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Marion Milner. Disegno e creatività

Dott.ssa Giuliana Bitelli

 

Riflessioni su un’autrice artista e analista e sui suoi pensieri circa la creatività umana

Marion Milner è artista con vasta esperienza psicoanalitica. Nel trattato preso in considerazione in questo studio riflessivo sulla sua opera, l’autrice affronta il tema della creatività psichica, parallela a quella pittorica, esprimendo una inesauribile energia di vivere, lavorare, scrivere e dipingere. Qualcuno ha detto: “Il genio è energia”, e la Milner traduce il motto con inimitabile acume.

Con la Milner si entra nel campo della creatività psichica, una funzione indispensabile alla nostra vita profonda: tanto l’adulto quanto il bambino hanno bisogno di coltivare e praticare l’uso della fantasticheria, del sogno ad occhi aperti e dell’immaginazione, fino ad immedesimarcisi, mescolando fantasia e realtà.

Si tratta di una funzione che già il bambino in tenera età sviluppa spontaneamente per raggiungere un equilibrio psichico: egli ha necessità di poter indulgere, senza pericolo, alle fantasticherie e di permettersi di con-fondere senza danno l’io e il non-io.

Solo gradatamente verrà ad usare il pensiero riflessivo e a sviluppare l’io, riuscendo così ad integrare le parti emotive e pulsionali che altrimenti lo spaventerebbero e lo obbligherebbero ad aggrapparsi fin da subito al pensiero ordinatore razionale.

Le fantasie sono liberatrici, dice la Milner , e anche l’adulto dovrebbe riservarsi degli spazi in cui poter sognare: un percorso analitico, l’attività onirica, i sogni diurni, la creatività in ogni forma. L’arte che tutti gli uomini, e non solo l’artista, possono raggiungere, sia realizzandola sia guardandola o ascoltandola, permette di con-fondere momentaneamente l’io e non-io e di toccare il mondo inconscio senza danno.

Ma la Milner va ancora oltre, e Anna Freud nella prefazione al suo libro lo sottolinea: la creazione artistica contribuisce, ad un primo livello, ad esprimere le istanze psichiche nascoste, dimenticate e perdute, ma ad un secondo e più importante livello, a creare ciò che non è mai esistito, usando una capacità di percezione che si acquisisce ex-novo.

La differenza tra il “creatore di immagini-artista” e il “creatore di immagini-paziente” è che quest’ultimo è interessato a divenire cosciente delle proprie dinamiche psichiche intime e di ciò che muove i suoi dipinti artistici, al fine di trasportare nel mondo quotidiano e nei suoi rapporti umani le nuove forze, scoperte attraverso la creatività; l’artista invece non è detto che abbia tale interesse diretto: per lui c’è il godimento delle sue creazioni-creature e l’offerta delle stesse agli occhi del mondo.

C’è qualcosa di molto interessante che percorre tutto il libro e che accompagna la lettura come un filo conduttore: è l’intuizione dell’autrice della somiglianza tra lavoro creativo artistico e lavoro analitico, ossia tra paziente-analizzato e paziente-artista: entrambe portano alla scoperta delle resistenze che ogni soggetto ha di prendere contatto con il proprio mondo interiore, e all’individuazione delle risorse che ognuno porta in sé per realizzare la propria persona.

Anna Freud ci aiuta a vederne i punti in comune: entrambe le due esperienze, psicoanalitica e creativa, necessitano di condizioni di sicurezza sia interiore sia ambientale che permettano anche di perdere l’autocontrollo razionale e cosciente; tuffarsi momentaneamente nel caos e nell’indifferenziato rappresenta un’ulteriore somiglianza tra i due àmbiti, e in entrambi ciò genera inquietudine, quasi si avesse poca fiducia nelle forze naturali ordinatrici che operano in noi.

Anche la paura dell’ignoto genera simili processi di difesa e di resistenza: si teme ciò che verrà alla luce, si mal sopporta l’incertezza di ciò che sarà; persino le interpretazioni affrettate, che non seguano il processo di assimilazione del nuovo emergente, possono lavorare in entrambi gli àmbiti come freno per ulteriori scoperte e per il manifestarsi di nuovo materiale proveniente dall’es.

La differenza tra i due pazienti è che l’analizzato userà come forma espressiva la parola (che potrà esplorare le immagini localizzate nella mente del soggetto), l’artista userà la pittura, la musica o il movimento quali espressioni delle emozioni e delle immagini sottostanti, ma entrambi avranno un problema trans ferale: l’uno col proprio analista, l’altro con la carta e i colori, o lo strumento, o il proprio corpo.

Appare dunque chiaro che la Milner non è interessata a scoprire, come altri autori, cosa muove il genio creatore di un artista, ma indaga la potenzialità terapeutica della creatività di ogni persona, che anche senza capacità tecniche, voglia esprimere, come il “pittore della domenica”, il piacere dell’occhio e della mano, spinto da un impulso espressivo.

Tutta l’opera della Milner segue e descrive il proprio faticoso ma interessantissimo processo di scoperta di come la creatività possa liberarsi da tutto il complesso inconscio che la teneva frenata e che interferiva con la sua libertà.

E’ la conferma che la mente si esprime attraverso le mani, e che man mano che ella prende coscienza di certi contenuti inconsci, anche le mani riproducono questo cambiamento, portando nuove forme e anche nuovi contenuti.

Si tratta inoltre della scoperta graduale che i disegni non possono riprodurre la realtà, ma ne possono cogliere gli aspetti che colpiscono i propri occhi e la propria psiche. Guardare gli oggetti coi propri occhi significa illuminarli della nostra immaginazione (ciò accade anche nella vita quotidiana): è necessario unire e organizzare le parziali percezioni delle cose attraverso un atto immaginativo, ma poi bisogna anche dare un’anima alle cose che si vogliono disegnare.

La Milner scopre che guardare gli oggetti semplicemente dentro i loro contorni impedisce di arrivare all’essenza vitale dell’oggetto, alla sua vivente realtà. Se si riuscisse a guardare il mondo “sentendolo” soggettivamente e intensamente, esso si trasfigurerebbe da reale e utile ad essenziale e vitale.

Il gesto creativo allora rifletterebbe la dimensione non descrittiva ma originale ed emotiva.

Il lavoro di passare dalla riproduzione all’essenza degli oggetti, rappresenta una lunga scoperta e acquisizione che la Milner opera coscientemente, appoggiata dal lavoro analitico, e che la porta ad affermare quanto già prima si diceva: si crea qualcosa che finora non c’era, si dà all’oggetto una vita sua, lo si riempie di emozione e di vita propria che diventerà colore e linea. Tali attribuzioni sono proprio quelle che provengono dall’inconscio del disegnatore-paziente, il quale così facendo diventa creatore del nuovo.

Ad esempio la prospettiva di una stanza ritrae la realtà condivisibile, il superamento della prospettiva in un disegno che vede mobili sparsi e storti può voler trasmettere una vita allegra e dinamica di tali oggetti.

La Milner suggerisce, per raggiungere una percezione soggettiva degli oggetti tale da poter dare loro quella vita essenziale, di guardare gli oggetti non esternamente, ma quasi di “berseli” a lunghi sorsi per poterli sentire dentro nel profondo: bisogna diventare noi stessi l’oggetto per coglierne le intricate radici profonde, e risalire da esso avvolti da colore e luce.

Crediamo che in questo processo di entrare nell’oggetto, il disegnatore raggiunga parallelamente le proprie profondità, e alimenti l’oggetto delle proprie emozioni profonde attivate dall’operazione. Lo dice la Milner stessa: “…l’essenziale era il calore, la luminosità e la delizia che scaturivano dall’interno; e questi…esistevano, si sviluppavano e si trasformavano per forza propria, come conseguenza…delle relazioni tra il nostro io e le cose osservate.” (pag.32) “…l’essenziale era che ogni segno fatto da me sulla carta fosse mio personale, nascesse dalla mia irripetibile struttura ed esperienza psico-fisiche, e non rappresentasse soltanto una copia meccanica di un modello, sia pure eseguita con grande abilità.” (pag. 212)

Infatti il mondo esterno si trasfigura perché acquisisce qualcosa del nostro mondo interno, un sogno, un desiderio, una memoria del passato, accumulati nel proprio intimo e rimodellati al momento in un impulso o desiderio di dare a quell’oggetto un’anima sua propria. L’autrice parla di “illusione”: si tratta di momenti passeggeri in cui i confini tra mondo interno ed esterno vengono annullati, e il soggetto può concedersi di non stabilire delle delimitazioni tra io e non-io.

Pare dunque che qui entri chiaramente il processo di proiezione: le nostre emozioni positive e anche negative vanno a nutrire e colorare il mondo esterno, appoggiandosi e prolungandosi all’esterno di noi: “…non soltanto i nostri dei potevano prendere dimora in santuari posti nel mondo esterno, ma anche i nostri demoni.” (pag.42)

Identificazione, proiezione, empatia sono termini usabili per il processo creativo, ma sono anche termini per rappresentare realtà e movimenti psichici: dunque la creatività, come si ipotizzava all’inizio, è un’attività che coinvolge la psiche profonda, ed è un’attività pertanto che può essere utilizzata per conoscere la propria psiche e anche per curarla.

L’artista come l’analizzato possono sentirsi vivi e guarire proprio facendo l’esperienza di sviluppare le proprie forze creative che andranno a condensarsi in un complesso vitale quale è il simbolo rappresentato da un’immagine; il sentimento, come forza vitale, sarà presente come qualcosa che l’artista proverà proprio mentre starà creando le forme simboliche per esprimerlo.

L’opera d’arte è perciò un simbolo.

L’artista dunque usa la propria vitalità per dar vita alla “morta materia” che poi acquisterà vita propria in ogni sua piccola parte; egli rende il mondo esterno significativo e “realmente diverso e specifico” attraverso l’individuazione di una forma che lo rappresenti. Ma contemporaneamente anche l’artista che porta il suo mondo psichico all’esterno, dentro la forma del non-io, diventa conoscibile, oltre che trattabile dal punto di vista terapeutico.

 

BIBLIOGRAFIA

MILNER (1952): Disegno e creatività, La NuovaItalia1968