituito al paziente stesso per l’ansia di non capire o sapere,
c’è anche chi ha amplificato e chi si è difeso. Emerge anche molte volte,
ascoltando tutti i lavori collettivi, che ci sono tante parti del terapeuta
proiettate sul lavoro del paziente, cosa facilmente prevedibile dato il
contesto specifico in cui il paziente è presente con un frammento di sua opera.
Ma questo è un elemento da tenere presente per non cadere nell’illusione che
tutto sia del paziente e che il terapeuta sia neutro, come diceva Freud. Ma è attraverso
il lavoro col corpo che viene maggiormente focalizzato più chiaramente che più
ci si centra su di sé più si scopre quale sia il proprio bisogno distinto da
quello dell’altro.
Conclusioni:
il paziente ci fa toccare parti di noi che abbiamo
individuato e che conosciamo, ma a volte sono parti che ci danno ancora dolore
e ansia, angoscia. Allora sarà necessario riprenderle analiticamente,
riattualizzarle, e usarle trasformate per poter accompagnare il paziente con
maggiore consapevolezza di noi e di lui.
Bibliografia:
P. Pallaro:
Controtransfert somatico: il terapeuta in relazione
A.
Ferro: Evitare le emozioni, vivere le emozioni, Raffaello
Cortina Editore
P. Casement: Apprendere dal
paziente, Raffaello Cortina Editore
T.H. Ogden: L’arte della
psicoanalisi – sognare sogni non sognati- Cortina 2003
L. M. Colli: Sulla
relazione terapeutica, in Quaderni di Art Therapy Italiana 1.
P. Caboara Luzzatto: L’approccio comunicativo in arteterapia e l’uso delle
tre dimensioni, in Quaderni di Art Therapy Italiana 1.
C. M. Carlevaris: Alcuni momenti
della relazione terapeutica con un bambino, in Quaderni di Art Therapy Italiana
1.
L. M. Colli: Il disegno in arteterapia tra “esprimere” e “essere in
comunicazione”, in Quaderni di Art Therapy Italiana 2.
M. Della Cagnoletta: L’oggetto artistico nella relazione terapeutica, in
Quaderni di Art Therapy Italiana 2.
C. M. Carlevaris: Oltre il recinto: tra bisogno di ripetizione e
ripetizione dei bisogni nell’arteterapia con pazienti psicotici, in Quaderni di
Art Therapy Italiana 2.
A. Adorisio: La ferita narcisistica: conoscere e riconoscere l’altro
nella coreografia della relazione terapeutica, in Quaderni di Art Therapy
Italiana 2.
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