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La maternità, tra psichico e biologico

Dott.ssa Erika Debelli

 

Può sembrare strano, ma a volte accade, congratulandosi con chi ha da poco scoperto che diventerà mamma, di sentirsi dire, dopo una prima esplosione di gioia: “…in realtà… ho molta paura, non so se sono ancora pronta…”. E anche da parte del futuro padre si può assistere ad una reazione simile. È un pensiero più frequente di quanto si creda, anche se non sempre viene espresso così apertamente. E non è necessariamente un pensiero “patologico” o da “cattiva madre”, anzi potrebbe indicare il sorgere di una capacità di interrogarsi sul nuovo ruolo di madre che si andrà a costruire nei prossimi nove mesi e per il resto della propria vita (il che giustifica anche quella comprensibile “paura”), nonché l’attivarsi di una capacità di elaborare in modo più maturo e consapevole questa nuova fondamentale esperienza della propria esistenza. Normalmente infatti si pensa che esista un “istinto materno” che guida (quasi come se si inserisse una sorta di pilota automatico) la donna che diventa madre. Ma non è così. O meglio: non è solo così.

La maternità è un evento troppo complesso per poter essere guidato solo da un istinto biologico. Proviamo a vedere che cosa succede quando si è alle prese con questo straordinario evento.

La maternità coinvolge sia il corpo che la psiche: non si basa solo su una predisposizione biologica a diventare madre, ma è anche (per non dire soprattutto) una forma di esperienza nel percorso di sviluppo psichico della donna, e che richiede quindi un intenso lavoro psichico.

In che cosa consiste questo intenso lavoro psichico che la donna deve affrontare? Consiste principalmente nel riuscire a trovare un nuovo equilibrio evolutivo che coinvolgerà sia aspetti biologici che psichici, sia aspetti consci che inconsci, sia aspetti di realtà oggettiva che altri aspetti legati alla realtà immaginaria e simbolica.

La relazione tra aspetti della realtà e aspetti dell’immaginario salta subito agli occhi pensando alla mamma che fantastica il suo bambino insieme al papà: “..speriamo abbia i miei occhi e i tuoi capelli..”, “..sarà un dottore come il nonno..”, “..con i calci che mi dà nel pancione chissà che peste che sarà..”, “…sarà una bimba che studierà come io non ho potuto fare..”, ecc. Tutte queste fantasie, espresse a livello conscio, vanno a costituire quello che viene definito “il bambino immaginario”, mentre iniziano a svilupparsi anche a livello inconscio, non consapevole, altre fantasie che danno invece vita al “bambino fantasmatico” o “bambino della notte” (che potrebbe essere vissuto anche con caratteristiche estreme ma non conscie, ad esempio come colui che “salverà” magicamente la coppia o al contrario come il “parassita” annidato nel corpo materno). Il figlio che nascerà realizzerà in parte le aspettative e fantasie e in parte, necessariamente, se ne discosterà, portando i genitori (se saranno stati in grado di integrare queste immagini fantasmatiche con l’esperienza reale) ad accogliere il “bambino della realtà”.

L’interconnessione tra psichico e biologico è facilmente intuibile quando si pensa a quanto le trasformazioni del corpo in gravidanza incidano sulle modificazioni dell’immagine di sé e dell’identità della donna. Anche alcune manifestazioni somatiche possono essere lette come strettamente in connessione con i vissuti psichici. Viene alla mente ad esempio come un insistente vomito possa essere legato, oltre che alle modificazioni fisiche, anche alla presenza di sentimenti ambivalenti o di un rifiuto inconscio della gravidanza, o ancora di un’ansia elevata dovuta alla ridefinizione del proprio posto nella vita e nella società dettato dalla gravidanza. Gli esempi potrebbero essere molti, ma potremmo ricondurli tutti ad una considerazione di base: ci stiamo muovendo in uno spazio che è sia fisico che mentale, e quindi risulta sempre più evidente come non sia sufficiente che ci sia la preparazione fisiologica dell’utero per la maternità, ma sia necessaria anche una progressiva preparazione e costruzione di un “grembo psichico” in cui il bambino possa essere già pensato, amato e atteso prima ancora di venire al mondo.

Affinché il bambino possa essere pensato e atteso già prima della nascita è necessario per la futura mamma venire a patti con la figura della propria madre. E affinché la femminilità e quindi la maternità possano essere accettate, è necessario che ci sia stata una buona relazione infantile ed una successiva identificazione positiva con la propria madre. Durante la gravidanza ci troviamo quindi alle prese con quello che potremmo definire a grandi linee un “presente allungato”, che più che mai va a toccare sia il tempo passato (riconducibile ai propri vissuti “da figlia”) che il tempo futuro (legato alle attese “da mamma”). È inoltre necessario cercare un equilibrio tra l’identificazione con il bambino (rivolta verso il futuro) e l’identificazione con la propria madre (rivolta verso il passato).

Durante l’attesa sembra quindi crearsi un tempo psicologico diverso, in cui il passato riaffiora e si riattivano antiche esperienze e lontani ricordi, legati a desideri e paure vissuti nell’infanzia, mentre parallelamente ci si apre al futuro attraverso l’attesa del proprio bambino. Si attiva così un delicato e vasto processo di riorganizzazione della personalità, che può condurre all’assunzione di un corretto ruolo materno, ma che potrebbe anche condurre a dolorosi scompensi, soprattutto se ci riporta a contatto con un passato e con una relazione con la propria madre problematica. In questi casi, e non solo, potrebbe essere utile un percorso di sostegno psicologico o di psicoterapia per “bonificare” alcuni aspetti di sé e delle relazioni con i genitori che sono ancora attivi e di difficile gestione.

La gravidanza è un momento di cambiamento, ed è perciò un momento di crisi e, come tutti i momenti di cambiamento e crisi, anch’esso riattiva conflitti e fantasie del passato, dell’infanzia e dell’adolescenza. Porta ad una rottura di precedenti equilibri, e ciò determina un periodo di regressione e di confusione nell’organizzazione del Sé, che potrebbe avere esiti evolutivi ma anche involutivi. È necessario riuscire ad elaborare non solo il cambiamento, ma anche il lutto per la perdita di precedenti equilibri, ruoli, identità. Allo stesso tempo è necessario riuscire a crearne di nuovi. All’interno di questi nuovi equilibri sarà necessario per entrambi i genitori riuscire a dare vita a nuovi spazi interni, mentali, e ad una nuova identità personale e di coppia in cui sia compreso anche il figlio, in modo che possa nascere non solo il bambino, ma che possa anche nascere la nuova coppia di genitori.

 

Dalla gravidanza alla nascita

Durante i primi mesi della gravidanza la futura mamma inizia ad elaborare il proprio sogno di avere un bambino, lo fantastica insieme al partner, si prepara anche psichicamente ad accoglierlo. Ma a volte capita di notare una certa ambivalenza nei confronti di questa gravidanza da poco iniziata: accanto ai desideri di maternità troviamo spesso dei desideri espulsivi, di ritorno ad una condizione precedente, spesso manifestati attraverso somatizzazioni. È necessario sottolineare che una certa quota di ambivalenza, più o meno conscia, è normale ed è presente in quasi tutte le donne in questa fase, in quanto ha inizio in questo periodo un cambiamento radicale nella donna, nella sua identità, nel suo ruolo, nella relazione con il partner, e nel suo posto nel mondo, e si attiva quindi un processo di riorganizzazione della personalità molto delicato.

La futura madre va inoltre incontro ad una parziale regressione, che le consente, con l’aiuto e il supporto del partner e del contesto familiare e sociale, di affrontare questo periodo di cambiamenti. Ricerca accudimento, cura dal partner e dal suo entourage familiare, e attraverso le “voglie” richiede concretamente attenzione e dedizione, e da questa condizione quasi “filiale” di accudimento va sviluppando il suo futuro di madre.

Progressivamente l’attenzione si sposta sempre di più sul bambino che da fantasticato si fa sempre più reale, soprattutto quando si iniziano a sentire i primi movimenti fetali, soprattutto verso il 4° o 5° mese. In questo periodo i sogni sul bambino sembrano farsi più concreti, si sente fisicamente la sua presenza, si vede sempre più chiaramente la sua immagine nelle ecografie, e si inizia a pensare a lui come individuo separato dalla madre. Ciò non è però facile: ci può essere la tendenza nella madre ad investire talmente tanto sul bambino da negargli ancora prima di nascere la possibilità di essere pensato come individuo separato, con le proprie specifiche caratteristiche. Ciò è frequente ad esempio quando il bambino nasce dopo un precedente aborto o morte di un fratellino, o in concomitanza della morte del nonno, per cui il bambino va quasi a sostituire una figura del passato nelle fantasie della madre. Ma, in forma molto più semplice, capita anche quando si immagina il bambino come colui che realizzerà tutti i desideri non realizzati dal genitore. In ogni caso non è muoversi verso un progressivo superamento di queste fantasie, normali in questa fase; è invece importante riuscire a mantenere ben separato il bambino fantasticato dal bambino reale che nascerà. Come ci illustra S.Capolupo:

“Nei corsi di preparazione al parto, fra le teorie utilizzate ve n’è una che propone ai futuri genitori di tenere presenti due figli: il figlio fantasticato, appartenente all’inconscio, cioè il bambino desiderato nell’infanzia e, simbolicamente, collocato nella testa, e il figlio voluto con il partner, custodito nel cuore. A questi si aggiunge il bambino reale. Tutti e tre contribuiscono a delineare l’insieme di affetti, di storie immaginate e vissute, di desideri appartenenti alla madre. Nonostante ciò il figlio fantasticato e quello progettato devono essere abbandonati al momento della nascita del bambino reale, per non annullarlo rendendolo un oggetto di confronto. Ciò che è necessario e salutare per lo sviluppo del figlio sarà riconciliarsi col bambino reale, riconoscendo “quel bambino” che è nato ed elaborando quindi il lutto del “bambino ombra” fantasticato come onnipotente e ideale” (S.Capolupo, “La madre e la mamma”, Ed. Antigone, 2009).

Verso la fine della gravidanza e con la nascita del bambino le madri sviluppano quella che Winnicott ha definito preoccupazione materna primaria”, che consente loro di mettersi nei panni del loro bambino, di identificarsi con lui, di sentire i suoi bisogni, e iniziare così a pensare per il figlio (e non solo pensare il figlio). La preoccupazione materna primaria consente alla madre quasi una sorta di fuga dalla realtà (che tuttavia non è una fuga psicotica), un ritiro dal mondo, e ciò le permette una condivisione di bisogni e di stati d’animo con il proprio bambino e le consente di sviluppare un notevole livello di empatia. È la capacità che consente alla mamma, per quanto inesperta, di riconoscere nel pianto del proprio bambino il bisogno del seno, o di essere cambiato, o della vicinanza materna o di qualunque altra necessità, e che fa sì che ella possa rispondere in modo adeguato a tali richieste. Bion (1972) ha definito come rêverie lo “stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli stimoli proveniente dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino”. Esso dà luogo quindi al processo mediante il quale la mente della madre progressivamente restituisce significato all’esperienza del mondo ancora confuso percepita dal bambino. Infatti il bambino, ancora non in grado di discriminare le sensazioni e la realtà in generale e di dare ad essa un significato, proietta (grazie al meccanismo della identificazione proiettiva) i propri contenuti angoscianti nella madre, la quale li accoglie, li elabora, e li restituisce bonificati e dotati di significato al bambino. Ciò è molto importante in quanto, oltre a restituire dei contenuti bonificati al bambino, la madre restituisce anche la capacità di elaborare tali contenuti in futuro autonomamente attraverso la “funzione alfa”, e quindi progressivamente favorisce lo sviluppo nel suo bambino di un apparato psichico in grado di pensare i pensieri. È quindi chiaro come il futuro sviluppo psichico del bambino dipenda in modo importante di questa capacità materna.

Ci sono purtroppo delle situazioni in cui la ricettività materna ai contenuti angoscianti proiettati dal bambino nella madre non è ottimale, o situazioni in cui non riesce a contenere e restituire bonificate tali percezioni e sensazioni. Ciò si verifica ad esempio nel caso della “malinconia post partum”, che compare con intensità e durata variabile in gran parte delle puerpere, ma che fortunatamente solo in una ridotta percentuale di donne assume connotazioni di psicopatologia più gravi, fino alla psicosi post-partum. In questi casi in particolare è come se il bambino non esistesse nella mente della madre, come se non ci fosse uno spazio psichico in cui accogliere lui e le sue proiezioni, con la possibilità che egli venga vissuto quasi come un oggetto persecutorio.

In questi casi è necessario che l’ambiente sociale e familiare attorno al bambino si mobiliti per garantire almeno temporaneamente al bambino una relazione sostitutiva adeguata (anche il padre o la nonna possono rappresentare una figura di accudimento “sufficientemente buona”), garantire alla madre una terapia idonea sia su piano medico (in quanto è di solito presente una forte componente ormonale in questa patologia) che psicologico, e favorire il ristabilirsi di una relazione madre-bambino che consenta di recuperare quelle fondamentali funzioni psichiche che consentono lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale sano del bambino.

 

BIBLIOGRAFIA:

Bion W.R. (1972) “Apprendere dall’esperienza”, Armando Editore, Roma.

Capolupo S., (2009) “La madre e la mamma”, Antigone Editore, Torino.

Winnicott D. W. (1962) “Sviluppo affettivo e ambiente”, Armando Editore, Roma.

Winnicott, D.W. (1958) “Dalla pediatria alla psicoanalisi”, Ed. Martinelli, Firenze.