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Il gioco

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Il gioco nella psicologia e psicoterapia infantile.

Gioco e disegno rappresentano per i bambini i mezzi di espressione privilegiati. I bambini non hanno ancora piene competenze linguistiche e verbali, pertanto comunicano le loro emozioni, i vissuti, gli affetti ed il loro mondo interno soprattutto attraverso questi strumenti, che costituiscono quindi per essi ciò che per gli adulti in terapia sono invece il colloquio, le narrazioni e le libere associazioni.
Il materiale di gioco ed il materiale di disegno vengono lasciati a disposizione dei bambini durante le sedute con lo psicologo, in modo che ogni bambino li possa utilizzare quando lo desidera.

L’utilizzo del gioco in psicologia e psicoterapia ha una lunga storia, iniziata con il famoso “gioco del rocchetto” descritto da Freud nel 1920: un bambino faceva sparire e ricomparire il rocchetto, ed in tale modo sembrava poter gestire le emozioni dolorose che accompagnavano il temporaneo allontanamento della madre. Da allora la tecnica si è evoluta, soprattutto grazie al contributo della Klein, ma alcune caratteristiche rimangono sempre valide, prima fra tutte la possibilità di riconoscere al gioco un valore simbolico e di comunicazione.
Attraverso il gioco infatti il bambino può comunicare quanto non riesce ad esprimere a parole, ed in esso può trovare rappresentazione simbolica quanto non raggiunge ancora la coscienza e non può essere raccontato.
Di solito i giochi sono lasciati a disposizione del bambino in una “scatola dei giochi”, costituita da giocattoli di uso comune, ma scelti anche in base alla loro possibilità di essere utilizzati in modo simbolico. Nel corso delle sedute il bambino infatti può rappresentare attraverso il gioco il suo mondo interno ed il suo mondo di relazione, gli affetti che lo abitano e le angosce che lo bloccano.
Ogni bambino li utilizza liberamente in seduta, e lo psicologo è presente e attivamente partecipe di questi giochi, ma con modalità diverse da quelle normalmente adottate da un adulto che gioca con un bambino. Attraverso il gioco in seduta infatti può essere finalmente comunicato in storie condivisibili quanto sta accadendo non solo nel mondo esterno del bambino, ma soprattutto nel mondo interno e nella coppia terapeutica. I giochi consentono quindi al bambino di esprimere un “racconto” delle tematiche per lui vive, con vari temi che si aprono e si chiudono nel corso delle varie sedute o all’interno della stessa seduta, e lo psicologo osserva e partecipa senza interferire nel gioco, ma sostenendolo o intervenendo in esso quando è necessario. Lo psicologo alterna momenti in cui prevale anche in lui un’attività più marcatamente ludica, di gioco, che sostiene la relazione col bambino e lo aiuta nei momenti in cui manifesta maggiori difficoltà ad integrare alcune dimensioni affettive o transferali, ad altri momenti in cui prevale la componente interpretativa del gioco stesso.
L’interpretazione è infatti un elemento importante dell’uso del gioco in senso terapeutico. Il gioco è il risultato del lavoro fatto dall’Io del bambino per cercare di esprimere quanto è inconscio; in tal modo egli procede verso l’integrazione di affetti inconsci, che possono diventare progressivamente meno “disturbanti”; ma per fare ciò è necessario che oltre al gioco si attivi anche l’esperienza del pensiero che, mediante l’interpretazione, porti ad integrare tali elementi.
Normalmente il bambino rimane da solo in seduta con lo psicologo, e quindi i giochi coinvolgono solo la coppia psicologo-bambino. Ma ci sono situazioni in cui lo spazio di gioco si “allarga” e coinvolge anche i genitori. Ciò può accadere ad esempio con i bambini più piccoli o più regrediti, per i quali sarebbe troppo difficile o fonte di angoscia eccessiva affrontare una seduta da soli. In tal caso nello spazio di gioco si dispiegano anche le dinamiche di relazione con i genitori, il sostegno, la cura, ma anche eventuali difficoltà che possono essere poi elemento di lavoro comune. Dopo alcune sedute di osservazione-gioco in presenza dei genitori si può passare ad un percorso che consenta al bambino di restare in seduta e giocare da solo con lo psicologo, con cui nel frattempo ha già iniziato a costruire una iniziale forma di alleanza e di relazione.
Il gioco è molto di più di un semplice divertimento: in esso il bambino può trovare il proprio Sé perché, come sostiene Winnicott, il Sé si trova proprio in quell’esperienza particolare caratterizzata dall’incontro del proprio mondo interno con il mondo esterno, all’ interno di quello spazio particolare che non è né interno né esterno (spazio transizionale) ed in cui trovano posto fenomeni quali quello del gioco.
Il gioco diventa quindi in uno strumento di conoscenza e intervento psicologico, elemento importante di integrazione di affetti, di sviluppo e trasformazione, di ricerca e manifestazione del Sé del bambino. Sono compiti che vanno al di là dell’aspetto puramente ludico del gioco, e per attivarli è importante rivolgersi a professionisti esperti, psicologi dell’età evolutiva che possano coglierne gli aspetti più profondi e simbolici.

Per maggiori informazioni sul gioco in psicoterapia dell’età evolutiva contatta il CPP – Centro di Psicologia e Psicoterapia. Clicca qui