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Psicologo e psicoterapeuta a Torino - Psicoterapia bambini

“..Vorrei essere senza pelle….”. Riflessioni sull’Io-pelle

Dott.ssa Erika Debelli

 

L’IO-PELLE

La pelle ha un ruolo fondamentale nella costituzione dell’Io psichico (Anzieu, 1985). Sebbene essa non abbia secondo Anzieu la priorità cronologica, ha tuttavia un primato strutturale sugli altri sensi in quanto ricopre tutto il corpo, contiene essa stessa più sensi distinti che condividono non solo una vicinanza fisica ma anche psichica, ed è sede del tatto, che è l’unico senso dotato di una struttura riflessiva; ed è proprio sul modello di questa riflessività che si costituiscono non solo le altre riflessività sensoriali ma anche la riflessività del pensiero. L’instaurarsi dell’Io-pelle risponde, secondo l’autore, al “bisogno di un involucro narcisistico e assicura all’apparato psichico la certezza e la costanza di un benessere di base”. La pelle riveste grande importanza in quanto fornisce all’apparato psichico le rappresentazioni che costituiscono l’Io e le sue funzioni; ciò in quanto, spiega l’autore, ogni funzione psichica si sviluppa per appoggio su una funzione corporea, di cui traspone il funzionamento sul piano mentale.

 

L’Io-pelle è “una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo” (Anzieu, 1985).

L’esperienza della superficie del corpo del bambino può aver luogo grazie ai momenti di contatto con il corpo della madre che lo tiene in braccio, all’interno di una relazione rassicurante di attaccamento (Winnicott, 1962), con esperienze positive di holding (che favoriscono l’integrazione dell’Io nel tempo e nello spazio), di handling (che favoriscono la personalizzazione), e di presenting object (che favorisce, secondo Anzieu, l’iscrizione delle tracce sensoriali). Si crea all’inizio il fantasma di una pelle comune, un’interfaccia tra madre e bambino che produce una comunicazione senza intermediari, diretta da pelle a pelle, un’empatia reciproca, un’identificazione adesiva; ciò mantiene però la coppia in una dipendenza reciproca di tipo simbiotico. È necessario dunque passare ad una tappa successiva, che permetta ad entrambi di arrivare al riconoscimento dell’esistenza di una propria pelle e di un Io proprio. Per fare questo passaggio è però necessario superare un grande dolore e molte resistenze; inoltre questo processo può dar luogo a fantasmi di pelle strappata, rubata, o assassinata.

Se si elaborano e si superano le angosce legate a questi fantasmi, può costituirsi l’Io-pelle del bambino attraverso una doppia interiorizzazione: l’interiorizzazione dell’interfaccia, che andrà a costituire un involucro psichico in grado di contenere i contenuti psichici, e l’interiorizzazione dell’ambiente maternale, che andrà invece a costituire il mondo interno dei pensieri, degli affetti e delle immagini (Anzieu, 1985).

L’Io-pelle, una volta costituitosi, svolge una serie di funzioni. La prima e fondamentale funzione è quella di fornire (al pari di quanto fa la pelle sul piano fisico, attraverso l’holding materno) un sostegno e una conservazione della vita psichica, grazie all’interiorizzazione dell’holding. Anzieu afferma: “l’Io-pelle è una parte della madre – in particolare le mani – che è stata interiorizzata e che mantiene la vita psichica in condizione di funzionare, almeno durante la veglia, proprio come durante lo stesso tempo la madre mantiene il corpo del bambino in uno stato di unità e solidità” (1985). Il bambino, mentre sperimenta l’appoggio esterno sul corpo della madre, può conquistare un appoggio interno; su di esso egli può addossarsi in sicurezza per mettere in atto i primi meccanismi della sua vita psichica. Ciò può avvenire solo se il bambino, attraverso il corpo, è sicuro di avere un contatto stretto e stabile con la pelle della madre, nonché la garanzia di un “circondarsi reciproco con lo psichismo della madre”. È quindi necessario che ci sia un’identificazione primaria con un oggetto supporto che stringe e regge il bambino, più che un’incorporazione del seno che nutre. Se gli sforzi compiuti dalla madre nel maternage sono soddisfacenti, il bambino interiorizza la madre sufficientemente buona: “è il Sé che protegge l’Io e che assicura la sua identità, la sua continuità, che lo protegge, che si prende cura di lui come la madre ha fatto per il corpo e lo spirito del neonato, o che lo ferisce, lo maltratta, lo frustra, riproducendo così l’attitudine materna. Questo Sé permanente, quasi definitivo, è una delle basi dell’autonomia. […] Il Sé riproduce, rispetto all’Io, la relazione contenente/contenuto esercitata dalla madre nei confronti delle emozioni e fantasmi del bambino” (Anzieu, 1990).

Una seconda importante funzione dell’Io-pelle è quella di contenimento, che fa invece riferimento all’handling materno, legato alla capacità della madre di fornire attraverso le cure al bambino l’immagine-sensazione del “corpo come sacco”. Si evidenziano due aspetti del “sacco”: uno passivo (il “recipiente”, che accoglie passivamente immagini, sensazioni, affetti, conservandoli e neutralizzandoli) ed uno attivo (il “contenitore” in senso bioniano, che fa riferimento capacità della madre, attraverso la rêverie, di esercitare la funzione α per elaborare e restituire al bambino affetti e sensazioni trasformati e bonificati). Alla carenza di questa funzione corrispondono due tipi di angoscia. La prima angoscia riguarda un’eccitazione pulsionale diffusa (quindi un nucleo pulsionale, rappresentato dall’Es), senza una scorza (rappresentata dall’Io-pelle); questa angoscia spinge la persona a cercare una “pelle sostitutiva” nel dolore fisico o nell’angoscia psichica. La seconda angoscia si manifesta invece quando è presente un involucro, ma esso è percorso da buchi che ne interrompono la continuità.

Una terza funzione dell’Io-pelle è la funzione di para-eccitazione, che permette la protezione da aggressioni o da eccesso di stimoli. Inizialmente questa funzione viene svolta dalla madre come Io ausiliario per il bambino, e ciò fino a quando l’Io del bambino non trova nella propria pelle un appoggio per assumere autonomamente questa funzione. Anzieu mette in guardia dai rischi di quelle situazioni in cui ci si occupa del bambino con tale perfezione qualitativa e quantitativa che egli non ha la possibilità né la necessità di giungere a un auto-appoggio. In situazioni di inadeguatezza del ruolo svolto dall’epidermide, il para-eccitazione può essere cercato con appoggio sul derma, come seconda pelle muscolare (E.Bick), o come corazza caratteriale (W. Reich).

Ci sono poi la funzione di individuazione del Sé (che consente il sentimento di essere un individuo unico) e la funzione di intersensorialità (che permette di collegare tra loro sulla superficie psichica dell’Io-pelle un insieme di sensazioni di diversa natura, sfociando nella costituzione di un “senso comune”); la funzione di superficie di sostegno dell’eccitazione sessuale (la pelle del bambino diventa oggetto dell’investimento libidico della madre attraverso le cure materne); la funzione di ricarica libidica del funzionamento psichico (agisce parallelamente alla precedente, ma sul versante interno, come conservazione della tensione energetica interna e della sua ripartizione tra i sotto sistemi psichici); la funzione di autodistruzione (che porta Anzieu a trovare un parallelo tra “reazione autoimmune, da una parte, e dall’altra il ritorno su se stessa della pulsione, la reazione terapeutica negativa, gli attacchi al legame in generale e contro i contenitori psichici in particolare”); la funzione di iscrizione delle tracce sensoriali, funzione che viene rafforzata dalla madre attraverso il suo ruolo di “presentazione dell’oggetto” (Winnicott, 1962) al bambino, permettendo lo svolgersi di questa funzione sui due piani, biologico e sociale.

Le due funzioni di para-eccitazione e di iscrizione delle tracce sono due aspetti fondamentali. Esse coinvolgono due livelli dell’involucro psichico. Il para-eccitazione è, per Anzieu, lo strato dell’involucro psichico rivolto verso l’esterno; è lo strato più rigido, che permette all’Io di proteggersi dagli stimoli esterni. Lo strato interno è invece più sensibile, ha una funzione ricettiva, percepisce i segnali e ne iscriverne le tracce. La particolarità di questo strato interno è quella di essere formato come una pellicola con una doppia faccia, che permette di separare e di mettere in comunicazione il mondo esterno e quello interno. I due strati hanno quindi struttura asimmetrica: lo strato di para-eccitazione (a differenza della pellicola di iscrizione) esiste solo nel lato rivolto verso l’esterno. Ciò spiega la maggiore difficoltà che deriva dall’affrontare gli stimoli pulsionali interni rispetto a quella proveniente dagli stimoli esterni. Questi due strati danno luogo a due involucri: l’involucro di para-eccitazione, che deve essere concepito in termini di forza, e l’involucro di comunicazione e di significato, che deve essere concepito in termini di senso. L’apparato psichico del bambino acquisisce un Io (che però rimane ancora un Io corporeo o Io-pelle) proprio nel momento in cui inizia ad abbozzarsi questa struttura a doppio involucro, di cui uno destinato a ricevere l’eccitazione, l’altro i significati (Anzieu, 1990).

La difficoltà di costruzione dell’Io-pelle, nonché la difficoltà di gestione e integrazione degli involucri di para-eccitazione e di comunicazione e significato, può essere rappresentata a titolo esemplificativo dalla seguente situazione clinica.

 

IL CASO DI P.: “…VORREI ESSERE SENZA PELLE”

Togliersi o tenere la “pelle”? P., bambino dodicenne arrivato alla Neuropsichiatria Infantile su consiglio delle maestre in seguito a modalità comportamentali da queste definite “strane” e a problemi di relazione sia con i compagni che con gli adulti, si presenta in seduta senza togliere mai il giubbotto, nemmeno quando la temperatura primaverile spingerebbe a farlo. Nelle prime sedute è chiuso, esprime il desiderio di non avere amici e rimanere da solo a casa a giocare con la PlayStation. Colpisce come si abbandona sulla sedia, in modo “molle”, sprofondato in essa, con le braccia fiaccamente adagiate sui braccioli e rivolte verso il basso, la testa reclinata in avanti, come se non avesse una struttura che lo sorregge.

Sembra difendersi per mezzo di un involucro, di una “pelle-giubbotto” che gli dà dei confini e lo mantiene a distanza di sicurezza dagli altri, e con la quale pare voler comunicare già visivamente una difficoltà ad entrare in contatto con l’altro, un timore nel mettere a nudo parti di sé, o un tentativo, come vedremo, di proteggersi dalla propria aggressività o dalla aggressività degli altri.

Il tema della pelle compare in modo più chiaro in una seduta in cui P. racconta: “…vorrei essere senza pelle“. Aggiunge a ciò alcune osservazioni: “Dovrei prendere un coltello per staccarmela… ma mi farebbe male, sanguinerei… E poi senza pelle.. brucerebbe appena qualcuno mi tocca!“. Emergono quindi i temi di una pelle strappata, che rende doloroso, bruciante, un contatto con l’altro, contatto che in ogni caso pare voler essere evitato, in quanto lo scopo esplicitato da P. del rimanere senza pelle sarebbe proprio quello di “spaventare i vecchietti..“, di allontanare le persone che non conosce mettendo loro paura, rimanendo invece in contatto in modo esclusivo con la famiglia.

Nel caso di P. la presenza di una pelle comune ancora priva di un’adeguata e completa differenziazione viene rappresentata graficamente nelle primissime sedute per mezzo di un disegno con cui raffigura “la gioia” come un bambino in braccio alla mamma, letteralmente aggrappato al suo collo, in modo da sembrare quasi una cosa sola, il tutto ulteriormente tenuto chiuso e unito da un cerchio, all’interno del quale rimane incapsulata la figura stessa.

Il passaggio alla creazione di un Io-pelle e di uno spazio interno sembra possa essere stato problematico per P. e ciò, interferendo con il processo di separazione, può aver dato luogo ai fantasmi di pelle strappata che ha portato in seduta. Pare diventi quindi difficile proprio l’interiorizzazione dell’interfaccia e di un contenitore in cui possano trovare posto i contenuti psichici, e non si renda pertanto possibile l’adeguata costituzione di ciò che Bion ha definito “l’apparato per pensare i pensieri”. È alla luce di ciò che risulta importante ricordare con Anzieu che “l’Io-pelle fonda la possibilità stessa di pensiero” (1985).

Possiamo ora provare a ripensare ad alcune difficoltà del percorso evolutivo di P., ricostruito attraverso l’anamnesi raccolta della mamma. Affidato alle cure dei nonni per gran parte della giornata dai tre mesi di vita ai quattro anni, P. ha sperimentato modalità diverse di holding e handling e interazioni “di pelle” diverse quando probabilmente non aveva ancora avuto luogo in lui una adeguata (o completa) interiorizzazione dell’involucro psichico e dell’ambiente maternale. Colpisce la descrizione di P. da parte della mamma: “dolcissimo: appena nato dormiva sempre, mangiava e dormiva, a volte lo andavo a disturbare perché non lo sentivo“, affermazione che fa pensare non solo ad un bambino che pare non riuscire ad entrare in relazione con l’ambiente (o almeno che non ci riesce con le modalità così legate all’urgenza del bisogno e alla sopravvivenza tipiche dei neonati), ma anche ad un bambino che non viene “sentito” dalla mamma, come se per questa diade madre-bambino non potesse realizzarsi completamente quella “comunicazione senza intermediari”, da pelle a pelle, che è anche alla base della rêverie e della capacità della madre di rispondere ai bisogni del bambino. La problematica costituzione di una propria pelle psichica e di un Io proprio si manifesta anche attraverso le conseguenti difficoltà nell’espletamento delle funzioni dell’Io-pelle, soprattutto per quanto riguarda le fondamentali funzioni di para-eccitazione e di iscrizione delle tracce.

Nel caso di P. qualcosa pare proprio essersi bloccato. Se la pelle psichica è fragile, l’Io vi può supplire con la formazione di una seconda pelle (Bick, 1968), che può offrire una protezione dagli stimoli esterni, garantendo una funzione di para-eccitazione. Se anche l’involucro di iscrizione delle tracce è fragile, saranno gli stimoli interni, gli affetti, i vissuti, a determinare un ulteriore “attacco” ad un contenitore già fragile. Nel caso della formazione di una seconda pelle, Anzieu fa notare come si determini anche un cambiamento nell’investimento pulsionale, che non è più caratterizzato dalla pulsione di attaccamento o di aggrappamento come nell’Io tattile primario del bambino, ma da un investimento pulsionale specifico fornito dall’aggressività.

 

L’AGGRESSIVITÀ

Ritornando alle sedute di P., osserviamo come di fronte ad un contenitore materno fragile, che non consente la formazione di una solida pelle psichica primaria, egli abbia dato vita a fantasmi di una pelle “strappata”, che sanguina e brucia al contatto con gli altri, parallelamente alla formazione di una “seconda pelle” caratterizzata da aggressività e attacco all’altro. Nelle sedute egli porta le narrazioni di scherzi fatti agli sconosciuti, o lo scherzo fatto dando fuoco ad un piccione morto per spaventare i passanti, oppure il racconto di personaggi televisivi estremamente cinici che mirano alla rovina dell’altro, e così via.

Il racconto dell’episodio del piccione permette di indagare meglio le qualità di tali “scherzi” e dei fantasmi persecutori di P. Egli racconta di aver avvolto in un giornale e incendiato un piccione morto per spaventare chi, tentando di spegnerlo, ne avesse così scoperto il contenuto. Ma scappando ha quasi sbattuto contro una signora che passava di lì in quel momento, spaventandosi così egli stesso. Si è pertanto ritrovato in una situazione in cui i ruoli di “spaventatore” e “spaventato” coincidevano, permettendoci così di ripensare a come il mettere in atto delle azioni per spaventare gli altri potesse corrispondere ad una sorta di drammatizzazione all’esterno di un mondo interno spaventoso e di una paura con cui si imbatteva, parallelamente al suo sbattere nella realtà addosso alla signora, rappresentante di una sorta di controllore sociale.

Tale modalità è già stata teorizzata da Winnicott (1984) quando, occupandosi delle origini delle tendenze antisociali, affermava che “quando le forze crudeli o distruttive minacciano di sopraffare quelle dell’amore, l’individuo deve fare qualcosa per salvarsi e una cosa che egli fa è di volgersi verso l’esterno, drammatizzare il mondo interno al di fuori di sé, assumere lui stesso il ruolo distruttivo e suscitare il controllo di un’autorità esterna”. Ciò permette la gestione dell’aggressività suscitata dalla paura: “lo scopo di questa aggressività è di trovare un controllo e di costringerlo ad essere operante”. Si potrebbe pensare a questa necessità di controllo come ad una necessità di un contenimento e di un contenitore in grado di tenere le spinte pulsionali che arrivano dal mondo interno, e pertanto l’aggressività assumerebbe anche una funzione di comunicazione, di richiesta all’ambiente (e soprattutto all’ambiente maternale cui fa riferimento la funzione di contenimento) di intervenire.

Possiamo ora ritornare a fare riferimento a quella che Anzieu definisce pellicola di iscrizione, che riguarda il versante interno della membrana psichica e che ha a che fare con isignificati. Per P. sembra difficile gestire sensazioni ed emozioni che arrivano dal mondo interno, e a volte sembra che queste quasi lo “invadano” e debbano essere subito dopo scaricate, come se non ci fosse uno spazio in cui accoglierle e dar loro un senso, e come se non ci fosse una membrana in grado di consentire comunicazioni tra mondo interno e mondo esterno che permettano un’acquisizione di senso e non un movimento puramente evacuativo ed agito. Significative sono le sedute in cui, proprio negli ultimi minuti disponibili, P. porta aspetti più vivi e fragili di sé, attraverso racconti di animali che ritiene maltrattati e che vorrebbe difendere. In queste occasioni P. non riesce a contenere le emozioni, diventa visibilmente agitato, si muove molto di più, è teso, balbetta, ha un’espressione angosciata sul volto, e pare non riuscire a terminare la seduta. Sembra in questi casi carente un involucro psichico in grado di funzionare come un contenitore che accolga le spinte pulsionali e l’irrompere di questi aspetti provenienti dal mondo interno, e che sia quindi in grado di dare contenimento sia all’eccitazione che di lavorare sui significati.

Secondo Anzieu quando l’involucro psichico si indebolisce può costituirsi una seconda pelle che offre contenimento andando a riempire le faglie dell’Io-pelle; questa seconda pelle funziona come para-eccitazione attivo che va a rafforzare il para-eccitazione passivo, ma con un investimento pulsionale diverso, fornito dall’aggressività. Inoltre secondo Anzieu anche i vestiti possono rappresentare una sorta di seconda pelle che protegge dalla regressione e dalla messa a nudo di parti di sé uccise e/o mal collegate (come nel caso dei pazienti che in seduta tengono il cappotto o si avvolgono in una copertina; un po’ come nel caso di P. con il suo giubbotto). In questo modo viene a sommarsi una funzione di para-eccitazione attiva svolta da questa seconda pelle, che va a sostenere la funzione di para-eccitazione passiva svolta in modo non sufficiente dall’Io-pelle.

 

ESTHER BICK: LA SECONDA PELLE

Esther Bick formulò la tesi in base alla quale la psiche, nella sua forma più primitiva, non ha ancora una forza coesiva che consenta un legame tra le sue parti; queste devono essere tenute insieme grazie alla pelle, sperimentata passivamente, che funziona come un confine. Ci deve essere però un oggetto interno capace di adempiere alla funzione interna di contenimento delle parti del Sé. Tale funzione dipende inizialmente dall’introiezione dell’oggetto esterno, e successivamente l’identificazione con questa funzione dell’oggetto rimpiazza lo stato di non integrazione e fa nascere la fantasia di uno spazio interno e di uno spazio esterno. Solo ora quindi può emergere uno spazio interno al Sé, prima sono solo presenti ansie di non-integrazione e la ricerca di un oggetto in grado di tenere insieme le parti. Bick specifica che “l’oggetto ottimale è il capezzolo-nella-bocca, insieme al braccio materno che sorregge il bambino e al modo di parlare e all’odore familiare della madre”; tutto ciò è sperimentato concretamente come una pelle. Ma la funzione di contenimento primitiva può essere ostacolata sia da un’inadeguatezza nell’oggetto reale, sia da attacchi contro di esso nella fantasia; in questi casi viene compromessa l’introiezione dell’oggetto. Si dà luogo quindi alla formazione di una “seconda pelle, per mezzo della quale la dipendenza dall’oggetto viene sostituita da una pseudo-indipendenza, per mezzo di un uso inappropriato di alcune funzioni mentali […] con lo scopo di creare un sostituto per la funzione contenente della pelle”. La formazione difettosa della prima pelle produce una generale fragilità nelle successive integrazioni e organizzazioni.

Per quanto riguarda P. si potrebbe pensare che l’esperienza dell’oggetto ottimale descritta dalla Bick sia stata sperimentata, come racconta la madre, per un tempo molto breve da P. La non disponibilità così precoce (o comunque non adeguata ai tempi di sviluppo di P.) di un oggetto ottimale reale e costante da interiorizzare e che possa mantenere coese le parti di sé, in modo da far fronte alle ansie di non integrazi—one, potrebbe aver ostacolato una formazione adeguata dell’Io-pelle e favorito il successivo ricorso alla formazione di una seconda pelle.

È in particolare importante ricordare una nota aggiuntiva di Anzieu (1985) alle osservazioni della Bick, nota che riguarda appunto la relazione tra qualità della presenza e relazione con l’oggetto e le caratteristiche della seconda pelle in termini di relazione tra i due involucri. Anzieu sostiene che l’anormalità psichica propria della seconda pelle riguarda la confusione tra involucro di para-eccitazione ed involucro di iscrizione, in quanto se le stimolazioni da parte dell’ambiente maternale risultano incoerenti, brusche o troppo intense, l’apparato psichico del bambino cerca “più di proteggersene quantitativamente che di filtrarle qualitativamente”, con la seconda pelle che quindi va a rafforzare la protezione esterna; se invece le stimolazioni risultano deboli si attiva al contrario una ricerca di stimolazioni endogene, e quindi la seconda pelle è utile per rafforzare l’attivazione interna.

Tra le quattro forme di patologia degli involucri psichici, Anzieu (1990) ne individua una che si fonda sulla relazione contenete-contenuto, elaborata sulla base delle teorizzazioni di Bion; patologia alla quale possiamo fare riferimento anche per il caso qui descritto. La situazione ottimale richiederebbe la presenza di un contenitore psichico in grado di adempiere a due funzioni: la prima è la funzione contentente, che sta nell’ordine del para-eccitazione, e che corrisponde alla Madre che si offre come deposito passivo di sensazioni, immagini ed emozioni del bambino permettendone la neutralizzazione; la seconda è la funzione contenitore, che sta nell’ordine della superficie di iscrizione e che corrisponde invece all’aspetto attivo fornito dalla rêverie materna, la quale restituisce al bambino immagini e sensazioni rese tollerabili. Nel caso di P. non pare si sia sviluppato un contenitore in grado di assolvere queste due funzioni in modo adeguato, conducendo al dispiegarsi di un’angoscia connessa ad un’eccitazione pulsionale diffusa e non appagabile o localizzabile, senza una confine che la contenga. Per supplire a questa carenza si sviluppa quindi una seconda pelle, che tuttavia fornisce solo la possibilità di assemblare le parti della personalità senza permettere a queste di stabilire delle connessioni (Houzel, 1987). Significative a questo riguardo sono le manifestazioni di un’affettività poco integrata, che invade P., nei suoi racconti di animali maltrattati, con contenuti che paiono sempre più una mera evacuazione di fatti sui quali diventa difficile un lavoro di elaborazione, di connessione e di ricerca di significato. Appare qui evidente la fragilità del contenitore, nel quale si riversano moti pulsionali e affetti ingovernabili, e dei quali non pare possibile né un contenimento per mezzo di una neutralizzazione (grazie ad una funzione passiva di tipo contenente) né per mezzo di una trasformazione in elementi α tollerabili (grazie alla funzione attiva di tipo contenitore), perchéqueste funzioni non sono state introiettate, e quindi non sono a disposizione di P. per gestire il carico pulsionale che lo invade. Per tali motivi diventa in queste occasioni importante il contenimento offerto dal setting nelle sedute.

 

CONTENITORE, PENSIERO E SETTING

Come sottolinea Anzieu, pur essendo profondo l’interesse per l’indagine ed il trattamento dei contenuti psichici in psicoanalisi, “è necessario però considerare che non vi è contenuto senza contenitore, lo studio dei contenitori è altrettanto importante dello studio dei contenuti, e anzi li condiziona. […] Quando il contenitore contiene male o addirittura funziona al contrario, è necessario procedere a un lavoro analitico sul contenitore stesso. È quello che io definisco involucro psichico” (1990).

Nel caso di P. l’irrompere di contenuti ingovernabili evidenzia una difficoltà a livello di superficie di iscrizione, quindi a livello dei significati, e ciò è in relazione con la problematica interiorizzazione della funzione α materna, che dovrebbe permettere di accogliere e di restituire bonificare immagini e sensazioni al bambino. Già nella madre erano presenti alcune difficoltà ad operare sui significati, a tradurre gli elementi α in pensiero anziché agito. Ad esempio le prime difficoltà di P. a scuola sono state affrontate con modalità persecutorie, ritirando il bambino dalla scuola in cui lo sentiva vittima, per inserirlo in una scuola diversa, in cui però immancabilmente i problemi si sono ripresentati uguali a prima. Modalità di difesa caratterizzate dalla scissione e dalla proiezione dell’oggetto persecutorio fuori da sé e fuori dal contesto familiare erano presenti anche nella relazione dei nonni con la scuola materna, in cui sembravano riattivare percorsi intrapresi in passato già con la mamma di P. per evitare la separazione. Compaiono quindi le difficoltà ad elaborare la separazione ed il lutto, collegate anche al tema della morte, che tuttavia non può essere elaborato in quanto manca un contenitore materno introiettato, un apparato per pensare i pensieri. I contenuti non elaborabili proprio per mancanza di contenitore vengono agiti da P. anche attraverso i suoi comportamenti aggressivi. In essi si manifestano anche alcune angosce paranoidee, come nel caso dell’alternarsi del ruolo spaventatore-spaventato che, attraverso un gioco di proiezioni ed introiezioni, ne aumenta l’angoscia, angoscia che non trova contenitore.

Il tema dell’assenza e del lutto è di particolare importanza per quanto riguarda il pensiero, in quanto si può ricordare con Etchegoyen (1986) come il pensiero sia originariamente legato alla capacità di accogliere una sensazione che fa riferimento proprio all’assenza e al lutto: “il primo pensiero sorge quando si accetta il dolore dell’assenza, quando si riconosce che il seno non c’è, invece di espellerlo come un seno-cattivo-presente/bisogno-di-un-seno, cioè come un elemento β”. La formazione e lo sviluppo del pensiero e della funzione simbolica dipendono dunque dalla relazione madre-bambino e dalle modalità materne di risposta o frustrazione ai bisogni del bimbo. La madre assume funzione di rispecchiamento e così dà significato alle esperienze del bambino; ma essa va anche al di là di tale funzione: oltre a riflettere lo stato emotivo del bambino, riflette anche la capacità materna di occuparsi di lui senza esserne sopraffatta, ed in ciò si può ravvisare, secondo Fonagy e Target (2003) l’aspetto centrale del concetto bioniano di contenimento. Lo scambio che avviene tra madre e bambino consente, secondo Bion, non solo la proiezione di contenuto mentale, ma anche della capacità, seppur ancora primitiva, di pensare tale contenuto. In questo modo il bambino riceve dalla madre anche un progressivo arricchimento delle sue capacità di pensare (Casonato, 1992).

Bion (1959) ha collegato lo sviluppo dei processi di pensiero alla qualità del contenimento. I pensieri, che originariamente servono a colmare la lacuna tra il bisogno e l’azione, derivano quindi dall’assenza dell’oggetto; ma ciò è possibile solo se vi è sufficiente tolleranza alla frustrazione. “Quest’ultima capacità dipende dalla presenza di un oggetto contenitore. Bion (1962) chiama questo processo ‘apprendere dall’esperienza’. Se non vi è contenimento, il bambino eviterà la frustrazione attaccando i pensieri stessi come oggetti cattivi, e farà altrettanto con i legami fra i pensieri, così che la realtà è distrutta o quanto meno negata. Il risultato è un processo di pensiero frammentato che può diventare psicotico, e un bisogno molto intensificato di ulteriore identificazione proiettiva e scissione per contenere la frustrazione” (Fonagy, Target, 2003).

Anche Hautman (2000) descrive le modalità di formazione della pellicola di pensiero costitutiva del Sé. Egli sostiene che, come la pelle fisica definisce e separa l’individuo dall’ambiente, così la pellicola di pensiero definisce il formarsi del Sé rispetto al non Sé, e del pensiero rispetto all’attività mentale. Se un eccesso di angoscia (per cause ambientali o dell’individuo) ostacola il processo trasformativo verso la complessità simbolica e verso la formazione della pellicola di pensiero e di una mente separata, allora si verifica un disturbo della struttura dell’Io e della relazione con gli oggetti. Si ha quindi una sofferenza della pellicola di pensiero (che Hautman definisce “splitting cognitivo primario”) che conduce ad un eccesso di elementi asimbolici e a disturbi del processo di simbolizzazione. Ciò determina il manifestarsi di sintomatologie sul piano comportamentale, psicosomatico e psichiatrico, con angosce depressive e schizo-paranoidi e insufficienza delle funzioni dell’Io (Hautman, 2000). Lo splitting cognitivo primario, che porta ad un eccesso di elementi asimbolici non trasformabili, ci riporta anche alla funzione di contenimento dell’Io-pelle di Anzieu e agli effetti della sua inadeguatezza. Entrambi gli autori mettono in luce la presenza di un disturbo del processo di simbolizzazione collegabile ad un eccesso di angosce non gestibili ed elaborabili per deficit del contenimento.

P. presenta una difficoltà di simbolizzazione che in alcune occasioni lo porta anche a trasferire sul soma emozioni e sentimenti privi di contenimento. Ad esempio nel riprendere le sedute dopo un’interruzione lunga per miei motivi di salute, P. esprime la sua preoccupazione ed allo stesso tempo narra un episodio da lui definito di “diarrea fulminante”, che ne determina un’uscita anticipata da scuola. La successiva chiarificazione dei movimenti che si presentano in questa giornata (ripresa delle sedute, ma anche parallelamente movimenti intestinali) e della difficoltà a “tenere”, permette a P. di fermarsi un attimo a pensare su quanto detto e di portare un nuovo episodio, questa volta narrando una situazione buona di contenimento nella casa dei nonni.

Diventa dunque importante dal punto di vista terapeutico offrire un contenimento e sostenere la costituzione di un posto in cui “tenere” questi contenuti, sostenere dunque la formazione di un apparato per pensare i pensieri, che consenta di favorire la simbolizzazione e di offrire un contenimento alle angosce. L’importanza del contenimento offerto dal setting appare ancora più evidente ricordando con Anzieu che esiste un isomorfismo tra setting analitico ed involucro psichico. Ed infatti quando in una seduta il setting risulta disturbato da eventi esterni, P. reagisce al temporaneo attacco all’involucro terapeutico e alla debolezza del suo involucro psichico indossando una seconda pelle caratterizzata da aggressività, con racconti di scherzi sempre più aggressivi. Quando il setting, nelle sedute successive, ritorna stabile, pare necessario ricostruire il contenitore precedentemente rotto ripercorrendo insieme il lavoro finora svolto. In seguito i comportamenti aggressivi e le angosce portati nella seduta possono trovare accoglimento e su di essi pare ora possibile iniziare a lavorare, ed è possibile iniziare ad attivare “il processo trasformativo verso la complessità simbolica” (Hautman, 2000). In una seduta successiva P. porta delle novità: le sue insegnanti (delle quali in precedenza descriveva, con modalità persecutorie, come fissassero solo lui) sembrano diverse, come se fossero più in relazione con lui. Pare in realtà che anche le proiezioni di alcune sue angosce paranoidee sulle insegnanti siano diminuite, e pare che P. possa iniziare a pensare ad esse come capaci di “vederlo” e non solo di “fissarlo” mentre spiegano; e mentre P. dice compiaciuto “..devono avere qualcosa in mente…” viene da pensare che ciò che ora le insegnanti iniziano ad avere in mente sia proprio P. stesso, con le sue peculiari modalità di relazione e pensiero, anche in seguito al lavoro fatto nei colloqui con la scuola.

 

Gli interventi che è possibile mettere in atto con P. fanno riferimento al suo Io-pelle deficitario e ad un apparato per pensare i pensieri carente. Diventa quindi necessario fornirgli un contenitore che lui possa introiettare, e di cui possa anche introiettare le capacità elaborative. È necessario fornirgli le funzioni dell’Io corporeo e dell’Io psichico che in passato non hanno ricevuto stimoli sufficienti al loro sviluppo, e per fare ciò bisogna trovare delle parole che siano equivalenti simbolici del tatto e che consentano di ristabilire, sotto forma simbolica, la comunicazione tattile primaria, in quanto “le parole dell’analista simbolizzano, sostituiscono, ricreano i contatti tattili senza che sia necessario ricorrere concretamente ad essi: la realtà simbolica dello scambio è più operante della sua realtà fisica” (Anzieu, 1985). Si potrà così favorire lo sviluppo di un Io-pelle in grado di adempiere la funzione di contenimento.

Il contenitore può essere quindi fornito a P. per mezzo di una operazione emotivo-affettiva che si realizza originariamente nel rapporto madre-bambino attraverso la rêverie, ma che si realizza in seguito anche in terapia con il paziente attraverso l’essere all’unisono con lui. Ciò non vuol dire, come sottolinea Ferro (1992), essere insieme a lui alla ricerca di verità storiche o oggettive, ma essere “sulla stessa tonalità affettiva: offrendogli un modello di relazione mentale che possa introiettare”, ricordando anche che “non troviamo in Bion l’idea di qualcosa da scoprire, o da interpretare, ma di qualcosa che deve essere costruito nella relazione e attraverso quell’unisono che consente un’espansione della mente e della pensabilità”.

 

BIBLIOGRAFIA

Anzieu, D. (1985) “L’Io-Pelle”, Edizioni Borla, Roma, 2005.

Anzieu, D. (1990) “L’epidermide nomade e la pelle psichica”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

Bick, E. (1968)“The Experience of the Skin in Early Object-Relations“, Int. J. Psycho-Anal., vol.49, 484-486.

Casonato, M. (a cura di), (1992) “Psicologia dinamica 2: dai pionieri della psicoanalisi alla scuola inglese”, Bollati Boringhieri, Torino.

Etchegoyen, H. (1986) “I fondamenti della tecnica psicoanalitica”, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1990.

Ferro, A. (1992) “La tecnica nella psicoanalisi infantile”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

Fonagy, P., Target, M. (2003) “Psicopatologia evolutiva”, Raffaello Cortina Editore, 2005.

Hautman, G. “Riflettendo sullo splitting cognitivo primario”,http://www.psychomedia.it/neuro-amp/straord/b3-hautmann.htm

Houzel, D. (1987) “Il concetto di involucro psichico”, in “Gli involucri psichici”, di Anzieu D. e coll., Edizioni Dunod, Masson, Milano, 1997.

Winnicott, D. (1962) “Sviluppo affettivo e ambiente”, Armando Editore, Roma, 1979

Winnicott, D. (1984) “Il bambino deprivato”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1986.