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Psicologo e psicoterapeuta a Torino - Maltrattamento e abuso

Maltrattamento e abuso: riflessioni entro una équipe di psicologi

Dott.ssa Giuliana Bitelli

 

MALTRATTAMENTO E ABUSO: riflessioni all’interno di una équipe di psicologici che si occupano di prevenzione al disagio giovanile.

 

 Enti e servizi che si occupano di abuso

Nella Provincia di Torino sono molte le associazioni che si occupano da anni di abuso e maltrattamento: ad esempio

–       Hansel e Gretel di Nichelino è un’associazione che svolge attività clinica con abusati a abusanti, attività formativa per addetti ai lavori e per la popolazione; pubblica con casa editrice in proprio documenti, saggi e atti dei propri seminari e convegni.

–       Cooperativa Paradigma, sede a Torino, opera a Moncalieri con comunità di accoglienza e residenziale per minori abusati; opera in concordanza con il Tribunale dei Minori di Torino che segnala direttamente a loro (o ai servizi di base) i casi da seguire. La comunità prende in carico solo casi dichiarati e trattati già in tribunale dei minori. Affianca alla presa in carico del minore la valutazione della capacità genitoriale residua, nel caso sia che siano i genitori gli abusanti, sia che l’abuso sia esterno alla famiglia ma i genitori non siano stati protettivi.

La Regione Piemonte ha istituito delle linee guide per la protezione dei minori da abuso e maltrattamenti: esse si riverberano nell’organizzazione dei servizi, come si evince dai documenti regionali allegati.

A livello nazionale è stata creata una organizzazione che coordina tutte le associazioni, il CISMAI, Coordinamento Italiano Dei Servizi Contro Il Maltrattamento E L’abuso All’infanzia, fondato nel 1993 e costituito attualmente da 65 centri associati pubblici e privati (attuale sede a Firenze). Il Coordinamento ha prodotto 6 documenti di linee-guida nazionali grazie al lavoro costante di 5 Commissioni scientifiche, promuove percorsi di formazione, fornisce supporto e consulenza ad enti pubblici e privati. Dal 2005 il CISMAI è partner nazionale dell’International Society for Prevention of Child Abuse and Neglet (ISPCAN).

 

Le équipes multidisciplinari nei servizi di base a Torino

Secondo la legge regionale del 2000 (vedi allegato) sono istituite delle équipe multidisciplinari sovra zonali che si occupano del problema dell’abuso e maltrattamento all’interno dei loro territori di competenza. Sono formate da assistenti sociali, pediatri, ginecologi, neuropsichiatri, psicologi, educatori, medici legali. Questi professionisti fanno parte di équipe di provenienza diverse, e formano una équipe specializzata esterna ai loro territori di provenienza solo per questa funzione . Hanno compiti formativi, di consulenza e anche di presa in carico per le situazioni più complesse.

 

Esperienze di colloqui con ragazzi abusati-maltrattati e adulti nei centri di ascolto delle scuole

1.  A. era stata presentata al centro di ascolto della scuola da una sua insegnante che era preoccupata del comportamento della ragazza, 15 anni, aspetto da 20enne, litigiosa e completamente inadempiente per i programmi scolastici. Di lei si diceva che erano presenti all’interno della famiglia dei problemi seri che coinvolgevano sia lei che il fratellino. A. viene al colloquio portata dalla sua insegnante e accompagnata da un’amica, di cui, dice, non può fare a meno. La psicologa impegnata presso il centro di ascolto di quella scuola superiore per conto del centro di prevenzione disagio giovanile ex-ASL 3 spiega il motivo di quell’incontro, sollecitato dalla preoccupazione dell’insegnante per il suo comportamento irrequieto e disturbante, segnale di un disagio di qualche genere. A. ha un atteggiamento aggressivo e sprezzante, dice che l’amica non ha segreti per lei e dimostra molta confidenza anche con l’estranea che ha di fronte, la psicologa. Dice, dopo vari ammiccamenti con l’amica e molte moìne, che lei è stata abusata dal padre e che lei e il fratello hanno un procedimento penale in corso. L psicologa scopre che i servizi sociali hanno già preso in carico la situazione, che la ragazza è stata seguita da vari operatori e soprattutto capisce che è già stata sentita da innumerevoli personaggi, avvocati, psicologi, educatori. Decide quindi di non proseguire il colloquio né di invitarla ad altri colloqui, anzi decide di consigliare all’insegnante la necessità di tenere la ragazza sotto osservazione e di collaborare con i servizi preposti già attivi per monitorare la situazione; si ritiene infatti inutile come centro d’ascolto della scuola aggiungere un’altra proposta per la ragazza di essere ascoltata da qualcuno.

 

2.  La signora G. aveva telefonato al centro d’ascolto territoriale dell’ex-ASL 3, sollecitata dalla scuola dove la figlia frequentava la Terza classe superiore, e aveva chiesto di poter parlare urgentemente con un operatore, meglio una operatrice. Le era stato dato un appuntamento veloce a cui lei non si era presentata. Raggiunta telefonicamente dalla psicologa che si era fatta carico della situazione, aveva spiegato che si era completamente dimenticata e che si scusava moltissimo; avrebbe gradito un secondo appuntamento a cui sarebbe certo andata. Anche il secondo appuntamento è andato deserto, ma era stato annunciato da una telefonata di scuse. Il terzo appuntamento si è trasformato in un colloquio telefonico, in cui la signora G. ha espresso tutta la sua mortificazione per la situazione e per il disturbo arrecato, e ha spiegato che proprio non poteva farcela ad incontrare qualcuno esperto dei problemi familiari e dei ragazzi, come si era qualificata l’operatrice con cui stava parlando, per esporle la sua situazione, nonostante il bisogno di farlo fosse enorme. Incoraggiata, la signora G. accenna a quale problema si riferisce, e spiega, fra pianti e singhiozzi, che la figlia, quando aveva 3-4 anni, era stata violentata per lungo tempo dal padre suo marito, che lei se n’era accorta, ma, minacciata da questi a stare zitta, non aveva avuto il coraggio di prendere iniziative a difesa della figlia. Dopo tanti anni, dopo che la situazione in casa aveva avuto un mutamento (separazione? Morte dell’uomo?) e dopo che il tempo aveva permesso alla donna di ripensare ai fatti, era riaffiorata la situazione, richiamata dalla crescita della figlia e dal suo sviluppo sessuale, e sicuramente da difficoltà espresse dalla ragazza di ora circa le sue relazioni con i maschi. Nonostante la donna sia stata molto sollecitata ad avere dei colloqui di persona con la psicologa che l’aveva ascoltata telefonicamente, nonostante questa si sia data disponibile anche in un prossimo futuro e anche se la donna comprendeva benissimo la necessità di essere sostenuta in questo momento così delicato per lei e per la figlia, non è mai riuscita a prendere contatti diretti presso il servizio pubblico per una analisi della situazione o anche solo per potersi sfogare, essere ascoltata, valutare le conseguenze sulla figlia dei fatti passati in condivisione con una persona a disposizione. La signora G. ha tenuto per sé la sua sofferenza rinunciando anche ad un intervento per la figlia, in nome di una vergogna e di una umiliazione insopportabili.

 

3.  E. si era presentata spontaneamente al centro d’ascolto della scuola superiore frequentata: era una ragazza semplice, modesta, timida e silenziosa. Aveva portato un problema di vergogna coi compagni per un difetto alla spalla che la faceva sembrare gobba e le limitava l’uso del braccio sinistro dandole un aspetto strano, a cui lei cercava di porre rimedio camuffando le posture e la gestualità.

Nel racconto della sua situazione familiare era comparsa però una storia alquanto complessa e intricata, e quanto mai misteriosa. Le notizie erano state poi completate da insegnanti collaborativi e riservati che avevano integrato il quadro di riferimento della ragazza per facilitare il lavoro della psicologa con lei. La madre era morta quando la ragazza aveva 6 anni; i figli che quella donna lasciava erano 6! Il padre era a quel tempo separato dalla famiglia ma vedeva ancora i figli, soprattutto e molto volentieri E.; al tempo dei colloqui della ragazza presso il centro di ascolto della scuola il padre era in carcere da anni e quindi si doveva supporre un reato molto serio che E. non ha mai voluto svelare. Tutti i figli, minorenni, erano stati affidati dai servizi sociali con sentenza del Tribunale dei Minori ai nonni materni, abbastanza giovani. Sembrava che la situazione fosse abbastanza buona e che i nonni affidatari fossero figure molto valide per i minori. Dopo molti colloqui presso il centro d’ascolto, che la ragazza faceva volentieri con la psicologa e che erano alimentati da un ottimo rapporto con questa, ha iniziato ad emergere un certo rimpianto per il padre, un attaccamento nostalgico e poi proprio idealizzato al ricordo di lui. Contemporaneamente il rapporto con la psicologa si è deteriorato inspiegabilmente.

Gli insegnanti collaborativi di cui sopra avevano poi chiesto consulenza alla psicologa, che non vedeva ormai più la ragazza per scelta di questa, circa la svolta che aveva preso la sua vita e le conseguenze nefaste sulla scuola, che per E. non era mai stato un problema. Il padre stava per essere rilasciato, e questo ha messo a soqquadro la vita emotiva di E.: si era scoperto, grazie ad un racconto dei nonni, che E. era stata abusata dal padre più volte, e che lei non aveva mai potuto accettare la sua perdita né con la separazione né con il carcere.

La psicologa aveva poi allora collegato il deterioramento del rapporto tra lei e la ragazza e la rinuncia di questa ai colloqui al centro d’ascolto, con la riattivazione che la prossima libertà del padre aveva provocato in lei, circa i trascorsi tra lei e il padre. E. non vedeva il padre come un violentatore, ma come un amante perduto che stava per ricomparire sulla scena di vita solo per lei. Forse E. percepiva la psicologa-sostituta materna come una rivale da togliere di mezzo: per la prima (la madre biologica) ci aveva pensato una malattia e la morte, per la seconda è stato per lei facile, semplicemente non bussando più alla porta del centro d’ascolto della scuola.

 

Gli indicatori per il rilevamento di abuso e/o maltrattamento in un ragazzo/a

Tutto il mondo degli adulti che sono a contatto coi ragazzi è idealmente coinvolto nella protezione del minore da abusi e maltrattamenti di cui il ragazzo può essere vittima. Particolare ruolo di sensibilità e protettivo hanno i genitori, gli insegnanti, gli educatori, gli allenatori che quotidianamente hanno rapporti stretti coi ragazzi in crescita.

Per loro sarebbe importante avere un “vademecum” in cui siano segnalati gli indicatori principali per accorgersi che qualcosa di grave sta succedendo e per rilevare un disagio che può portare il nome di abuso o maltrattamento, fisico o psicologico, o patologia della cura. Possono essere indicativi i segni fisici, i segnali comportamentali, i segnali emotivi.

◊ Non sempre i segni fisici sono presenti o visibili, ma quando lo sono il ragazzo si presenta con ecchimosi e lividi, graffi e bruciature, gonfiori ed escoriazioni. A volte compaiono vomito e cefalea.

◊ I segnali comportamentali sono ad esempio l’imbarazzo e la ritrosità a spiegare l’origine dei segni fisici, oppure quell’attenzione “gelata” agli altri che rivela uno sguardo allarmato; il ragazzo si ripara quando un adulto si avvicina a lui anche senza intenzioni di danneggiarlo; ha scoppi improvvisi d’ira e una instabilità d’umore; ha difficoltà di apprendimento; è solitario, depresso o iperattivo e aggressivo; è carente di iniziativa finalizzata e non riesce ad ascoltare gli altri; si masturba coattivamente; conosce precocemente il comportamento sessuale a cui allude continuamente; a volte si riscontra una distorsione della percezione corporea; a volte c’è un atteggiamento remissivo, a volte seduttivo, a volte inibito; frequenti sono gli atteggiamenti di ostilità verso l’adulto non protettivo;

◊ Importanti sono le crisi d’ansia, gli incubi notturni, la perdita di autostima per ciò che riguarda i segnali emotivi; inoltre la scarsa immagine di sé e le emozioni “congelate”, crisi di pianto spesso immotivato, eccessiva remissività e passività, ipervigilanza.

Naturalmente tutto ciò avrebbe bisogno di maggiore specificità, e comunque non tutti gli indicatori segnalati sono tipici del maltrattamento o dell’abuso sessuale, si tratta anche naturalmente di segnali atipici, soprattutto quelli comportamentali ed emotivi. Formano in ogni caso una base utile all’adulto per orientarsi nel campo del disagio giovanile, e per sensibilizzare l’attenzione su di lui allo scopo di comprendere il suo segreto e aiutarlo a liberarsene.

 

Che fare quando si viene a conoscenza della situazione di abuso o maltrattamento in colloquio, dagli insegnanti, da un genitore, dal ragazzo/a

C’è qualcosa di concreto da fare parallelo ad un atteggiamento relazionale qualitativo che è necessario mettere in atto a seconda delle situazioni.

Ci si riferisce qui a ciò che è importante fare in qualità di operatori dei centri di ascolto che hanno un rapporto diretto coi ragazzi, e anche in qualità di consulenti di insegnanti che venendo a scoprire realtà scabrose e inquietanti, chiedono sostegno e consiglio agli psicologi della scuola.

Le cose concrete da fare in caso di scoperta o sospetto di maltrattamenti e abusi ad un minore, che sia scolaro o allievo di una scuola, dopo attenta valutazione, sono: la gestione dei rapporti con la famiglia, con i colleghi e il dirigente scolastico, con i servizi paralleli, con l’autorità giudiziaria, nonché la gestione della complessa emotività che l’adulto sviluppa in contatto con tali eventi.

Ci sono moltissimi pro e contro circa gli interventi suddetti, molti rischi e parecchie conseguenze possibili: è importante valutare attentamente, consultare gli esperti nel campo ed agire solo dopo accurato esame della situazione.

I genitori ad esempio possono sentirsi giudicati e in pericolo e possono decidere di spostare il figlio di scuola, possono negare i problemi, possono rifiutarsi di collaborare. Tutto ciò è relativo a quanto il genitore può proteggere il figlio, a quanto lo sta usando, a dove la situazione è arrivata nella patologia della cura dei figli, a quanto l’abusante, se è il genitore, percepisce la sua situazione come compromettente per la salute del figlio. In ogni caso la scuola, soprattutto se i genitori ostacolano l’intervento protettivo del proprio figlio da parte dei docenti o degli operatori, dovrà arrivare a comunicare loro, nei modi più opportuni, che la scuola ha l’obbligo di garantire il benessere e la tutela dei minori e pertanto procederà per ciò che le compete.

La scuola deve conoscere la situazione di disagio sospettata da un insegnante o dallo psicologo della scuola, deve escogitare strategie condivise su come procedere, e deve realizzare un collegamento formalmente istituzionale con i servizi competenti ed eventualmente con le strutture giudiziarie. Comunque prima di muoversi è importante raccogliere informazioni, riflettere, astenersi da comportamenti reattivi, e non operare da soli, in concomitanza di stati d’animo agitati.

Inoltre, per decidere se procedere, bisogna considerare che la legge prevede che l’incaricato di pubblico servizio, cioè tutti coloro che a qualunque titolo prestano un pubblico servizio, ha l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria se ha avuto notizia, nell’esercizio delle sue funzioni, dei reati perseguibili d’ufficio, ossia lesioni personali, maltrattamenti in famiglia, abuso di mezzi di correzione e disciplina, reati sessuali, oltre al fatto che non è necessario avere delle vere prove per fare segnalazioni di sospetto abuso o maltrattamento.

Le segnalazioni vanno inviate o ai servizi sociali di zona del ragazzo, o ai servizi sovra zonali competenti per gli abusi, o ai commissariati oppure direttamente al tribunale dei minori o al tribunale ordinario. Il confronto con specialisti è fondamentale per valutare anche l’impatto che tale segnalazione potrebbe avere sulla famiglia, le ripercussioni proprio sul minore da parte dei genitori, e quindi il rischio di far franare l’aiuto per il ragazzo.

Ultima, ma non meno importante, area da gestire di fronte al sospetto di abuso-maltrattamento, è quella emotiva dell’operatore, sia insegnante, sia responsabile di Istituto, sia psicologo. Bisogna sapere che la situazione di abuso e maltrattamento di un minore provoca nell’adulto delle emozioni sgradevoli e dolorose: angoscia, rabbia, disgusto, depressione, frustrazione, impotenza, fallimento. Di fronte ad esse il soggetto cerca di difendersi per evitare il dolore, e allora nega, rinvia, minimizza, giustifica, si distanzia emotivamente, evita fobicamente: tutto un insieme di reazioni controproducenti ad una azione lucida ma assolutamente comprensibili e naturali, che andranno condivise con altri e riconosciute.

E’ molto importante in ogni caso, da parte della scuola e in collaborazione con i servizi deputati, attivare una valutazione diagnostica del ragazzo ma anche della famiglia per valutare la residua capacità genitoriale.

 

Ascolto empatico, emotivo, interpretativo e l’osservazione partecipe

Nelle situazioni di “normalità” come in quelle di “disagio”, l’adulto, in relazione col bambino-adolescente, deve poter realizzare interventi efficaci e di buona qualità. A tal fine 3 sono i presupposti:

sapere (conoscere i contenuti teorici relativi al problema),

saper fare (applicare le procedure operative adeguate),

saper essere (conoscere e gestire le emozioni).

L’ascolto e l’osservazione partecipe non sono solo tecniche per una buona relazione con l’altro, ma si fondano su un atteggiamento interno dell’adulto che presuppone disponibilità e attenzione all’altro, sospensione del giudizio e astinenza interpretativa, consapevolezza delle proprie emozioni relative al contesto.

Soprattutto quando l’adulto è di fronte a situazioni di disagio del giovane o del bambino, è importante che sviluppi una forma di ascolto complessiva e profonda, dove gli elementi presenti sono molteplici.

L’ascolto empatico è quello di “pancia”: è la capacità di entrare nel “patos” emotivo arcaico dell’altro e di individuare con lui uno stesso linguaggio.

L’ascolto emotivo è quello con il “cuore”: per poter ascoltare l’altro è necessario che l’osservatore presti attenzione alle proprie risposte emotive come segnali e registrazioni della sofferenza altrui.

L’ascolto interpretativo è quello di “testa” e permette di trasformare l’em-patia e la consapevolezza delle emozioni dell’altro attraverso le proprie, in comunicazione e pensiero.

 

Cosa si intende per abuso, maltrattamento, violenza all’infanzia

Ci sono molti tipi di abuso e maltrattamento che bisogna saper distinguere per porsi nella giusta relazione con l’abusato.

1.  maltrattamento fisico: i genitori o le persone che si curano del bambino/ragazzo eseguono, o permettono che si eseguano, lesioni fisiche, o mettono il soggetto in condizioni di subirle.

2.  maltrattamento psicologico: il bambino/ragazzo viene svalutato, umiliato, denigrato in modo continuato e duraturo nel tempo attraverso frasi e comportamenti.

3.  patologia delle cureincuria: le cure necessarie al momento evolutivo del bambino/giovane sono carenti.

4.  patologia delle curediscuria: le cure sono inadeguate all’età del soggetto e anacronistiche al bisogno, in quanto o sono tipiche per bambini più piccoli / più grandi, o sono all’insegna dell’iperprotettività.

5.  patologia delle cureipercura: si tratta di una eccessiva, inadeguata e dannosa medicalizzazione dello stato fisico, o con convinzioni errate sullo stato di salute del figlio, o con una somministrazione aberrante di sostanze chimiche di per sé innocue ma dannose per le quantità somministrate, oppure infine con la consultazione compulsiva di medici per ansia o paura di disturbi fisici che il bambino non presenta.

6.  abuso sessualeintrafamiliare: si verifica quando genitori o parenti coinvolgono i bambini in attività sessuali in assenza completa di una loro consapevolezza e possibilità di scelta, e in violazione dei tabù familiari e delle differenze generazionali. Alla base di questi atti si riscontra una visione endogamica della famiglia, come gruppo chiuso in cui devono trovare soddisfazione tutti i bisogni. Gli autori sono genitori, nonni, zii, fratelli, sorelle.

7.  abuso sessualeintrafamiliare manifesto: comprende atti di libidine e chiaramente sessuali che però non sempre sono visibili (madri che manipolano i figli fino ad atti di penetrazione veri e propri).

8.  abuso sessualeintrafamiliare mascherato: comprende pratiche genitali inconsuete perché mascherate con pratiche igieniche anali e genitali (ispezioni, lavaggi, applicazioni di creme nelle zone genitali-anale). Si connotano come gravi intrusioni sessuali che danneggiano profondamente e irreversibilmente la coscienza corporea del bambino.

9.  abuso sessualeintrafamiliare assistito: i bambini vengono fatti assistere all’attività sessuale dei genitori o all’abuso, da parte di uno dei due, di un figlio, non occasionalmente ma con una precisa richiesta, motivata da esibizionismo. Il voyeurismo indotto ritornerà in adolescenza con comportamenti analoghi.

10.  pseudo abuso sessuale intrafamiliare o extrafamiliare: sono abusi dichiarati ma non concretamente consumati, in quanto si tratta di accuse non comprovate di un coniuge rivolte all’altro di avere abusato del figlio, o di convinzioni errate e/o deliranti che il figlio sia stato abusato, oppure di dichiarazioni non veritiere da parte del ragazzo per ragioni di conferma della propria esistenza e richiamo di attenzione su di sé.

11.  abuso sessuale extrafamiliare: sono connotati da vergogna, imbarazzo, pudore sia da parte dell’abusato sia da parte dei genitori e perciò restano spesso sommersi. Gli autori sono i più diversi, sono uomini e donne, che lusingano, adescano e convincono i bambini a compiere atti sessuali con l’adulto e sull’adulto. Il bambino abusato in genere non presenta capacità di discriminare il pericolo, e anzi è predisposto ad accettare attenzioni affettive sentite come compensatorie di vuoti familiari. Gli abusanti presentano in genere gravi disfunzioni sul piano relazionale, della gestione delle pulsioni, della distinzione tra desiderio illusorio e realtà.

12.  violenza assistita: i bambini sono testimoni silenziosi della violenza fisica, psicologica, sessuale agìta da un genitore su un altro genitore, su un altro figlio, su altre persone esterne alla famiglia sia da parte di familiari sia di persone estranee. Risulta, da studi clinici accurati, che certe prolungate e ripetute esposizioni ad atti sessuali o violenti di genitori, creino effetti più deleteri nel soggetti che l’abuso diretto, sia familiare che extrafamiliare.

 

Gli abusi e le violenze lasceranno nel soggetto dei profondi segni psichici; la loro gravità è direttamente collegata a vari fattori: la ripetitività dei fatti, l’età in cui sono accaduti, il legame del bambino con la persona adulta violenta.

Oggi lo studio delle conseguenze dei maltrattamenti e degli abusi su bambini e su soggetti adulti si è molto perfezionata, in quanto i servizi che accolgono tali patologie si sono sviluppati e coordinati, la casistica purtroppo abbondante ha creato dei veri specialisti clinici, la mentalità della vergogna, che un tempo imponeva il silenzio e la chiusura in sé sia della famiglia sia dell’individuo, ora si è aperta alla possibilità di essere supportati e curati, la sensibilità politica e sociale si è diffusa e ha creato una vera barriera se non ancora completamente efficace sul piano della prevenzione, almeno di accoglienza e di trattamento dell’abusato e dell’abusante.

 

L’abuso al femminile: se l’orco fosse lei

Esiste, riguardo agli abusi intrafamiliari, lo stereotipo collettivo del padre che abusa della figlia, come se la figura adulta fosse, nell’immaginario, prevalentemente maschile-paterna, e quella abusata quasi solo quella della minore femmina.

E’ reale infatti che siano soprattutto i padri ad essere denunciati per tale reato, ma anche le madri agiscono abusando di bambine e bambini anche in tenerissima età, con l’esercizio di un diritto di adulto sul corpo del figlio-bambino, anche fin dalla nascita. Questi tipi di abusi si configurano come manipolazioni di tipo masturbatorio, fino a rapporti sessuali completi tra madre e figlio: essi partono dall’auto-autorizzazione della madre a contattare il corpo del figlio, sono relativi a gravi patologie psichiatriche, e non sono riconoscibili subito ma solo dopo l’adolescenza, con effetti sullo sviluppo emotivo del bambino, si è constatato, più devastanti degli abusi paterni.

E’ comunque difficile per l’immaginario collettivo ammettere che sia una figura femminile a poter violare e maltrattare il bambino, in quanto solitamente associamo al femminile l’idea di tutela nei confronti dell’infanzia. Ma fin dall’antichità ci giunge, grazie allo studio dei miti, l’immagine della donna-madre come colei dotata di potere assoluto, di vita e di morte. Abbiamo infatti creature (dee o ninfe) salvatrici dalle grandi e numerose braccia, come la dea Kalì, accanto ad altre dai denti aguzzi e insaziabili, come Lamia che divorava bambini e Strige che con urla notturne fortissime si trasformava in uccello rapace.

Dunque la donna-madre, depositaria dell’aspettativa dell’umanità di essere la garante della riproduzione e protezione della vita, è in realtà ambivalente, come tutto il resto degli uomini peraltro: all’amore si incatena l’odio, al piacere il dolore, alla luce il buio. Nella solitudine impenetrabile delle famiglie odierne certi sentimenti restano sconosciuti e irraggiungibili, e sarebbero comunque inaccettabili: spesso si traducono inaspettatamente in gesti disperati e fatali.

Sarebbe fondamentale, per accettare l’ambivalenza che caratterizza ogni donna e madre, come ogni uomo e padre, sfatare i falsi miti dell’assoluta bontà e perfezione del genitore: tali miti infatti possono generare frustrazione e forti disagi psicologici: aveva ragione Bion quando parlava di “madre sufficientemente buona”, ossia di quella madre che può dare ciò che ”sufficientemente” possa giovare al bambino per farlo crescere integrato e autonomo, ossia una madre a cui non sono chieste doti di perfezione assoluta.

Nei casi di abuso materno sul figlio, si riscontra che, nella relazione madre-bambino, scatta il comportamento violento da parte della madre in quanto il bambino è completamente dipendente, e per non morire si attacca tenacemente alla nutrice; la madre da parte sua dovrebbe sviluppare spontaneamente un attaccamento al bambino, così da offrirgli le cure anche soddisfacendo un proprio bisogno di offerta di accudimento e di gratificazione narcisistica per sentirsi necessaria per qualcuno. Può succedere invece che, al posto dell’amore e del desiderio di soddisfare il bisogno del piccolo dipendente, scatta nella madre, già evidentemente predisposta al conflitto, o l’invidia per la condizione privilegiata del bambino, o l’odio per il figlio persecutore che la svela nella sua incapacità depressiva di accudirlo; in tal caso la inevitabilità della relazione sviluppa aggressività e insofferenza, che può esitare in comportamenti di abuso / violenza, o manifesti (fino alla morte del bambino), o camuffati da gesti di igiene, come abbiamo visto.

 

Aspetti psicodinamici dell’abuso / maltrattamento

Il bambino abusato è esposto a situazioni che non è in grado di gestire e di comprendere: non ne capisce il senso, si sente costretto ma impotente a ribellarsi, anzi spesso ciò che accade gli sembra coerente e normale, paradossalmente ego-sintonico, rispetto all’ambiente e alle persone abusanti; inoltre non ha il vocabolario adatto per esprimere ciò che ha vissuto, e condensa in sé solo vissuti, timori, incubi. A volte solo dopo molto tempo il bambino capisce chiaramente l’esperienza passata, ed è preso da disorientamento, paura, confusione, vergogna, rabbia. La relazione che viene proposta all’abusato è di legame affettivo sessualizzato, ossia molto fisicizzato e agìto, rendendo quindi difficile il processo di simbolizzazione, di mentalizzazione dell’altro, di separazione di sé dall’altro.

Il bambino inoltre si trova nell’impossibilità ad integrare l’esperienza di abuso nelle sue strutture psichiche ed emotive. L’abuso sessuale infantile rappresenta un grosso fattore patogenetico. Le conseguenze di un abuso sessuale o di maltrattamenti gravi ostacolano lo sviluppo del sé e lo rendono frammentato e caotico. Al soggetto violato non viene permesso di esistere come persona.

I disturbi a breve termine, frutto dello stress dell’esperienza traumatica, sono sintomi fisici e comportamentali, nonché emotivi, come abbiamo visto precedentemente. Anche a livello cognitivo si riscontrano segnali allarmanti di regressione, svogliatezza all’applicazione, disattenzione, difficoltà di concentrazione. La percezione di sé si impoverisce, la paura di sbagliare e di non soddisfare l’altro, una crescente dipendenza mista a diffidenza portano il soggetto ad una graduale disintegrazione delle proprie funzioni vitali.

A seconda dell’età del bambino abusato, gli effetti saranno diversi: il bambino piccolo in genere somatizza il trauma in sintomi fisici, un bambino di 10-12 anni prova sentimenti di paura e di vergogna ed è spinto a tacere, un adolescente prova sentimenti di poca autostima con comportamenti autolesivi e di fuga.

I disturbi a lungo termine variano a seconda della frequenza dell’abuso, della capacità cognitiva del soggetto, delle sue caratteristiche psicologiche. Frequenti sono i sensi di colpa, gli atteggiamenti repressivi, incubi con ripetizioni del trauma, aggressività, fantasie distruttive. Si registrano disturbi del comportamento alimentare.

Nella sfera sessuale le donne possono avere inibizione del desiderio, frigidità sessuale, insuccesso nelle relazioni affettive, tendenza alla promiscuità / prostituzione, difficoltà a raggiungere l’orgasmo. Per i maschi invece i problemi possono essere: eiaculazione precoce, difficoltà di erezione, pedofilia omosessuale, comportamenti sessuali inadeguati e distorti.

Le ferite provocate da un abuso, durante l’infanzia lasciano una traccia indelebile che condiziona inevitabilmente le scelte future, ma bisogna precisare che non è tanto l’abuso che determina la patologia, quanto i meccanismi di difesa, messi in atti rigidamente per evitare l’angoscia devastante, la depressione di non avere garanzie affettive, la colpa psicotizzante per aver provocato l’abuso. Il bambino abusato infatti desidera che “nulla si muova” per timore che i contenuti rimossi possano esprimersi.

I meccanismi di difesa inoltre servono al bambino / adolescente anche per mantenere viva l’immagine interna dei genitori, che vuole difendere per poter continuare a sentirsi garantito nell’amore e nella protezione. Le difese più utilizzate sono la rimozione, la negazione, la scissione, l’identificazione con l’aggressore, l’idealizzazione.

Le cure psicologiche previste per un tale disturbo che può esitare anche in psicosi e in gravi disturbi dissociativi dell’identità (personalità multipla), sono lunghe e ad esito incerto.

 

Aspetto transgenerazionale dell’abuso

L’osservazione clinica mostra come gli abusi siano profondamente radicati nella storia familiare. Secondo molti autori noi siamo il frutto di una catena filogenetica intersoggettiva e portiamo una eredità psico-filogenetica, dove gli oggetti interni non elaborati, non subiscono trasformazione lungo le diverse generazioni e restano nello spazio psichico familiare come presenze aliene. Il passaggio da una generazione all’altra di questi oggetti alieni, rende sempre più difficile per ogni singolo componente delle nuove famiglie liberarsi da questi nuclei bui, e trasformarli rompendo la catena di energia compressa e camminando sulla strada della propria individuazione.

Quando questo corpo estraneo (fantasie di abuso, di danno genetico, di morte) è incistato nella psiche dei genitori, se non elaborato viene depositato nella psiche del figlio, e trasportato nella sua vita orientandolo in senso patologico. Questo nucleo racchiude i timori arcaici che appartengono alla storia dei genitori e sono riattivati dalla gravidanza: sono essi che compongono il terreno transgenerazionale.

Questo nucleo incistato transgenerazionale potrà essere vissuto dal bambino come oggetto persecutore che ostacolerà l’avvicinarsi all’area mentale intima e profonda da parte del soggetto stesso e delle figure di aiuto.

Il soggetto violato, grazie all’identificazione con l’aggressore, facilmente ripeterà, come per una sorta di coazione a ripetere, l’unica modalità relazionale conosciuta, dove l’altro non esiste, è un oggetto, non ha bisogni propri e “serve” alla soluzione di bisogni impellenti. L’aggressività violenta sarà la qualità emozionale delle sue azioni, supportata dall’incapacità a trasformare le pulsioni in pensiero.

 

La rivelazione dell’abuso: ricordo necessario? Ricordo veritiero?

Molto spesso si verificano delle “false memorie”: ci sono bambini o ragazzi che sostengono di avere subìto violenze sessuali o maltrattamenti sia familiari che extrafamiliari, che, dopo accurate ricerche, si scopre non siano mai accaduti.

Ciò è spiegabile con la teoria sulla “accuratezza della memoria” che la identifica come un processo “ricostruttivo”: quando un fatto viene ricordato, nello schema dell’evento vengono incluse parti ed elementi che non appartengono all’evento, ma che sono coerenti con esso, provenienti magari da altri fatti visti o sentiti, e che costituiscono una certa significatività per il soggetto. La possibilità nel fare errori nel ricordare è quindi abbastanza comune, e si verifica soprattutto in occasione di informazioni emotivamente forti per il soggetto. Questo fatto ha delle ricadute molto importanti sul procedimento penale orientandolo in senso accusatorio o liberatorio.

In ogni caso il racconto di un abuso, veritiero o presunto, è il segnale allarmante di un disagio comunque serio del soggetto che ne parla.

Ma la situazione è molto complessa perché la verità giudiziaria non è la verità clinica, e i due aspetti non sempre sono corrispondenti. La prima è frutto della raccolta di prove e di un contradditorio fra le parti, la seconda comprende il vissuto soggettivo e la sua capacità di ri-costruire il ricordo dell’evento. L’intervento clinico e quello giudiziario sono dunque distinti, e le competenze dei diversi professionisti non sono omologabili seppur integrabili e confrontabili.

Infine bisogna chiedersi se il lavoro clinico ha come finalità quella di arrivare alla prova, allo svelamento dell’abuso subìto, di cui in molti casi il soggetto adulto o adolescente ha una vaga sensazione ma non la certezza dei fatti. Si può lavorare nel dubbio? Forse il recupero della coscienza non dovrebbe essere considerato “curativo” in sé sotto l’aspetto clinico. L’obiettivo terapeutico infatti non è il ricordo di un evento, ma, piuttosto, un mutamento nel sentire o nel comprendere in rapporto ad una esperienza dell’infanzia.

 

Un nuovo strumento diagnostico: il SAT-f/m (Sexual Abuse Test) di Petrone e Troiano

E’ un nuovo strumento utile alla diagnosi, alla comprensione e al trattamento del problema dei bambini vittime di abuso. E’ efficace per fare prevenzione e terapia circa questo delicatissimo disagio. Il test utilizza le tecniche proiettiva, identificatoria, associativa e di completamento. Esso permette al bambino / adolescente di raccontare la propria storia senza essere direttamente coinvolto. Il SAT comprende 10 tavole, sia in versione femminile che maschile: esse sono parzialmente ambigue e incomplete; al bambino / adolescente è richiesto di completare i dialoghi, di raccontare una storia che completi, nel prima e nel dopo, la situazione rappresentata e di colorare le vignette, esprimendo così anche l’emozione che giace sommersa sotto la scena evocativa presente nelle tavole. Anche il colore infatti ha un valore proiettivo delle emozioni, pertanto è richiesto all’operatore di conoscere il significato simbolico ed emozionale dei colori. Colorando il soggetto può essere attivamente artefice di un cambiamento della propria esperienza e del proprio vissuto emotivo.

 

Analisi delle capacità genitoriali residue

Questo complesso lavoro, svolto oggi da pochissime agenzie delegate dai tribunali, ha lo scopo di valutare la capacità educativa e relazionale residua presente nel genitore che ha abusato dei figli o che non li ha protetti da un abuso esterno o familiare per paura di ritorsioni o altro. L’attività di valutazione inizia quando il soggetto è stato dichiarato dall’autorità giudiziaria effettivamente coinvolto nella vicenda, e quando il figlio presenta delle effettive conseguenze psicologiche che devono essere trattate.

La valutazione può avere esito negativo e allora l’autorità giudiziaria può decidere di far decadere l’esercizio della patria potestà e di sistemare il bambino in situazione extra-familiare; oppure può risultare positiva, ossia riserva speranze per un futura ripresa delle responsabilità genitoriali se sostenuta e sviluppata. Inizia così il percorso di recupero, che avrà tempi non lunghi, in quanto il figlio nel frattempo attende di ritornare a casa (in genere si trova in una struttura protetta) o di ristabilire un equilibrio familiare.

Tutto questo si fa per prevenire l’abuso degli allontanamenti di minori dalla propria famiglia di origine, per prevenire altri e più disastrosi deragliamenti a causa di adattamenti improbabili dei minori presso altre situazioni abitative e di vita (comunità, affidamenti, adozioni), e per rispondere alla richiesta di adulti che desiderano sinceramente avere altre possibilità di recupero relazionale con i figli.

 

L’assetto emotivo dell’operatore (controtransfert)

Nella mente degli operatori accadono molte cose quando si occupano di abuso, sia quando sono a contatto con vicende in corso di svolgimento, ossia agiscono durante il processo di accertamento, di identificazione dei fatti, di valutazione del danno, di protezione del minore, di sostegno psicologico, di impostazione del trattamento, sia quando operano lontani dai fatti, nell’ambito della cura e assistenza di adulti che dopo anche molto tempo vogliono prendere coscienza degli avvenimenti del passato, siano essi ex-bambini abusati/maltrattati, perpetratori, perversi. Il controtransfert accomuna queste due categorie di operatori. E’ importante individuare gli aspetti psicologici controtransferali dell’esperto / clinico che si occupa di violazioni di soggetti deboli, per prevenire una intossicazione, o se questa è già presente, per curarla.

L’operatore è esposto ad una situazione traumatica, ma non si tratta solo di trauma vicariante, vissuto per condivisione con l’altro, ma è l’essere colpiti dalla sfiducia nella comunità umana, dalla presenza fra gli umani di atrocità e perversioni. Le emozioni conseguenti sono l’orrore, la rabbia, l’angoscia suscitata dalla realtà, la paura, la vergogna, la colpa, un vissuto di persecuzione, l’odio. Molto frequenti sono il fastidio e il risentimento diretto verso la persona che porta i contenuti traumatizzanti per l’ascoltatore. Per non ammalarsi è importante distinguere il proprio malessere causato dal contatto con i contenuti dolorosi che si ascoltano e compartecipano, e quello derivante dall’attivazione di vissuti personali attraverso i vissuti espressi dall’altro, nonché quello derivante da un intervento non efficace, non organizzato, non ben compenetrato con altri aspetti del trattamento magari svolti da altri professionisti in altre strutture. C’è il rischio di non padroneggiare l’esperienza e di agirla. Quando l’operatore non sa distinguere l’origine del proprio malessere, e mescola la propria rabbia con quella del soggetto ascoltato o con l’indignazione sottostante la rabbia, rischia di essere lui stesso maltrattante: perde la capacità di empatia, di solidarietà, si lascia invadere da rabbia, angoscia e protesta del soggetto che vorrebbe aiutare, non riesce a padroneggiarle, e controreagisce senza riuscire a venire a capo dei sentimenti dell’altro con un atteggiamento invece di comprensione. Bisogna allora attivare la funzione riflessiva, anche facendosi aiutare da un terzo esterno.

Occuparsi di abuso è comunque, per chi sceglie questo campo di azione per la propria professionalità psicologica, una opportunità di crescita e di esercizio della fiducia e della capacità di porre rimedio, dentro la realtà, ai danni che la realtà stessa ha fatto.

 

ALLEGATI

Minori

 Abusi sui minori

Allegato A:

Approvazione linee guida per la segnalazione e la presa in carico dei casi di abuso e maltrattamento ai danni di minori da parte dei servizi socio-assistenziali e sanitari.

Premesso che, a norma dell’art.609 – decies, comma 4, cod.pen, introdotto dalla L. n. 66 del 15/2/1996, l’Autorità giudiziaria si avvale, in ogni stato e grado del procedimento per i reati di violenza sessuale commessi a danno di minori, della collaborazione dei servizi minorili dell’Amministrazione della giustizia, nonché dei servizi istituiti dagli enti locali;

visto che la L.R.n.61 del 12/12/1997 (“Norme per la programmazione sanitaria e per il Piano sanitario regionale per il triennio 1997/1999”), in linea con quanto previsto dal Piano Sanitario Nazionale, prevede, all’Allegato C-“Aree di intervento sanitario a rilievo socio-assistenziale”, progetto Tutela materno-infantile-nell’ambito degli interventi assistenziali di emergenza per minori e donne con figli in grave difficoltà, la necessità di una presa in carico “da parte dei servizi di salute mentale, N.P.I., socio-assistenziali e del SERT dei minori vittime di reato e del loro nucleo familiare, in attuazione della L.n.66/1996”, sopra richiamata,

verificato, inoltre, che il medesimo Piano rinvia ad apposite delibere attuative, nonché al Piano Socio Assistenziale Regionale, l’individuazione di appositi strumenti per la realizzazione dei suddetti obiettivi;

analizzate, inoltre, le “Proposte d’intervento per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del maltrattamento”, elaborate dalla Commissione Nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale di minori;

vista la nota pervenuta in data 11.03.1997, prot. n. 2510, con cui il Presidente del Tribunale dei Minorenni di Torino richiedeva l’avvio di un momento di confronto tra i vari Enti coinvolti in tale materia, in particolare, per quanto attiene alla individuazione, designazione e formazione degli operatori del Servizio sanitario tenuti a svolgere attività di sostegno psicologico alle vittime di tali reati;

riscontrata, altresì, a livello complessivo, l’esigenza di attuare un maggiore coordinamento tra i servizi socio-assistenziali e sanitari del territorio, a fronte della situazione diversificata di esperienze, interventi e strumenti finora messi in atto per contrastare il fenomeno dell’abuso e maltrattamento ai danni di minori dai diversi enti presposti;

a fronte di quanto sopra esposto, si è ritenuto opportuno costituire, con D.G.R. n.95-25280 del 5.8.998, integrata con D.G.R. n. 85-26080 del 23.11.98, un gruppo di lavoro interistituzionale Regione Piemonte/Amministrazione giudiziaria/Aziende Sanitarie Regionali/Enti Gestori delle funzioni socio-assistenziali/Comune di Torino, coordinato dal Settore Programmazione e promozione Interventi a sostegno della persona e della famiglia, al fine di consentire un’azione integrata tra i vari soggetti coinvolti nelle azioni di prevenzione, presa in carico e trattamento dei casi di maltrattamento e violenza sessuale ai danni di minori, giungendo all’elaborazione di apposite linee-guida regionali sulle modalità di concreta attuazione di tali interventi da parte dei servizi sanitari e socio-assistenziali del territorio.

Il gruppo di lavoro, i cui componenti sono stati nominati con Determinazione Dirigenziale n. 66 del 10.2.99, ha operato nel corso del 1999 e del mese di gennaio 2000, attraverso riunioni plenarie e sottogruppi, procedendo, in via preliminare, ad una ricognizione delle modalità di rilevazione e presa in carico dei casi di maltrattamento ed abuso già definite, a livello sperimentale o formalizzate attraverso appositi protocolli, dalle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere e dagli Enti gestori delle funzioni socio-assistenziali del Piemonte, nonché ad una rilevazione delle attività informative e formative realizzate dai medesimi enti, onde disporre del panorama più completo possibile delle iniziative già in atto.

Analizzata la documentazione pervenuta, nonché tutte le fonti di carattere normativo e giuridico vigenti in materia ed i principali atti adottati dagli organismi internazionali competenti, il gruppo di lavoro ha elaborato una proposta di linee-guida per la segnalazione e la presa in carico dei casi di abuso sessuale e maltrattamento ai danni di minori, che definiscono un percorso metodologico univoco per l’attivazione tempestiva di idonei strumenti di tutela nei casi suddetti, prevedendo altresì alcune ipotesi di attività formative da realizzarsi sul tema a cura della Regione;

considerato che tale proposta è stata definitivamente approvata dal gruppo alla fine del mese di febbraio u.s., si ritiene, pertanto, opportuno procedere al recepimento di tale documento con apposito atto dell’Amministrazione Regionale, accompagnando il medesimo con una premessa che approfondisca gli aspetti fondamentali di carattere giuridico-legislativo, gli elementi essenziali del medesimo, nonché gli strumenti fondamentali del percorso metodologico proposto.

Tutto ciò premesso,

visto l’art. 609 decies cod.pen;

vista la L.R. n.51/1997;

vista la L.R. n. 61/1997;

vista la D.G.R. n.95-25280 del 5.8.998, integrata con D.G.R. n. 85-26080 del 23.11.98;

La Giunta, con voto unanime espresso nelle forme di legge,

d e l i b e r a

    * di approvare, per le considerazioni in premessa descritte, le linee-guida per la segnalazione e la presa in carico dei casi di abuso sessuale e maltrattamento ai danni di minori,unitamente alla relativa premessa, di cui agli Allegati A e B, parte integrante alla presente Deliberazione;

* di prevedere che alla diffusione delle suddette linee-guida presso i servizi socio-assistenziali e sanitari competenti, nonché presso gli altri enti ed istituzioni coinvolte, si provvederà con apposite iniziative di carattere informativo-formativo, da avviarsi a cura della Direzione Regionale Politiche Sociali.

La presente deliberazione sarà pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte, ai sensi dell’art. 65 dello Statuto.

 

REGIONE PIEMONTE

_______________________________________________________________________

ASSESSORATO ALLE POLITICHE SOCIALI

DIREZIONE POLITICHE SOCIALI

SETTORE PROGRAMMAZIONE E PROMOZIONE INTERVENTI A SOSTEGNO DELLA PERSONA E DELLA FAMIGLIA E PER LA QUALIFICAZIONE DEL PERSONALE SOCIO-ASSISTENZIALE

 

Allegato B

Linee-guida per la segnalazione e la presa in carico dei casi di abuso sessuale e maltrattamento ai danni di minori.

 Il percorso metodologico

Nel momento in cui i servizi locali, socio-assistenziali o sanitari, gli operatori della scuola, oltre agli organismi di Polizia, nell’esercizio delle proprie funzioni, vengono a conoscenza/rilevano una situazione di sospetto maltrattamento/abuso, deve attivarsi tempestivamente il collegamento multidisciplinare finalizzato alla presa in carico del caso.

Dalla segnalazione agli interventi di competenza dell’Autorità Giudiziaria

L’operatore sociale o sanitario che per primo riceve la segnalazione, o viene a conoscenza del caso, deve attivare fin da questo momento rispettivamente l’U.O.A. di N.P.I. e/o il Servizio di Psicologia, ove esistente, o il Servizio socio-assistenziale di riferimento per quel territorio, al fine di assicurare fin dal primo momento la necessaria interazione tra i servizi competenti, ed in attesa di rapportarsi con l’équipe multidisciplinare di riferimento, in raccordo con la quale andrà seguito ciascun caso.

Nell’ipotesi in cui la prima conoscenza del caso sia acquisita da operatori di servizi/enti diversi da quelli socio-assistenziali e sanitari, gli stessi devono segnalare la situazione alla Magistratura ed attivare contestualmente uno dei due servizi (socio-assistenziale o sanitario) di cui sopra.

I servizi, dando priorità assoluta ai casi di sospetto abuso/maltrattamento, effettuano una prima valutazione congiunta della gravità della situazione, al fine di:

– acquisire ulteriori elementi a sostegno della relazione da inviare all’Autorità Giudiziaria, fermo restando che la segnalazione andrà effettuata qualora le dichiarazioni del minore o indicatori a livello psico-affettivo e fisico rendano quantomeno possibile che sia stato vittima di un abuso o maltrattamento.

-verificare se sussistono elementi di tale gravità da rendere opportuno un provvedimento in merito alla collocazione del minore.

Gli operatori dei servizi, sociale e sanitario, che seguono il caso, effettuano la segnalazione congiunta alla Magistratura, qualora non sia già intervenuta una segnalazione da parte di chi sia venuto a conoscenza del caso.

Si ricorda comunque che, in base all’art. 403 cod. civ., gli operatori dei servizi, qualora ravvisino una situazione di grave pregiudizio per il minore, così urgente da non consentire l’emanazione di un provvedimento di limitazione della potestà da parte del Tribunale per i Minorenni, anche su richiesta dell’Autorità di Polizia o di propria iniziativa, possono collocare il minore in luogo sicuro, sino a quando non si provveda in modo definitivo alla sua protezione.

Modalità della denuncia

Qualora gli elementi acquisiti non consentano di ipotizzare la sussistenza di un vero e proprio reato, la segnalazione va inviata esclusivamente alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni.

La denuncia deve essere inviata a:

-Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario

-Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni.

La denuncia deve essere effettuata per iscritto, dev’essere analitica e descrivere le dichiarazioni, esperienze, atteggiamenti e comportamenti del minore in modo chiaro e con la massima obiettività.

Qualora l’operatore ravvisi l’urgente necessità di documentare a livello sanitario tracce che paiono riconducibili ad esperienze traumatiche, potrà rivolgersi alla Polizia Giudiziaria per gli opportuni approfondimenti sanitari.

Coinvolgimento della famiglia

Prima di intraprendere attività finalizzate a coinvolgerei genitori nel riconoscimento dell’abuso e dei problemi familiari che l’hanno provocato, è indispensabile che gli operatori dei servizi socio-assistenziali e sanitari prendano preventivo contatto con l’Autorità Giudiziaria Minorile o la Procura Penale, onde evitare di compromettere l’esito di eventuali atti di indagine penale in corso o di urgente effettuazione.

Si fa presente, infatti, che iniziative di informazione intempestive nei confronti delle persone coinvolte possono pregiudicare gravemente gli stessi atti di indagine.

Indagine

Dopo la segnalazione, ed anche nei casi in cui il Tribunale per i Minorenni abbia disposto un allontanamento provvisorio del minore, le attività dei servizi proseguono, al fine di assicurare:

1.  il monitoraggio della situazione;

2.  il sostegno e la protezione del minore;

3.  l’accertamento/validation del caso.

Mentre le attività di cui alle lettere a. e b. sono di competenza degli operatori che hanno in carico il caso a livello territoriale, per la validazione l’Autorità Giudiziaria può decidere di investire un consulente esterno oppure l’équipe multidisciplinare dei servizi territoriali: in quest’ultimo caso gli operatori acquisiranno elementi validi per il trattamento futuro.

Dalla valutazione alla presa in carico e trattamento

E’ possibile che il Tribunale per i Minorenni richieda ai servizi competenti la presa in carico della situazione del minore, per effettuare un approfondimento delle relazioni familiari, delle cause dell’abuso o del maltrattamento ed una prognosi sulla recuperabilità delle funzioni genitoriali, oltre alla verifica circa la disponibilità all’affidamento di valide figure parentali sostitutive.

La prognosi deve essere effettuata dal Servizio socio-assistenziale, dall’U.O.A. di N.P.I. e/o dal Servizio di Psicologia, attraverso un percorso integrato di concertazione tra tutti i servizi coinvolti.

Le attività di valutazione della recuperabilità della relazione genitori/figli devono essere concordate ed integrate con gli operatori del Dipartimento di Salute Mentale e, ove coinvolto, del Ser.T., ai fini diagnostici e prognostici, anche per quanto riguarda l’eventuale successivo trattamento degli abusanti.

Prognosi positiva Prognosi negativa
Esiste un margine di recuperabilità della relazione genitori/figli. Si elabora un progetto famiglia/bambino. La relazione genitori/figli è irrecuperabile. Il progetto d’intervento riguarda le misure a protezione del minore, compresa la sua eventuale collocazione in ambito eterofamiliare.

In entrambi i casi, le prognosi vanno comunicate al Tribunale per i Minorenni, onde consentire l’emissione dei provvedimenti più opportuni di limitazione della potestà genitoriale oppure a tutela del minore.

Nelle situazioni di abuso, qualora il genitore dia la propria disponibilità al trattamento, si potrà valutare con la Magistratura Penale la possibilità di un ricovero in struttura protetta in luogo della detenzione.

Audizione protetta

I riferimenti normativi sono dati dall’art. 392 cod. proc. pen., che consente di assumere la testimonianza del minore di anni sedici nei procedimenti per i delitti di cui agli artt. 600 bis e segg. cod. proc. pen. nel corso delle indagini preliminari. Inoltre l’art. 398 cod. proc. pen., al comma 5 bis consente per gli stessi reati di effettuare l’incidente probatorio, anche in luogo diverso dal Tribunale, avvalendosi il Giudice, ove esistano, di strutture specializzate di assistenza, con documentazione fonografica o audiovisiva integrale.

Le stesse modalità sono utilizzabili in caso di testimonianza nel corso del dibattimento ove, su richiesta del minore vittima del reato o del suo difensore, la testimonianza può essere raccolta mediante l’uso di un vetro-specchio con impianto citofonico e con l’ausilio di un familiare del minore o di un esperto in psicologia infantile (art. 498 commi 4-4 bis e 4 ter Cod. proc.pen.).

Si richiama l’attenzione sul fatto che i servizi sono tenuti ad assistere il minore anche in questa fase: è pertanto auspicabile che i servizi del territorio dispongano di personale preparato per assisterlo. Potrà assicurare la necessaria assistenza psicologica ed affettiva anche un componente dell’équipe multidisciplinare, non necessariamente uno psicologo/psicoterapeuta.

Trattamento

Gli operatori che hanno effettuato la valutazione individuano la risposta adeguata, anche in termini terapeutici per ogni singola situazione.

L’inserimento in una struttura residenziale, ove disposto dal Tribunale, fa parte del progetto di valutazione e trattamento, che dovrà altresì indicare se vengono previste visite protette, con quali modalità ed in quale luogo. Particolare attenzione andrà prestata all’attuazione degli incontri tra genitori/parenti e minore, se del caso in luogo attrezzato, con l’assistenza di personale idoneo, sia al sostegno del minore, sia all’osservazione delle dinamiche di rapporto.

Le équipes multidisciplinari

Tutti gli operatori dei servizi territoriali devono avere conoscenze specifiche su come comportarsi nell’espletamento di quelle che sono comunque le proprie competenze istituzionali e sulla presa in carico dei casi. E’ in ogni caso opportuno contemplare la possibilità di chiedere una consulenza tecnica specifica sulla valutazione della gravità ed urgenza del caso, sulle procedure da seguire…

Nell’ambito di ogni A.S.L., inoltre, dovrà essere presente personale medico specificamente formato per riconoscere:

1.  segni di maltrattamento;

2.  tracce di abuso sessuale.

Occorre, quindi, prevedere la costituzione, sul territorio regionale, di équipes multidisciplinari con funzioni di consulenza per gli operatori del territorio.

Tali équipes saranno composte da almeno:

-un operatore sociale per ogni ente gestore delle funzioni socio-assistenziali facente capo all’A.S.L. di riferimento;

-un operatore dell’U.O.A. di N.P.I.;

-un operatore del Servizio di Psicologia, ove esistente;

-un operatore del Ser.T.;

-un pediatra di comunità;

-un operatore del Dipartimento di Salute Mentale;

-un ginecologo e/o medico legale;

-un operatore dei Servizi Minorili dell’Amministrazione della Giustizia.

Compito di tale équipe è quello di fornire la propria consulenza in tutte le fasi del procedimento e, quando necessario, di prendere in carico i casi concreti, secondo quanto di seguito specificato.

Tutti i casi di abuso/maltrattamento andranno seguiti in raccordo ai servizi di base/équipe multidisciplinare.

In linea di massima, non si dovrebbero costituire équipes che si occupino esclusivamente ed a tempo pieno dei casi di abuso e maltrattamento, ma i diversi enti dovrebbero individuare operatori“referenti”, secondo quanto sopra specificato, da mettere a disposizione a tempo parziale, per le attività progettuali specifiche delle équipes, le quali devono operare in stretta collaborazione con gli operatori dei servizi coinvolti a livello distrettuale nei singoli casi.

Funzioni dell’équipe multidisciplinare

Rientrano tra le funzioni delle équipes multidisciplinari:

1. la consulenza agli operatori per:

-la segnalazione,

-la valutazione,

-la validazione,

-gli eventuali trattamenti specialistici;

2.  le attività di formazione ed aggiornamento degli operatori, in particolare attraverso l’individuazione delle attività formative ulteriori da assicurare agli operatori, rispetto alla formazione a carattere generale a livello regionale;

3.  la raccolta dei dati relativi alle attività (segnalazioni, rilevazioni, esiti, procedimenti…), che verranno annualmente trasmessi alla Regione Piemonte, con modalità da definirsi.

Ordinariamente, si costituirà una équipe per ogni A.S.L., ma si prevede la possibilità, previa autorizzazione regionale, in presenza di specifici indicatori (territori a bassa densità di popolazione, limitato numero di casi), oppure su delega di più Aziende, di costituire una équipe di riferimento per più A.S.L.

In ogni quadrante, nel caso in cui si siano costituite più équipes multidisciplinari, si riunisce, con cadenza periodica, un coordinamento delle équipes multidisciplinari, con funzioni di programmazione di attività comuni, di confronto e scambio sulle metodologie operative.

Proposte formative

La diffusione della consapevolezza ed attenzione verso i fenomeni di abuso e maltrattamento, nonché di capacità professionali tali da far fronte ai casi concreti sono le premesse fondamentali per rendere “operative” le presenti linee-guida.

Le attività di sensibilizzazione e formazione in materia di abuso e maltrattamento ai danni di minori si potranno svolgere su diversi livelli di contenuto ed approfondimento:

1. sensibilizzazione/formazione di base. Tali attività formative saranno rivolte a tutti gli operatori che seguono e sostengono il processo di crescita del bambino, presso le diverse istituzioni a ciò preposte, possibilmente in momenti comuni che coinvolgano le diverse professionalità interessate.

Obiettivo delle attività formative di questo primo livello sarà quello di sviluppare le capacità di ascolto del bambino e di rilevazione dei segnali di disagio. Conseguentemente, verranno fornite alcune indicazioni precise sul percorso che, dalla raccolta del segnale, porta alla segnalazione alle autorità giudiziarie, al coinvolgimento dei servizi sociali/sanitari competenti.

Si ritiene di fondamentale importanza che ogni adulto che entri in relazione con il bambino, in considerazione del proprio lavoro, possieda un livello minimo di conoscenze sul come riconoscere e rilevare segnali di disagio/richieste di aiuto del bambino e sul percorso da attivare al fine di assicurare l’adozione tempestiva di adeguate misure di tutela da parte delle autorità competenti.

La formazione/sensibilizzazione di base dovrà quindi coinvolgere tutti gli operatori dell’area socio-assistenziale, sanitaria e psicologica. Successivamente, a ricaduta, la Regione, in accordo con i Provveditorati agli Studi, estende le attività di sensibilizzazione agli operatori dell’area scolastica e socio-educativa, avvalendosi anche, laddove possibile ed opportuno, della collaborazione degli stessi operatori dei servizi sociali e sanitari.

2. formazione sulle modalità della diagnosi e presa in carico dei casi.

Obiettivo di questo secondo livello è quello di incrementare le capacità professionali degli operatori dei servizi territoriali, ai fini della creazione di una rete di servizi che assicuri lo svolgimento tempestivo delle funzioni di:

-accertamento dei sospetti casi di abuso/maltrattamento;

-diagnosi;

-elaborazione di un progetto complessivo di sostegno al minore ed, eventualmente, in caso di diagnosi positiva, di trattamento dell’abusante, ai fini del recupero della capacità genitoriale;

-presa in carico del caso ed assistenza al minore in tutte le fasi del procedimento (audizione protetta-visite protette, se previste, trattamento psicoterapeutico…).

Destinatari di tali attività formative saranno gli operatori dell’area medica, socio-assistenziale e psicologica.

Ai primi due livelli potranno seguire attività formative di tipo altamente specialistico, destinate in particolare agli operatori delle équipes multidisciplinari istituite a livello territoriale.

 

BIBLIOGRAFIA

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Agosto 2008