Il colloquio

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Il colloquio clinico

Il colloquio clinico è uno dei principali strumenti usati in psicologia ed in psicoterapia: grazie ad esso è possibile osservare ed indagare la storia clinica, i vissuti, le modalità relazionali, le caratteristiche di personalità ed il comportamento dell’interlocutore.

Il colloquio in ambito clinico differisce dalle normale conversazioni della quotidianità in quanto il colloquio clinico ha degli obiettivi specifici, quali la raccolta di informazioni (nel colloquio anamnestico), la formulazione di una diagnosi (nel colloquio diagnostico), il supporto (nel colloquio di sostegno), l’offerta di informazioni (nella consulenza o nell’orientamento), o la cura di una particolare sofferenza, disagio o psicopatologia (nel colloquio terapeutico).

Il colloquio coinvolge più canali comunicativi.

Il canale di comunicazione preferenziale è sicuramente quello verbale: gran parte della narrazione avviene tramite un dialogo, espresso a parole, tra le persone coinvolte, le quali si trovano a condividere un tema, ma anche uno stile comunicativo. In particolare lo psicologo cerca di porsi ad un livello comunicativo adeguato sia a capire l’altro e che a farsi comprendere.

Pur essendo il canale verbale quello più facilmente riconoscibile, non tutta la comunicazione passa da qui. Durante il colloquio è infatti anche attivo un altro canale di comunicazione, che coinvolge tutto il non verbale: la mimica facciale, la postura, la prossemica, ma anche il timbro della voce, i silenzi e così via, risultano di grande importanza, in quanto veicolano anch’essi comunicazione.

È inoltre necessario prestare attenzione anche all’aspetto relazionale e alla comunicazione che passa da questo piano, soprattutto in considerazione del fatto che l’ambito in cui si svolge il colloquio è caratterizzato dalla costituzione di un campo bipersonale, cioè di un campo relazionale generato dall’interazione di entrambe le persone coinvolte: sia lo psicologo che il paziente partecipano attivamente alla costruzione del campo stesso.

Il colloquio clinico, a differenza della normale conversazione, deve inoltre occuparsi di diversi livelli di indagine.

Il primo livello, facilmente individuabile, è quello del testo manifesto: le informazioni, gli accadimenti, la storia personale, i racconti, i dati forniti in modo manifesto e palese costituiscono un insieme di elementi con i quali l’interlocutore narra allo psicologo il proprio mondo, interno ed esterno, per come egli stesso lo percepisce.

Tuttavia, affinché si possa parlare di un colloquio clinico, lo psicologo o psicoterapeuta deve essere in grado di spostare l’indagine ad un livello più profondo, andando ad esplorare anche il testo latente. Egli deve pertanto essere in grado di prestare attenzione ad un insieme di elementi, dei quali spesso l’interlocutore non ha piena coscienza, ma che si delineano nella comunicazione; questi elementi aprono la porta all’indagine degli elementi inconsci, delle dinamiche intrapsichiche, dei vissuti non ancora elaborabili, delle dinamiche relazionali. Inoltre egli deve essere in grado di prestare attenzione al possibile riproporsi in seduta di dinamiche e vissuti relativi a tempi e persone ormai lontane, per cui può iniziare a riscoprire e a dare un nuovo significato nel “qui e ora” della seduta a quel tempo lontano ma che ancora lo condiziona, quel “lì e allora” della vita del paziente.

La schema teorico di riferimento dello psicologo o psicoterapeuta guida in questa indagine il clinico e costituisce un ulteriore elemento fondamentale di differenziazione del colloquio clinico dalla normale conversazione. Affinché il colloquio clinico possa raggiungere il suo obiettivo è infatti necessario che lo psicologo che lo conduce abbia uno schema di riferimento teorico solido e approfondito cui fare riferimento per poter inserire in una visione di insieme gli elementi raccolti, per poter elaborare una corretta diagnosi, per poter ipotizzare un piano di intervento. Partendo da un solido schema teorico di riferimento, inoltre, lo psicologo può fornire interpretazioni, chiarimenti, delucidazioni coerenti sia con quanto riporta il paziente che con lo schema teorico e le evidenze cliniche ed empiriche. Lo schema di riferimento teorico deve però essere per lo psicologo una guida e non una gabbia: egli deve essere in grado di staccarsi in parte da schemi troppo rigidi per poter rispondere in modo appropriato all’unicità e alla soggettività portata da chi, in quel momento, sta interagendo con lui.

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