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Psicologo e psicoterapeuta a Torino - Relazioni genitori e figli - Educazione - Genitorialità

Permissività o severità, frustrare il bambino o sostituirsi alla sua fatica?

Dott.ssa Giuliana Bitelli

 

PROBLEMI EDUCATIVI TRA I 2 E I 5 ANNI
Incontro formativo a genitori presso una scuola materna  il 9-6-2006

PRESENTI: 14 genitori di cui un papà, 3 bimbi.
Anche in questa serata di confronto-incontro fra genitori, c’è stata una buona presenza: una quindicina, fra mamme e papà e bimbi! Da notare infatti che ci sono state delle mamme veramente coraggiose e determinate che hanno cercato di seguire l’incontro alla presenza (un po’ movimentata) dei propri figli piccoli, e che hanno tenuto duro per tutta la durata dell’incontro. Mi spiace non essermi particolarmente complimentata con loro, ma lo faccio ora, indirettamente.

MOTIVAZIONE ALL’INCONTRO:
Mentre l’altra volta si era puntata l’attenzione ad una caratteristica umana (la rabbia) e a come il bambino la esprime, questa volta ci si è concentrati su quale comportamento sia meglio tenere come genitori, nella volontà di svolgere il compito educativo nel migliore dei modi.
L’incontro è stato la continuazione del tema del passato incontro, un approfondimento di una parte del discorso sulla rabbia: spesso, cioè, la rabbia del bambino è determinata dalla scelta educativa dei genitori di non concedergli tutto e subito, ma di procurargli anche qualche salutare frustrazione.
Si è precisato inoltre che si sarebbe trattato non “Il Modello Educativo Migliore”, ma una piccola parte di un modello educativo, quel modello che istintivamente e spontaneamente i genitori mettono in atto da quando è nato il loro primo bambino. Si è voluto infatti prendere coscienza di quale modello educativo i genitori inconsapevolmente stanno utilizzando, tra i molti esistenti.

LA PAROLA AI GENITORI
Ho impostato l’incontro non a conferenza, ma come incontro-confronto di stili educativi, di esperienze, di domande e problemi. I presenti hanno potuto esprimersi, in un clima di libertà e di non giudizio, nella consapevolezza che potersi confrontare e ascolare è di grande arricchimento reciproco.
Alla mia richiesta: “quali domande, riflessioni, emozioni vi ha suscitato il volantino di presentazione della serata?”, sono state espresse le seguenti riflessioni:
l’argomento è interessante perchè è proprio difficile trovare un equillibrio tra “cotonina (avvolgente, protettiva)” e severità!
Anche se si usa uno stesso stile educativo, due fratelli avranno reazioni diverse che è difficile controllare e prevedere!
È molto difficile, per una coppia genitoriale, educare insieme, sopratutto quando i genitori usano stili opposti, o perlomeno diversi, quando ad esempio il padre riempie la figlia di regali e la madre ne vorrebbe vietare la presenza! Si è notato come i figli sono il banco di prova della coppia genitoriale, e come sanno ben indirizzare le loro richieste, le pressioni e le concessioni.
I NO creano crisi nel bambino, specialmente quando il carattere è forte. Le crisi sono poi difficili da sostenere e da risolvere, farebbe più comodo concedere tutto, specialmente quando si è stanchi del lavoro e si desidererebbe un po’ di pace.
Ma avere tutto non è possibile, ci vuole un limite. I nostri figli sono i figli del benessere, non c’è nulla che non abbiano. Bisogna mettere degli stop, questo serve per far loro capire che non possono avere sempre tutto e subito.
Bisognerebbe lavorare per creare anziché dipendenza, autonomia, capacità di autoregolarsi, ma come? Bisogna avere molte risorse, e forse poter contare anche sulle risorse del bambino.

DUE MODELLI EDUCATIVI OPPOSTI: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
I pensieri appena espressi dai genitori permettono di immaginare due diversi stili educativi presenti nel gruppo di questa sera, e danno l’occasione di presentarli, analizzando anche caratteristiche, conseguenze su genitori e figli, possibili cause.
A.modello autoritario
B.modello dell’iperprotezione (“cotonina”)

A: modello autoritario:
caratteristiche: è uno stile educativo passato di moda, era praticato molto più nel passato in maniera più diffusa di oggi; oggi viene praticato ancora in alcune isole familiari e culturali.Qui i figli adolescenti presentano grandi difficoltà di adattamento al contesto più allargato: essi infatti hanno due culture di riferimento (familiare e sociale) che cozzano fra loro; tale conflitto è per molti giovani il prodromo di veri e propri disagi psicologici e mentali. Tale modello presenta caratteristiche di rigidità e durezza: i genitori sono inflessibili sulle regole, danno molti e continui divieti, sono autoritari e arbitrari, propongono leggi aprioristiche che non si incontrano coi bisogni del bambino, con le sue richieste, con le sue difficltà quotidiane. Questi genitori non ascoltano: non sanno che c’è qualcosa da ascoltare e su cui modulare le richieste che il figlio riesce a esporre: le richieste sono assolute, violente. L’obiettivo è l’impedimento della libera iniziativa e dell’imprevisto, l’effetto è il rifiuto di come è il bambino nella sua quotidianità e nelle sue naturali carattersistiche.
Conseguenze sul bambino: ben presto il bambino si sentirà inascoltato, rifiutato, le sue richieste inutili e le sue comunicazioni inefficaci. Subito dopo cesserà di avanzare richieste e di sperare in un effetto sui genitori, piano piano si zittirà e soffocherà i suoi bisogni, si spegnerà, e la sua vita emotiva si inaridirà. Si percepirà senza valore, in quanto nessuno gliene ha dato. Probabilmente sarà un adolescente depresso e deprivato, incapace di entrare nel mondo degli adulti e dare il suo contributo alla società. Oppure inizierà ad essere  molto arrabbiato, continuerà a non capirne il perchè, riceverà un aumento di dose di divieti e punizioni, e ogni spinta vitale si muterà in spinta distruttiva e/o autodistruttiva. Avrà dei problemi di autosufficienza e non saprà restituire nulla alla società, sarà un individuo socialmente pericoloso e psicologicamente disturbato. Neanche lui riuscirà ad apportare un contributo costruttivo alla società.
Entrambi (l’arrabbiato e il depresso) non avranno saputo costruire la propria identità, in quanto non avranno ricevuto dai genitori lo specchio di chi sono e di quanto valgono.
Conseguenze sul genitore: anche il genitore avrà i suoi guai! Presto si accorgerà che i suoi saldi valori e suoi sudati principi, costruiti in tutta una vita di fatiche, non serviranno ad educare il figlio, in quanto il figlio non è in grado di apprezzarli, nè di assumerli come modello. Subito dopo tale scoperta si arrabbierà moltissimo, sarà deluso del figlio, si sentirà da lui tradito, lo rifiuterà perchè per colpa sua si sta sentendo molto inutile, sbagliato e inefficace. Lo abbandonerà al suo destino, probabilmente non vorrà sapere nulla di cosa fa e di come sta crescendo. Si sentirà un fallito, ucciso simbolicamente dal figlio stesso, e molto probabilmente incolperà il figlio di un tale crimine, scatenando in questi altre reazioni a catena.
Possibili cause nel genitore: è possibile che un genitore con tale stile educativo abbia timore di apparire insicuro, di non essere all’altezza delle richieste esterne, non tolleri i propri limiti e gli sbagli propri, del figlio e degli altri in genere. E’ probabile altresì che sia un genitore con una forte autosvalutazione, che abbia trovato un valore in un’immagine di come fare nella vita, ideale: immagine forte, eccezionale, perfetta e indistruttibile. Tale genitore ha avuto bisogno di interiorizzare questa immagine invulnerabile, che diventa guida e motore di ogni azione. Ma ben presto si sarà rivelata falsa e priva di vita. Non c’è posto per il limite, per l’errore, per l’incerto, per il fallibile. L’ordine è predeterminato, non può confrontarsi con le mille imprevedibili mutevolezze della vita.

B. modello dell’iperprotezione (“cotonina”, dall’espressione del papà presente nel gruppo):  questo modello prende le mosse dagli anni 70-80, quando vennero riprese, ampliate e deformate le teorie montessoriane dell’inizio del ‘900: le idee iniziali volevano costruire il mondo a misura di bambino, renderlo protagonista e partecipe del mondo adulto; alla fine del secolo scorso sono state trasformate in una sorta di totale concessionismo e accondiscendenza nei confronti del bambino: questi non doveva soffrire, non poteva avere richieste insoddisfatte, doveva essere completamente protetto dalle frustrazioni.
Caratteristiche: oggi ci sono molte presenze di questo stile: molti genitori sentono che è meglio evitare fatiche al bambino, preservarlo dalle frustrazioni, fino a sostituirsi a lui per prevenire guai, errori, insuccessi, e dunque critiche del mondo esterno e giudizi negativi indiretti anche al genitore stesso. Correranno ai ripari quando il figlio mangia da solo e si impiastriccia dalla testa ai piedi, o quando inizia a camminare e può cadere e farsi male: lo imboccano e lo prendono in braccio, gli impediscono di usare mani e gambe, impediscono alla mente del bambino di elaborare gli stimoli e le azioni, le sensazioni e poi le emozioni.
Conseguenze sul bambino: due sono gli effetti devastanti di tale comportamento  “amorevole” del genitore: 1) il bambino non può prendere coscienza del suo bisogno perchè il genitore previene persino l’insorgenza del desiderio e lo esaudisce prima che nasca o che venga percepito dal bambino; 2) il bambino non può mobilitare le sue risorse personali per risolvere un bisogno o una difficoltà in quanto non è motivato a farlo dal momento che il bisogno è pre-risolto dalla madre: le risorse del bambino restano inutilizzate. Anche in questo caso il bambino sarà de-valorizzato e si percepirà come senza valore, incapace, inutile. Il bambino sentirà di essere nelle mani della madre, come un oggetto. E’ lei che lo guida, che gli dice cosa deve fare, che media fra lui e la realtà (è lei che prende fra le sue mani il cucchiaio con cui imboccare il bambino, che presto perderà la voglia di sperimentarsi col cibo e la propria nutrizione). Il bambino è come se non esistesse, esiste la madre al posto suo. Il messaggio che riceve costantemente dalla madre è che non è in grado di fare nulla, l’unica che ci sa fare è lei. Lui non potrà mai arrivare a tanto. Rinuncia a qualunque tentativo di esperienza personale. L’ansia da prestazione cresce fino a diventare intollerabile, allora sarà risolta con l’astinenza dal provare. Più tardi il bambino sarà un ragazzo demotivato, senza piacere e fantasia nel fare le cose, non si saprà assumere le responsabilità, non saprà tenere un compito e portarlo a termine, delegherà gli altri nel fare ogni cosa, incolperà chiunque non sappia soddisfare a puntino i suoi bisogni-desideri. Sarà aggressivo e arrabbiato per non aver potuto essere protagonista della vita, oppure depresso per aver perso il gusto di realizzare di persona obiettivi e aspettative, anche qui come nel modello precedente.
Conseguenze sul genitore: l’accumulo di sconfitte del figlio a scuola, con gli amici, col lavoro, creerà nel genitore un senso di fallimento e di frustrazione inspiegabile: lui che ha tanto curato il suo bambino, e si è dato anima e corpo a lui! Come può ora ripagarlo con questa moneta? Sarà deluso e inconsolabile: la sua ragione di vita si è dissolta. La colpa è del figlio che avrà sprecato tanti doni ricevuti. La madre abbandonerà il figlio, delusa, arrabbiata, sfiduciata, tradita.
Possibili cause nel genitore: molto facilmente si tratta di un genitore a sua volta de-valorizzato da piccolo, che vuole riscattare questa sua sofferenza nel rapporto col figlio; si dirà infatti che il figlio che ha appena avuto non dovrà patire ciò che ha patito lui stesso, che il figlio sarà ipervalutato, ascoltato, aiutato, non lasciato solo, sarà amato. Questo genitore dimenticherà che sostituendosi al bambino gli avrà impedito di vivere la sua vita direttamente, di fare le esperienze vitali che lo fanno crescere e maturare.

In entrambi i modelli educativi c’è alla base il timore del genitore di non essere un buon genitore e il desiderio di fare il meglio possibile. Nel primo caso c’è una intolleranza dei propri limiti e sbagli, per cui bisogna prendere provvedimenti prima che si esternino; nel secondo una intolleranza della sofferenza propria e degli altri, per cui bisogna riparare prima che si manifesti.
Inoltre in entrambi, come conseguenza delle azioni aducative, c’è la forte svalutazione (inconsapevole!) del bambino.

ESPERIENZE DI GENITORI
A questo punto il gruppo prova a portare le proprie esperienze e a confrontarle con quanto appena da me esposto.
Alcuni genitori sono soliti lasciare i fratelli che bisticciano arrangiarsi a risolvere le loro questioni il più possibile da soli, salvo pericoli fisici dovuti a rabbie incontrollabili. Altri si chiedono come mai i loro figli selezionano i compagni di gioco con molta accuratezza e scoprono che questo non è un difetto ma una risorsa. Una mamma scopre che la sua bambina può sviluppare risorse persino per affrontare la morte del nonno, tenutale nascosta per timore di addolorarla troppo. Un’altra mamma si accorge che la figlia le ha raccontato la bugia di aver già mangiato il pesce a scuola per non mangiarlo la sera a tavola coi genitori: il gruppo suggerisce che la bambina ha bisogno di prendersi i suoi spazi e di mettere alla prova la madre, oppure di temere di fare uno sgarbo alla madre se non apprezzerà a pieno il suo piatto. Una mamma ben salda sui limiti da dare al figlio più grande racconta la fatica di relazionarsi con un bambino continuamente oppositivo, che mette a dura prova la resistenza materna: il gruppo aiuta nell’interpretazione suggerendo che il figlio molto vitale spinge la provocazione perchè sente la madre ferma, e che  la madre potrà mediare col figlio accordandosi con lui su chi dei due (lei o lui) in quella giornata deciderà come fare le cose.

TERZO MODELLO EDUCATIVO
Valutando le possibili conseguenze dei due modelli sopradescritti, emerge che forse è necessario pensare e realizzare un terzo modello di comportamento che integri i primi due e che permetta ai figli di esprimere le loro specifiche e soggettive risorse vitali.
Possiamo chiamarlo il modello de La fatica ti fa crescere / l’errore ti fa maturare?
Questo modello educativo prevede di poter tollerare come genitori le fatiche e le frustrazioni del proprio bambino, le sue prove per tentativi ed errori che gli faranno apprendere l’esperienza; si potranno sopportare prestazioni non perfette a cui non faranno perciò seguito critiche, rimproveri e sostituzioni, ma gioia e soddisfazione perché il proprio bambino prova a fare le cose, è motivato a farlo, è curioso di scoprire cosa accadrà dopo. In questo modello il bambino non rinuncia, non è passivizzato, ma le risorse personali sono attivate e possono svilupparsi. La conoscenza procede per tentativi ed errori, o (come è stato raccontato da una mamma del suo bambino) per osservazione attenta degli altri per poi imitare il meglio possibile e non sbagliare. I genitori faranno sperimentare le frustrazioni senza paura che il bambino si traumatizzi (naturalmente non siamo nel sadismo!), con la fiducia invece che il bambino saprà compensare questa frustrazione con sue risorse mobilitate ad hoc. La tranquillità e la serenità dell’adulto che limita il proprio figlio devono poggiare sulla consapevolezza che la difficoltà è un’occasione irripetibile per il bambino, per apprendere, per conoscersi e per maturare. Come possiamo privare il nostro bambino di un tale atto d’amore? Dobbiamo pensare di dare dei limiti, ciascuno secondo la sua indole di adulto, la sua cultura familiare, le sue esperienze: i limiti sono contenitori mentali che guidano il bambino, incanalano le sue energie, sostengono le sue motivazioni ad agire e a conoscere il mondo circostante. I limiti imposti o richiesti dal genitore rendono al bambino più sopportabile il dolore, danno un significato alla frustrazione, rendono le difficoltà  non eterne.
Inoltre il bambino limitato e non sostituito ha la misura della differenza tra lui e il genitore, dunque proverà a comunicare e a confrontarsi all’interno di essa, imparerà a chiedere e a negoziare. Il genitore che non ha paura lui stesso della propria fatica e del proprio errore, avrà facilmente un bambino che non avrà paura della fatica e dell’errore, che sarà sicuro di sé e che avrà sperimentato molte volte l’audacia di osare: avrà imparato a gestire la propria ansia da prestazione e il proprio imbarazzo a mostrarsi carente; avrà sentito la spinta a cercare le proprie risorse per risolvere una difficoltà e si sarà sentito molte volte soddisfatto di vedere gli occhi di mamma/papà fieri di lui.

IN CONCLUSIONE:
Il bambino costruisce la propria identità a partire dalle prime esperienze di vita, gli è cioè possibile gradualmente utilizzare le esperienze col mondo per strutturare la propria personalità: i successi o gli insuccessi, ogni tipo di emozione associata ad essi, il feed-back degli altri a queste sue prime esperienze, andranno a formare i mattoni della mente del bambino, quelli che saranno presenti ancora nella sua vecchiaia.

Il bambino che non ha la possibilità di sperimentarsi e di scoprire di avere delle risorse e dei limiti, non riesce neppure a formarsi una identità positiva che vada a sostanziare una sicurezza di sé, una fiducia in se stesso e negli altri.

Lasciamo dunque che i bambini usino le loro mani, i loro piedi, le loro menti, lasciamo che organizzino tutte le loro risorse per affrontare le loro piccole e grandi difficoltà, sopratutto abbiamo fiducia che le risorse saltino fuori, ci siano, siano usate. Il bambino sentirà questa fiducia e ci ricambierà con la sua gioia di vivere.

P.S. Ringrazio ancora tutti della partecipazione, del tempo prezioso ricavato per un momento di riflessione sulla propria funzione genitoriale, dell’impegno ad essere oggi genitori consapevoli per figli sereni e responsabili domani.
Ringrazio sopratutto la scuola materna ospitante che ha pensato ad uno spazio per genitori e per un loro confronto che serva alla loro crescita personale.
Ringrazio anche la direttrice della scuola materna che, a solo un anno dalla nascita della scuola, ha saputo già ideare e realizzare un luogo che nutra gli adulti, che coltivi una cultura educativa e che permetta loro di crescere come persone.