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Psicologo Psicoterapeuta a Torino - Mediazione familiare - Psicoterapia

Relazioni di coppia e mediazione

Dott.ssa Raffaella Taricco

 

Abstract della relazione tenuta dalla Dott.ssa Raffaella Taricco, Mediatrice Familiare e Assistente Sociale presso il Comune di Torino, al seminario “Siamo in …2?” tenutosi presso il Centro di Psicologia e di Psicoterapia

 

Riferendomi al tema di questo incontro, nel mio intervento vi propongo una riflessione che nasce dalla mia esperienza lavorativa, come assistente sociale, a contatto quotidiano, oramai da tantissimi anni, con famiglie, bambini, adolescenti e dalla più recente esperienza come mediatrice familiare.

Il servizio sociale è un luogo di trincea, il più accessibile e vicino ai cittadini, dove possono essere erogati anche servizi concreti. E’ un luogo nel quale vengono portate richieste di aiuto, sofferenze e difficoltà molto varie ed è anche un luogo di relazioni, o meglio un’occasione di relazioni. E’ quindi un osservatorio di una umanità vasta e diversa per età, provenienza, storia, ceto sociale.
Grande protagonista è la famiglia nei suoi differenti modi di realizzarsi: tradizionale, separata, allargata, ricostruita, monoparentale, oppure composta da un unico adulto,quando la coppia e la genitorialità si sono frantumate.
La famiglia protagonista quando è presente ma anche nella sua assenza, si pensi agli anziani con figli lontani in tutti i sensi, o ai genitori fantasmi.

Vi sono tantissimi scenari possibili, osservazioni ed analisi che si possono fare; dal mio osservatorio particolare e sicuramente caratterizzato da un numero elevato di storie complesse e faticose, desidero portare l’attenzione su alcune criticità che mi sembrano ritornare, trasversali nelle diverse situazioni.

1 La prima di queste criticità è legata alla difficoltà delle famiglie di fronte alle tappe evolutive del ciclo della vita: fare coppia, che tra le altre cose richiede stabilità nel tempo, affrontare i cambiamenti connessi alla nascita dei figli, alla loro crescita, all’adolescenza, alla separazione e inizio di una vita autonoma.

2 la seconda difficoltà è connessa alla possibilità di definire confini, barriere generazionali con le famiglie d’origine e con i figli: troviamo confini diffusi, con un passaggio totale di informazioni, risorse,energie dove non funziona il processo di distacco, non vi è definizione degli spazi e dei limiti….i genitori amici dei figli, l’adolescenza protratta dei genitori in competizione con quella dei figli, la precoce adolescentizzazione dei figli. Oppure troviamo confini rigidi, con una comunicazione ridotta ai minimi termini che spesso produce un escalation di violenza da parte di alcuni membri…queste situazioni sono frequenti nelle famiglie immigrate.

3 la terza difficoltà ha a che fare con la funzione genitoriale di trasmissione di valori, norme, attraverso l’esempio e l’esercizio delle regole. Quest’ultimo per essere autorevole e non autoritario richiede di essere presenti fisicamente, guardarsi negli occhi, stabilire un patto che impegna entrambi; l’esercizio delle regole diventa esperienza di relazione, alla fine si trasforma in emozione. Compiti degli adulti sono la presenza, l’ascolto, reggere le emozioni per rispecchiare quelle dei figli, trovare una giusta distanza che non sia intrusione ma nemmeno indifferenza.

La realtà esterna , sociale sequestra agli adulti tutto il loro tempo, per trovare i mezzi di sussistenza, per organizzare i tempi del lavoro e quelli della famiglia che non coincidono mai, per investire in beni di consumo, per rincorrere visibilità, potere, eterna giovinezza. Possono, sono nelle condizioni, gli adulti di far fronte alla funzione genitoriale come sopra tratteggiata ?

Queste tre criticità,insieme ad altre, si traducono poi in storie, ognuna con le proprie peculiarità.

Essere famiglia, creare e mantenere legami familiari significa far fronte prima di tutto alle difficoltà concrete, legate alla casa,al lavoro,ai problemi economici che oramai coinvolgono anche le famiglie dove un membro o più sono occupati.

Poi vi sono le condizioni personali, le problematiche psichiche, depressioni, personalità borderline; l’uso di alcol e di sostanze stupefacenti: tutto ciò incide pesantemente nelle relazioni fra i coniugi e con i figli,e spesso è alla base di atteggiamenti violenti ( studi recenti hanno dimostrato una stretta connessione fra l’uso della cocaina ed agiti violenti ).
Le condizioni personali rimandano al filo che lega la vita infantile e giovanile a quella dell’adulto; la “trasmissione trigenerazionale della sofferenza” : un abuso sessuale infantile o una violenza sessuale possono portare a tentativi anticonservativi in età adulta,oppure ad accettare un partner violento; dietro un adolescente in grande difficoltà di solito c’è un bambino che è stato in grande difficoltà.

E allora registriamo un forte malessere nelle coppie che faticano a stare insieme e faticano a separarsi, liti e tensioni che spesso richiedono l’intervento di terzi, i vicini, le forze dell’ordine; violenze fisiche e psicologiche fra i coniugi, incapacità a comunicare, a tutelare i figli dalla violenza vissuta o assistita, fenomeno questo in grande crescita che ha effetti devastanti nelle crescita dei bambini e di cui si parla poco.
“Quando la comunicazione collassa, quando la parola si sente vana non resta che il gesto”. La società ha una sorprendente capacità di ignorare che cosa accade sotto i propri occhi…”

Poi molte coppie si separano… con un’altissima conflittualità, un pesante coinvolgimento di legali; sono fortemente in aumento le richieste da parte del tribunale ordinario e dei minorenni di attivazione di luoghi neutri per incontri del genitore non affidatario con il figlio, di mediazione degli operatori rispetto agli incontri, di vigilanza e mediazione nella comunicazione fra gli ex coniugi incapaci di mantenere un’alleanza parentale quando viene meno quella coniugale.

Cerco di seguito di delineare alcune caratteristiche dell’essere coppia nella “normalità”, sicuramente non esaustive ma che mi sembra importante avere presenti per iniziare la conoscenza ed il lavoro con la coppia.

Aree da indagare: utilizzando anche il genogramma, analisi delle relazioni familiari nel qui ed ora; e l’ecomappa, persone coinvolte nella crisi.

Esiste la coppia?
Prima di lavorare con la coppia è necessario verificare se la coppia esiste:
individuo come caratteristiche fondanti della coppia la progettualità, la condivisione fisica di qualche spazio, il legame ( non necessariamente con una valutazione positiva).

Perché proprio lui/lei?
Come i coniugi si sono scelti, sono importanti le modalità con cui si scelgono i partner, modalità che, come è risaputo, spesso si ripetono nelle generazioni successive oppure sono in contrasto con la tradizione familiare.

Come funzionano?
E’ la coppia che definisce al proprio interno le modalità di funzionamento che la fanno stare bene, il benessere della coppia è autoreferenziale( basta che la coppia non faccia male agli altri, ad es. i figli).

Quale è il patto?
Ci si mette in coppia con delle attese ed aspettative, alcune delle quali non hanno nulla a che fare con la coppia. La coppia stabilisce in modo esplicito od implicito un patto iniziale, che poi può essere messo più o meno in crisi durante la vita.

In quale tappa del ciclo di vita si trovano?
Il ciclo della vita della coppia e poi della famiglia è attraversato da tappe fondamentali: la dimensione di figlio, che non ci abbandona per tutta la vita, deve diventare secondaria, rimpicciolirsi per poter diventare partner . Molti disagi di coppia derivano da questa mancata uscita; il grado di presenza, nella mente, nel cuore e nella vita concreta, della famiglia d’origine è rilevante.
La decisione di vivere insieme, la nascita dei figli, e/o ricerca di un figlio, l’adolescenza dei figli, la separazione dai figli, l’invecchiamento ecc..

In quale fase della storia si trova la coppia?
Tutte le coppie attraversano nella loro storia delle fasi, l’illusione, l’innamoramento, la delusione, credevo che invece, la disillusione, comprensione della complessità della vita, individuazione di qualità positive ed aspetti negativi nel partner, formulazione di un nuovo contratto.

Le crisi.
Tutte le coppie attraversano delle crisi che fisiologicamente con le proprie forze vengono affrontate dalle coppie stesse; se non sono risolte le crisi possono diventare esplosive, oppure determinare situazioni di stallo.

Quali le ragioni della crisi?
Le ragioni della crisi di coppia possono essere molteplici, spesso hanno a che vedere con la rottura del patto, esplicito od implicito; con il cambiamento all’interno della coppia di uno dei due; con eventi stressanti; con la non uscita dalla famiglia d’origine, oppure invadenza della f.d.o. oppure reingresso nella f.d.o.

Lavorando con le coppie in crisi gli aspetti principali con i quali ci si confronta sono: i conflitti, il silenzio, la sparizione di aspetti di genitorialità, l’incomunicabilità.
Il problema è parlarsi. Come comunicare.

Nella mia esperienza ho cominciato a guardare al conflitto non come ad una patologia della relazione ma come ad un’espressione di vitalità dei soggetti e delle relazioni fra loro; è necessario frequentare i meandri del conflitto perché lì ci sono anche i temi del legame, i germi della comprensione, il sogno seppure infranto, le risorse per governare gli aspetti più distruttivi di quel conflitto.
Inizialmente cercavo di stare nel mezzo del conflitto, ma si sa che le persone cercano di tirare dalla propria parte con grande forza; successivamente ho provato a sintonizzarmi con i vissuti, con i bisogni ed anche con i linguaggi e con i valori che esprimono le persone.
Lavorare con lo strumento della mediazione significa stare tra e stare con, stare in mezzo, in mediazione non devo avere esperienza del conflitto, devo fare esperienza del conflitto; si tratta di un lavoro a tre, dove la coppia ed il mediatore, ognuno con le proprie risorse e competenze si aggirano fra i meandri del conflitto, si sporcano le mani, in cerca di sbocchi positivi, per arrivare a governare e non a risolvere il conflitto stesso.
In mediazione quindi si ha un’idea dinamica ed evolutiva del conflitto, che non va compresso, stigmatizzato, patologizzato, ma accolto, riconosciuto, valorizzato e, in qualche misura, assecondato per poter essere poi domato nei suoi aspetti distruttivi e degenerativi.

E’ importante capire di fronte a quale tipo di conflitto ci troviamo. Secondo Marina Lucardi sono 5 le modalità di gestione del conflitto:
la negoziazione, il congelamento, l’esasperazione, lo spostamento la vittimizzazione.
Negoziazione: è anche l’obiettivo del mediatore. Sono le coppie che ritengono il partner l’interlocutore privilegiato, rispetto alla genitorialità hanno un reciproco riconoscimento. Questo tipo di coppie ha una valutazione negativa dell’altro limitata a certe zone, quindi ha una buona capacità di differenziare. E’ possibile manifestare all’altro le proprie fragilità e bisogni. Possono anche mostrare le loro diversità; questi sono aspetti importanti per il bambino come modello educativo.

Congelamento: assenza apparente di conflittualità, evitamento e non esplicitazione del conflitto. Sono coppie garbate, salottiere, civili, soft, d’accordo su tutto, i figli stanno bene, non fanno domande ( spesso i figli di queste coppie sono iperattivi o molto complessi).
Il dialogo di coppia è molto povero, formale, senza espressione emotiva.
Queste coppie normalmente affidano al terzo la soluzione, per il mantenimento del congelamento.
Nella comunicazione fra loro, pur nella civiltà reciproca, vi sono messaggi di aggressività. Sono tutti prigionieri, i bambini stanno male; un bambino ha detto: “la mia famiglia è come un igloo con le belva dentro”.
Con queste coppie bisogna agire con delicatezza; , di solito “si entra “occupandosi dei figli..”siete preoccupati per i vs bambini?”.

Esasperazione: qui è la lotta per la lotta, antagonismo; si vede il partner come l’unico interlocutore; è pesante per il mediatore che non è considerato, non lo fanno parlare, lo squalificano continuamente.
Se non c’è tensione, lotta, c’è il vuoto, si spegne, non si ascoltano, non c’è dialogo. È solo apparente.
E’ necessario stabilire una relazione con ognuno di loro, tirandoli dentro la propria impotenza, il non sapere cosa fare..”io non riesco ad entrare in contatto con voi, non vi serve”.
Vive l’abbandono del campo da parte dell’altro come un tradimento; l’esasperato ha bisogno dell’altro; sono persone molto proiettive; spesso escludono completamente i figli, che si sentono non visti, non considerati oppure rappresentano l’ennesimo motivo di scontro.

Spostamento: la conflittualità è esplicita, visibile, giocata in escalation, delegata ad altri( documenti, parenti, amici, nemici); lotta per vincere, l’altro deve perdere( e stare male). Costruiscono degli eserciti contrapposti, richiedono sostegno a terzi per vincere.
Il figlio è tirato dentro, deve stare dalla parte di uno dei due genitori. Parlano con il mediatore per tirarlo dalla propria parte, il mediatore si sente orientato verso uno dei due, bisogna essere neutrali, sbilanciandosi un po’ di qua e un po’ di là. Vanno facilmente in consultazione perché sono abituati ad andare da terzi, utilizzano linguaggi presi da altri.

Vittimizzazione: qualcuno le prende, qualcuno le dà; uno è stabilmente vittima e l’altro aggressore, non si può negoziare se uno dei due è armato contro l’altro. Non si fanno mediazioni in situazioni di violenza, anche psicologica, di ricatti verso l’altro o verso i figli.

Per lavorare in situazioni di conflitto, come dicevo prima, è necessario parlarsi, promuovere un dialogo responsabile, sviluppare metodologie che agiscano sulla differenza, arricchendosi con la diversità delle prospettive. Già questo è fare cultura in una società che il conflitto lo drammatizza o lo spettacolarizza o lo ideologizza.
Se non si ricercano cause remote come per rintracciare l’eziologia di un malanno, se non si vogliono individuare torti e ragioni, se non si consiglia, non si giudica, la coppia si sente ascoltata come protagonista di una normale vicenda familiare, che può iniziare nella gioia e poi imbattersi nel dolore della crisi. Si partecipa ad un affanno ma scommettendo sul futuro.

La mediazione.
Definizione ( modello teorico di riferimento è quello di Irving e Benjamin): la mediazione familiare è un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari che può esitare in un superamento della crisi oppure in una separazione.
In un contesto strutturato, il mediatore, come terzo neutrale e con una formazione specifica, su richiesta delle parti, nella garanzia del segreto professionale, si adopera affinchè i genitori elaborino in prima persona un a riorganizzazione familiare oppure una separazione soddisfacenti per sé e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale.

Obiettivi della mediazione:
Creare un clima dove sia garantito l’equilibrio di potere tra le parti.
Favorire la riapertura dei canali comunicativi.
Contribuire alla gestione dei conflitti per raggiungere soluzioni concrete ai problemi portati.
Valorizzare la competenza e l’esercizio unitario della genitorialità in un clima di responsabilità comune.

Criteri di non medi abilità: abuso sui figli, violenze e maltrattamento tra i coniugi, situazione attuale di alcolismo e tossicodipendenza non in trattamento, patologia psichiatrica individuale, decadenza della potestà genitoriale.

Il lavoro che si affronta parte dalla richiesta portata in mediazione, con l’esplicitazione delle aspettative preesistenti l’incontro, la valutazione della compatibilità a due e a tre, includendo il mediatore (valutazione della percorribilità tenendo presenti istanze e modelli del mediatore), della richiesta.
Obiettivo pragmatico: definire un’area sulla quale le persone vogliono confrontarsi, sul versante della coniugalità, dei figli; obiettivo relazionale riconoscimento dell’altro come possibile interlocutore; attenzione alla qualità dell’ascolto: in questa fase il mediatore è più direttivo, stoppa una persona, fa parlare un altro, in quanto bisogna raggiungere un ascolto reciproco.

Il secondo passaggio è stabilire un contratto a tre fondato appunto sulla compatibilità delle tre aspettative in merito alla ricerca di soluzioni.
Il mediatore è il garante del contratto, del patto stipulato fra le persone.

Per poter raggiungere degli accordi le persone devono aver garantito uno spazio di elaborazione di alcuni passaggi della storia della coppia e il superamento dei nodi più problematici. Per raggiungere degli accordi, per ricostruire un dialogo, per ripristinare una gestione condivisa della genitorialità è necessario effettuare un percorso, creare uno spazio di qualità negoziale.
La coppia deve avere come obiettivo pragmatico il raggiungimento di primi accordi, poi rivedibili e come obiettivo relazionale il riconoscimento dell’altro come negoziatore: tu hai qualcosa di buono da darmi, io ho qualcosa per te..

Lo spazio per la negoziazione è la dimensione del qui ed ora, qualcosa che accade in quel momento, trae vita dalla dimensione dell’incontro che deve fornire “un assaggio esperienziale della possibilità di comunicare e negoziare”; il mediatore sa quale spazio occupa e conosce e rispetta lo spazio di eventuali altri operatori, con i quali se necessario si integra.

Il percorso prevede fasi e tempi scanditi da obiettivi parziali, esplicitati, condivisi.

La qualità negoziale significa che io operatore non posso fare per te nella relazione di aiuto, se non con un gruppo di lavoro, costituito appunto dalla coppia, e/o coppia genitoriale.

Prerequisito fondamentale per la mediazione è dunque che i soggetti si riconoscano delle possibilità di negoziazione; particolare attenzione deve essere data all’ intensità delle emozioni che possono facilitare oppure ostacolare la negoziazione.
Cosa significa avere competenze negoziali?
Arrivare alla chiarezza dei propri obiettivi
Essere capaci di immedesimarsi nei panni dell’altro
Avere scambi di natura collaborativa
Essere centrati su aspetti pragmatici
Ricercare soluzioni negoziate
Essere proiettati sul futuro
Essere capaci di rappresentarsi l’evoluzione della vicenda cogliendo il breve ed il lungo periodo.

Obiettivi della mediazione sono :
obiettivi pragmatici, attraverso l’interazione negoziale si raggiungono degli accordi su obiettivi prima definiti e
obiettivi relazionali, si modifica la qualità della relazione fra le persone, per raggiungere pari dignità di pensieri, azioni e proposte. Per ottenere ciò bisogna esporre se stessi e ascoltare l’altro, riconoscendo stili diversi che però sono funzionali al raggiungimento di un medesimo obiettivo.
Il mediatore non negozia ma favorisce la costruzione di una relazione paritetica che consente ai coniugi di negoziare; il mediatore si occupa in modo diretto della relazione tra sé e le persone ed in modo indiretto della loro relazione.
E’ importante tenere insieme sempre gli aspetti pragmatici e relazionali che devono essere integrati; individuare degli aspetti concreti tenendo presente il significato dell’oggetto. Questo aspetto differenzia la mediazione da altre professioni di aiuto.