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Hikikomori – Ragazzi che si autoescludono

Dott. Massimo Campisi 

 

Ragazzi che si autoescludono e si rinchiudono in casa

L’hikikomori o autoesclusione è una condizione che riguarda soprattutto giovani maschi. Il problema è stato osservato finora in Giappone, dove risulta molto diffuso, ma sappiamo che si sta propagando a macchia d’olio in molti altri paesi, tra cui, a quanto pare, anche l’Italia. Non abbiamo per ora statistiche ufficiali, ma sembra che i ragazzi che si autoescludono stiano aumentando, e che questo stia avvenendo, in assenza di riferimenti certi in letteratura che ci aiutino a comprendere fino in fondo il senso di questo fenomeno. Cercherò in questo articolo di dare una descrizione del fenomeno.

 

Segni distintivi dell’autoesclusione adolescenziale

I segnali di questa condizione sono sostanzialmente i seguenti: ritiro sociale da almeno sei mesi, fobia scolare precedente, talvolta dipendenza da internet e videogiochi, con inversione del ritmo circadiano di sonno-veglia.

La “caduta” in hikikomori è graduale. Nei mesi precedenti alla reclusione in casa, questi ragazzi tendono a soffrire per l’ambito scolastico, dove si sentono inadeguati, incompresi e dove, talvolta, sono vittime di prepotenze e bullismo da parte dei coetanei. A questo si aggiunge un quadro di difficoltà nel rapporto con i compagni di scuola, una profonda vergogna, a cui fa seguito rabbia e senso di umiliazione.
In questo contesto, ad un certo punto, questi ragazzi individuano un luogo, cioè la propria stanza, dove si sentono al sicuro, protetti e tranquilli. E iniziano così a rifugiarsi in esso, fino ad isolarsi completamente. Piano piano il mondo esterno diventa sempre più sinonimo di insicurezza, paura e vergogna, mentre il rifugio casalingo si trasforma, sempre più, in un luogo che restituisce sensazioni di calore e sicurezza. In contemporanea, spesso, lo spazio angusto della stanza si apre, attraverso internet, ad un mondo parallelo. Esso concede all’adolescente rinchiuso, vite virtuali altre, vissute nella notte dentro il virtual spazio, fra chat, videogiochi, ecc, come possibilità di riscatto, come una seconda occasione identitaria e relazionale per riabilitarsi, dopo la delusione e la vergogna derivante dalla vita reale.

 

Quali sono gli elementi che possono spiegarci questo disagio?

Cos’è che induce questi ragazzi a fare una scelta di segregazione volontaria? Quale potente dinamica emotiva è capace di annullare e invertire il bisogno umano di essere liberi, di realizzarsi e di avere relazioni?
La risposta ha a che fare, probabilmente, con lo status dell’adolescente di oggi.
C’è qualcosa nei ragazzi di questo secolo infatti, che li rende, in molti casi, più esposti a problematiche come quella dell’autosegregazione. Mi riferisco all’importanza che il sentimento della vergogna ha assunto per le nuove generazioni.

Colpa e vergogna

Come illustrato, magistralmente, da Gustavo Pietropolli Charmet (2003, 2008), l’adolescente di oggi è dominato da Narciso e non da Edipo. Secondo Charmet, il sentimento che presiede alla crescita, che si deve affrontare per diventare grandi, per raggiungere lo status di uomini o donne, non è la colpa ma è la vergogna. Applichiamo all’adolescenza una idea di Heinz Kohut. Per questo psicoanalista il soggetto moderno non è più l’uomo colpevole, un essere sempre alle prese con la sensazione di avere sbagliato, di non avere rispettato le regole, che si tormenta per il senso di colpa, ma è invece l’uomo tragico, costantemente alle prese con la sensazione di essere sbagliato, di non avere valore e di potere fallire come individuo. Anche nella nostra quotidiana pratica clinica osserviamo che, ormai, la colpa non è più di moda come ai tempi di Freud. Siamo molto più presi da altre emozioni, e tra queste, la vergogna ha assunto un’importanza certamente fondamentale.
Nella società passata la colpa era il sentimento centrale. Del resto, si educava con l’obiettivo di socializzare le persone, di renderle rispettose delle regole. Delle regole familiari in primis, ma anche sociali, morali, religiose, ecc.. Nella cultura tradizionale il bambino era considerato come un piccolo selvaggio da incivilire, una mescolanza di istinti antisociali, di sregolatezze, di avidità. Si pensava che non fosse auspicabile assecondare la sua natura selvaggia perché questo sarebbe stato inconciliabile con l’organizzazione della famiglia e della società. Per questo, il rispetto della regola era il fulcro dell’azione pedagogica: basti pensare alle modalità, a volte “sbrigative”, o addirittura violente, con cui venivano educati i bambini. Ogni strumento, anche l’assoggettamento, l’intimidazione e il castigo, erano legittimi per assicurare il rispetto e l’obbedienza alla norma. Tutto era finalizzato a trasmettere l’inviolabilità della regola e il rispetto per l’autorità della famiglia, dell’insegnante, dello stato, della divinità. In questo contesto, le persone misuravano la propria identità e il proprio valore in base a quanto si era rispettata una consegna; in relazione a quanto veniva onorato il compito assegnato, le scadenze, i ruoli; in base alle prestazioni e ai doveri verso i genitori, il marito, la moglie, lo Stato, Dio.

Ad un certo punto, le cose sono cambiate. C’è stato il passaggio dalla società tradizionale a quella industriale e post industriale. Le dinamiche sociali si sono trasformate e hanno assunto fisionomia nuova in conseguenza all’urbanizzazione, allo sviluppo economico, al consumismo dilagante. C’è stata la legittima ricerca, per molti, di una esistenza più libera da condizionamenti sociali e autoritari, si è cercato di impostare un nuovo funzionamento sociale basato sul valore degli individui e sul diritto per ognuno, di realizzarsi. La nuova priorità è diventata quella di consentire all’individuo di realizzare la propria natura e non più ciò che derivava da un vincolo di appartenenza o di ruolo.
Per questo, abbiamo incominciato a insegnare ai nostri figli che la cosa importante non è tanto il rispetto dell’autorità e la sottomissione ad essa e alle sue regole. Ma piuttosto, è importante realizzarsi, valorizzare le proprie capacità, specificità, talenti, al di là delle prestazioni e dei doveri.
Ed è mettendo l’accento in modo così profondo sulla realizzazione di sé che la vergogna è diventata l’affetto centrale della nostra epoca. Il timore più grande per gli esseri umani di oggi è diventato quello di non riuscire a costruire una adeguata immagine di sé, fallire nel tentativo di essere ciò che si vuole essere e sentirsi inferiori e umiliati per questo.

 

Identikit dell’adolescente di oggi

L’adolescente si trova a dovere rispondere a una serie di richieste implicite al suo processo di crescita che hanno a che fare proprio con l’immagine di sé. Egli si chiede che genere di adulto sarà. E nel rispondere a questa domanda è probabile che sentirà forte la pressione di dover aderire alle aspettative che, intorno a sé, a livello familiare, amicale e culturale, sono date come irrinunciabili.
Tutto e tutti si aspettano che una volta adulto esprima talento, che abbia successo, che sia simpatico, ben voluto, ammirato.
L’adolescente non può che essere condizionato da tutto ciò, ed è per questo che si trova alle prese con un funzionamento mentale che gli chiede molto, e che gli crea grossi imbarazzi.
Il problema è che il ragazzo e la ragazza si trovano a dovere affrontare alcune questioni sulla propria identità, da cui possono essere messi fortemente in crisi: come fare a realizzare le aspettative di successo riposte su di loro e che essi stessi sentono di dover realizzare? Come fa l’adolescente a fondare un adulto degno di quelle rappresentazioni grandiose che distinguevano il suo sé bambino? Come continuare ad essere quello stesso prodigio, bello, bravo, importante per mamma e papà, sempre applaudito, che vinceva medaglie, che si sentiva al centro del mondo?
Un insieme stratificato di aspettative e promesse tengono sulle spine l’adolescente. Così come molti ricordi memorabili, successi ottenuti da bambino, prestazioni che facevano ben sperare per quello che sarebbe successo qualche anno dopo, cioè adesso, nel cuore dell’adolescenza. E’ giunta l’epoca in cui egli deve diventare l’adulto che era in programma che fosse. Gli impegni adesso vanno onorati o traditi. Il tempo per pagare i debiti è arrivato.

 

Fallimento, vergogna e ferita narcisistica

Purtroppo gli obiettivi ideali, di realizzazione e successo, dell’adolescente di oggi, sono anche molto crudeli. Se non vengono raggiunti egli è costretto a sperimentare una sentimento umano estremamente doloroso, e cioè la vergogna. La vergogna per il proprio fallimento, parziale o totale, momentaneo o definitivo, reale o fantasticato. L’umiliazione che ne deriva, con l’inevitabile collezione di mortificazioni subite, rendono la sua vita un calvario. Da un certo punto di vista, gli adolescenti di un tempo, quelli dominati dalla colpa, erano avvantaggiati, perché la colpa, dopotutto, si cancella facilmente, basta ripararla, chiedere scusa e accettare la punizione per redimersi. La vergogna invece è pervasiva, penetra in tutti gli interstizi della mente, non la si dimentica mai e produce una ferita che continua bruciare, costringendo chi la prova a compiere imprese esagerate e disperate al fine di riscattare il proprio onore, di ricostruire la bellezza della propria immagine, di riabilitare il Sé deturpato, caduto in disgrazia, perché le cose sono andate male, perché non è stato possibile essere quel capolavoro che si doveva essere.
Il fallimento del progetto di sé, l’adolescente lo appura osservandosi nello specchio sociale, nel grado di successo, consenso e ammirazione ottenuto tra i pari, nell’indice di popolarità riscosso con l’altro sesso, nella valutazione dei docenti, nell’approvazione ricevuta dagli adulti (allenatori, educatori, amici, di mamma e papà) oltre che, naturalmente, nell’affetto e nell’accettazione dei propri genitori.
Purtroppo la debolezza dell’adolescente di oggi nasce proprio dalla sua dipendenza di riconoscimenti. Ha bisogno di uno specchio sociale che ne confermi l’unicità, il valore e utilità. Quando non viene riconosciuto dal mondo in cui vive, per come vive, per come persegue la sua missione di essere un “capolavoro”, ne soffre profondamente. Le ferite narcisistiche sono dolorosissime, sono avvertite come mortificazioni e umiliazioni intollerabili. Il dolore scende in profondità, producendo rabbia impotente e progetti vendicativi. Quando è messo alla gogna Narciso può diventare davvero violento e cattivo. Oppure può diventare estremamente triste e depresso, mostrando così tutta la sua delusione, per tutte le speranze tradite e per il senso di oltraggio subito.

 

Hikikomori e la fobia scolastica

Se consideriamo i caratteri dell’adolescente di oggi, se teniamo conto del suo vitale bisogno di rispecchiamento, se pensiamo quanto il riconoscimento, l’ammirazione, l’accettazione, e il consenso siano per l’adolescente i mattoni e il cemento per consentire la costruzione dell’edificio del sé adulto, allora capiamo quali rischi possono esserci per lo sviluppo, nel momento in cui il ragazzo vive in contesti sociali con scarsità di rispecchiamenti affettivi positivi.
Principalmente ciò che spiega la condotta autosegregativa dell’hikikomori è il tentativo fallito di nascere socialmente, cioè di diventare parte del gruppo dei pari e trovare in questo ambito i nutrimenti narcisistici necessari alla crescita. L’adolescente hikikomori non è stato accettato dal gruppo, non viene apprezzato, non è ammirato da nessuno. Al contrario sono tanti i segnali che gli fanno pensare di essere dipinto dagli altri come un bambino , un mammone, uno “sfigato” una piaga.
A volte questo sospetto viene confermato anche dagli adulti: nessun attestato di stima, nessuno sguardo benevolo da insegnanti, maestri, allenatori, fino al sospetto, a volte confermato dall’intercettazione involontaria di dialoghi a distanza, che anche i genitori, in fondo in fondo, non sono contenti di lui ritenendolo una delusione.
In tutto questo la scuola non è solo un luogo formativo, Se vediamo il contesto scolastico alla luce del processo di autonomizzazione, essa assolve a tutta una serie di funzioni simboliche. Essa rappresenta il luogo testimonianza, per l’adolescente, dell’essersi separato dalla famiglia, dell’essere riuscito a ritagliarsi un nuovo scenario dove fare esperienza del sé adulto fra pari. Il gruppo di coetanei, incontrati a scuola, è normalmente uno dei primi esperimenti per sapere se si è apprezzati e se si è in grado di farsi amare anche al di là dello stretto ambito familiare.

Purtroppo quando a scuola le cose vanno male sul piano narcisistico, quando si è presi in giro, o si è vittime di bullismo; se ci si sente esclusi, emarginati, derelitti; se poi anche i docenti non ti vedono, non ti fanno sentire degno di esistere, e se poi i voti confermano questa impressione, la scuola allora diventa un inferno da evitare. Il rischio in questi casi è che la vergogna dilaghi e corroda dalle fondamenta il Sé. L’unica via possibile è la fobia scolastica, una sintomatologia che, in questo caso, è anche una difesa. Con la fobia scolastica il sé si protegge dal rischio di umiliazioni troppo grandi e, a suon di ansia, obbliga il ragazzo a stare lontano da quel contesto scolastico così micidiale per l’immagine di sé e per l’autostima.
Nella autosegregazione dell’hikikomori la fobia scolare è il punto di partenza. La fobia della scuola testimonia il fallimento del tentativo di nascita sociale. A questo segue il riflusso, che vede l’adolescente, sconfitto nel mondo esterno, rientrare nell’alveo familiare e materno. Questo avviene per mezzo dell’autoreclusione a casa, nella propria stanza, un ritorno simbolico all’utero, quale luogo accogliente e sicuro.

 

Hikikomori , autosegregazione, dipendenza da computer e Internet

L’eccesso di dipendenza da mezzi tecnologici, smartphone, internet e videogiochi è spesso correlata con l’esperienza hikikomori. Ma al contrario di ciò che si crede, non è la dipendenza da internet e da videogiochi ad essere la causa della auto-segregazione.

Piuttosto internet, il computer e i video giochi vengono dopo l’autoisolamento e sono ad esso funzionali per vari motivi. Innanzi tutto sono modi per occupare il tempo senza che il senso di vuoto e la noia siano ingestibili. Dall’altro lato, Internet consente di assumere identità alternative fasulle e immaginarie, che non corrono il rischio di essere svergognate, perché si tratta di finzioni, di Sé posticci e molteplici che sono sottratti al confronto con l’altro. Infine la rete dà la possibilità di esercitare una qualche parvenza di essere, una forma di esistenza alternativa anche se virtuale.

Se non ci fosse questa possibilità di un’esistenza almeno sul piano virtuale, è probabile che l’autoesclusione dell’hikokomori scivolerebbe completamente nel campo della follia o dell’autodistruttività, fino al suicidio.

 

Intervento

Nel pensare a un intervento con un soggetto che si autoesclude è necessario considerare il significato profondo del disagio manifestato. Dobbiamo partire con il considerare che la sintomatologia osservata è il segno che l’adolescente si è bloccato e si è sentito sconfitto nel suo tentativo di svolgere quel particolare compito, che tutti gli adolescenti si trovano ad affrontare. Quello cioè di dare un senso ai cambiamenti di questa età, a cominciare da quelli corporei, di fare chiarezza e capire cosa sta succedendo. Egli si trova infatti a dovere dare un senso a nuovi sentimenti e bisogni che si manifestano in relazione alla sessualità; è indispensabile capire come intendere e come realizzare impulsi sconosciuti che inducono a rivolgere la propria socialità e affettività verso i coetanei e non più verso la cerchia familiare. L’adolescente ha bisogno di capire chi è veramente, che genere di persona è, cosa desidera, cosa lo contraddistingue. Deve andare alla ricerca per scoprire il proprio vero sé, e poi definire la sua nuova identità adulta.

Gli hickikomori o soggetti in autosegregazione volontaria sono ragazzi che non sono stati in grado di portare a termine questo compito evolutivo, ed è per questo che l’intervento di psicoterapia ha per obiettivo quello di creare le condizioni perché il compito si compia e che si sblocchi quel processo di costruzione del Sé adulto che si è interrotto bruscamente a causa di inadeguati rifornimenti narcisistici.

Le linee di intervento con problematiche di questo genere devono mirare ad analizzare e ad aiutare l’adolescente ad elaborare i nodi nel blocco evolutivo relativo alla nascita come soggetto adulto.
È necessario fornire al ragazzo una relazione di ascolto ed empatia, entro la quale potere trovare adeguati rispecchiamenti e riconoscimenti per creare una immagine di sé più equilibrata e veritiera. Non ultimo, bisogna aiutare l’adolescente a sentirsi meno solo, e meno esposto al giudizio e alla disapprovazione degli altri.

Un altro importante aspetto dell’intervento riguarda il setting. Non possiamo infatti non tenere conto delle condizioni specifiche in cui interveniamo. Non possiamo pensare di aspettare in studio soggetti che non escono neppure dalla propria stanza. Evidentemente le modalità di intervento dovranno essere rimodulate in base alla situazione specifica. Si dovrebbe, in caso di necessità, pensare a interventi di tipo domiciliare oppure sfruttare ai fini della terapia gli strumenti virtuali abitualmente usati dal giovane.

Nella progettazione di interventi in questo ambito si può avere anche la necessità di un lavoro con i genitori o con il contesto sociale (compreso quello virtuale), oppure , se necessario, coinvolgere altre figure educative o di supporto.

Di sicuro l’intervento con l’hikokomori è complesso è va adeguatamente progettato, poiché il giovane autosegregato spesso non si aspetta aiuto, né ritiene di averne bisogno. È il soggetto antiterapeutico per eccellenza, colui che oppone ad ogni tentativo di contatto un rifiuto. Per questi motivi una terapia classicamente intesa risulta del tutto improponibile.